Sere di maggio
- 8 lug
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Cenacolo poetico

5 luglio 2025
Sere di maggio
Sere di maggio
trapuntate di lucciole.
Con le stelle tra le mani
vado rincorrendo il cielo
lungo i viali dell’anima.
Mai l’Eterno
m’è sembrato così vicino.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
Una poesia sembiotica[1] fatta di ricordi remoti e vicende ancora in corso, in cui si intrecciano – senza interruzioni di continuità – immagini, aneliti, sentimenti, desideri, intuizioni, sensazioni, pensieri, visioni, suoni, profumi … insomma tutto ciò che convolge l’animo del poeta in un vorticoso dinamismo sensibile e fisico – e al tempo stesso – mistico e spirituale, che lo trascende fino all’estasi di sé, in cui gli pare di avere una netta percezione dell’Eterno, tanto da avvertilo particolarmente presente nella realtà che lo circonda e perfino diventare prossimo a se stesso: “Mai l’Eterno / m’è sembrato così vicino”.
Descrivere questo susseguirsi ininterrotto di stati d’animo non è affatto semplice, eppure il Razzano vi riesce con uno linguaggio stenografico, conciso, estremamente condensato, da sembrare un appunto poetico più che un fluire lirico, dove i versi danno l’idea di volere incidere il ricordo e le sensazioni che ne scaturiscono, prima che essi possano scivolare nell’oblio della memoria. Le scene appaiono solo tratteggiate, sottintese. Esse non necessitano di essere spiegate, poiché sono evocative di quelle già chiare e figurate nella mente del lettore. Una poesia che si presta dunque a una suggestiva libertà interpretativa anche sotto l’aspetto critico.
Tutto potrebbe dare l’idea di un momento particolarmente intenso dal punto di vista spirituale e invece l’esperienza che dà il là ispirativo a questa poesia è una semplice “sera di maggio”, durante la quale il poeta ha modo di osservare quel fenomeno – tanto comune nei luoghi di campagna, quanto in via di estinzione nelle città a causa dell’inquinamento ambientale – che è la bioluminescenza delle lucciole, la cui fluorescenza intermittente ed estremamente delicata, è spesso motivo di attrazione dei bambini. Da qui le scorribande nei prati, nel tentativo di afferrarle tra le mani e farne una lanterna umana, convinti di poter illuminare in questo modo il buio delle sere di luna nuova. Questa esperienza considerata ormai obliata e riposta in una remota e stratificata zona della sua memoria fanciullesca, affiora inaspettatamente alla sua coscienza, durante una “sera di maggio” in cui poeta ha modo di rivedere le lucciole dopo anni in cui le riteneva addirittura estinte. La possibilità di rincontrarle riaccende in lui i ricordi d’infanzia, che lungi dal suscitargli un sentimento di nostalgia del passato, gli offrono invece l’occasione di rivivere quella esperienza d’infanzia alla luce della sua rinnovata percezione del Divino, col quale, nella frattempo, ha avuto modo di intessere un rapporto di fede matura e profonda. Rilette in questa prospettiva le lucciole diventano per lui una metafora delle stelle, che illuminano il buio della sua notte esistenziale. Col cielo sulla terra la vita gli appare trapuntata di luci, che riaccendono il desiderio di gettare uno sguardo oltre il buio della notte. Questa continua alternanza di trascendenza e immanenza, si tramuta in una esperienza dal sapore mistico, durante la quale il Divino gli si mostra in una condizione di estrema prossimità, come suggerisce l’immagine che scaturisce dalla seconda strofa: “Con le stelle tra le mani / vado rincorrendo il cielo / lungo i viali dell’anima”, dove ha come la sensazione di poterlo toccare, accarezzare e perfino tenerlo tra le mani. Un’immagine potentissima, fortemente evocativa dell’Evento incarnativo del Verbo. Come non associare a questa immagine il commovente e suggestivo racconto del Natale, scritto nell’inverno del 1944, da un’insospettabile J.P. Sartre, per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri, dove, immaginandosi al posto di Maria, esprime, con un linguaggio profondamente poetico, le sensazione che lei prova nello stringere tra le mani il Figlio di Dio: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me. È Dio e mi assomiglia”[2], a testimonianza di come perfino un ateo dichiarato come lui può toccare, sia pure per un istante, i vertici della mistica.
Ne scaturisce una lirica profondamente spirituale, con la quale il poeta dà voce a quel bisogno tacito che alberga nel cuore di ogni uomo di ristabilire l’originario rapporto col Divino. Nessuna pretesa possessiva di ingabbiare il Mistero in uno schema istituzionale e convenzionale emerge tuttavia da questo componimento; nulla che – senza tradire il desiderio di tradurlo in una prassi religiosa – finisce poi col svuotarne il carattere numinoso e, di conseguenza, depotenziarne l’irresistibile attrazione che, malgrado l’attuale mentalità scientista, continua ancora ad esercitare fascino sulle persone. La Natura e in particolare lo spazio siderale del cielo, gli si profilano come il luogo imperscrutabile del Mistero che – come le lucciole – può ora accogliere finalmente tra le mani.
Poiefilo
[1] Il termine deriva dal greco simbiosis, composta da sun “insieme” e bios “vita”. Esso indica la profonda interdipendenza tra due o più organismi viventi o elementi diversi tra loro. In questo caso viene usato per esprimere la stretta associazione tra la dimensione fisica e spirituale della stessa e unica forma di vita.
[2] J.P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti, in




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