La riva
Cenacolo poetico

16 luglio 2026
La riva
La riva
è il sentiero
della mia vita:
l’estremo margine del tempo,
il crinale dello spirito
lungo il quale
ho camminato
con lo sguardo
teso all’orizzonte,
sgranellando i passi brevi
della mia esistenza.
Ai confini dell’anima
ho conosciuto zolle di follia
librarsi giù dal cuore,
dove, tra le anse della storia,
ho udito i rantoli del mondo.
Ho anelato il mare,
ma più della terra
il cielo ha plasmato
la mia carne.
E ora che lo sguardo
volge all’imbrunire
dei giorni miei
null’altro mi rimane
che un brandello d’amore
abitato da un sottile
respiro divino,
per varcare
questo estremo
lembo di terra
ch’è la vita.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
Più che un componimento poetico questa lirica - per il linguaggio semplice e immediato che la caratterizza - sembra una pagina di diario personale, dove il Razzano condivide col lettore, la condizione di estrema caducità della sua vita, per cui ogni cosa si gioca su un equilibrio precario. Un’esistenza vissuta sempre al confine tra il finito, l’infinito e l’assoluto, dei quali la «terra», il «mare» e il «cielo» costituiscono tre potenti metafore esplicative. Per questo la sua sembra una vita costantemente contrassegnata da una situazione di ordinaria fugacità terrena, esistenziale e spirituale, dove la tensione trascendente che sprona la sua anima lo ha condotto continuamente a valicare i confini della sua vita terrena e ad aprirsi alla follia dell’amore di Dio. Si comprende in questa chiave il senso nomadico della perenne ricerca spirituale che traspare dalla sua poetica, in particolare dalla lirica Nomade.
La Riva diventa a queste condizioni l’immagine di quel sentiero posto ai margini dello spazio, del tempo e dell’eternità. Si capisce perciò l’inciso con cui apre la sua poesia: “La riva / è il sentiero / della mia vita”: una sorta di esergo programmatico, che dà il timbro identitario della sua personalità, mai paga di sé, al contrario sempre tesa verso un Oltre e un Altro, che dia senso alla sua vita. Una tensione la sua che lo ha portato a camminare lungo i “margini del tempo”, “sul crinale dello spirito”,
tenendo costantemente “lo sguardo / teso all’orizzonte”, acquisendo quella visione sapienziale che cresce “sgranellando i passi brevi / della mia esistenza”. Un fraseggio quest’ultimo che sembra echeggiare il sapore di una preghiera salmica, secondo la quale non occorre compiere imprese straordinarie per giungere alla sapienza del cuore (cf. Sal 89,12), ovvero a quella conoscenza che scaturisce dalla capacità di scrutare le ragioni delle proprie azioni e coglierne il senso recondito, ma vivendo semplicemente, con attenzione e spirito osservativo, le relazioni umane nel vissuto ordinario del suo ambiente vitale. La costante precarietà della sua esistenza lo ha condotto ad assimilare la logica incarnativa di Dio, vissuta senza eventi trionfali, al contrario nella forma apparentemente insignificante del ‘granello di senape’, e a farne uno stile di pensiero e di vita, per il quale il frammento dell’esistenza, la fragilità della carne, la periferia socio-culturale in cui vive vengono compresi e vissuti come lo spazio, il luogo e il sentiero dell’Eterno.
Per questo motivo egli, pur nutrendo una straordinaria passione per il mare e per ciò che esso significa, e pur vivendo intensamente la terra, per ciò che essa comporta, può affermare di aver trovato nel cielo il senso che più di tutto “ha plasmato / la sua carne”, a testimonianza di quanto la Parola divina abbia inciso la sua anima e diventato la ragione della sua vita. Ed è alla luce di questa considerazione che all’“imbrunire / dei suoi giorni”, compie una sorta di bilancio della sua esistenza, della quale egli afferma che “non mi rimane / che un brandello d’amore / abitato da un sottile / respiro divino”. Una riflessione la sua che diventa un vera e propria resa esistenziale prima di valicare l’ultima “riva” della vita, quella più enigmatica e forse proprio per questa quella più potenzialmente ri-creativa dello Spirito che fa nuove tutte le cose.
Poiefilo




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