Religiosamente
- 2 minuti fa
- Tempo di lettura: 4 min
Cenacolo poetico

16 giugno 2026
Religiosamente
Religiosamente
vive l’uomo nel mondo,
quando di Dio
nutre la vita degli uomini
e d’amore impregna la terra,
sì che ogni cosa
diviene allo sguardo suo
un segno operante
della sua presenza nel mondo,
finché, intriso di mistica luce,
in lui aduna
la storia del cosmo.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
Religiosamente è l’avverbio col quale il Razzano definisce l’esistenza dell’uomo nel mondo. Una considerazione, a dire il vero, in evidente dissonanza con l’attuale realtà culturale, dove la prolungata stagione nichilista sembra aver sradicato dai più arcani meandri umani perfino le più lievi tracce dell’esistenza divina. Eppure, malgrado tutto Dio non è morto. Egli appare sì ridotto a un insignificante e impercettibile granello di senape ma è proprio questa forma a consentirci una rilettura in chiave kenotica del processo culturale che ha portato a compiere il passaggio da una visione religiosa, tipicamente medioevale, in cui Dio s’ergeva trionfante in tutti gli ambiti della vita sociale, a quella moderna e contemporanea dove viene relegato ai margini di ogni interesse culturale. Come una fenice, l’immagine di Dio riaffiora dalle ceneri della memoria umana – nella quale è stato riposto come un oggetto da soffitto – per manifestarsi nella più che mai essenziale immagine di Padre misericordioso, come scaturisce dalla parabola del figliol prodigo. E forse nessuna metafora come questa evangelica traccia la parabola esistenziale dell’uomo contemporaneo. Dopo il deicidio ritenuto necessario per l’affermazione della propria autonomia antropologica, divenuto adulto l’uomo si scopre orfano e per di più attraversato da un’angosciante solitudine esistenziale, accompagnata da forme di nevrosi e sensi di colpa che gli impediscono di vivere appieno la presunta maturità.
E chissà che non siano proprio questi drammatici epiloghi a far riscontrare l’impraticabilità di questa via e a favorire una significativa apertura al trascendente, tale da poter prospettare anche una possibile svolta esistenziale, necessaria per risignificare l’innata dimensione religiosa dell’uomo e reinterpretare la relazione divina in termini autenticamente filiali, esattamente come accade al figliol prodigo, che una volta tornato a casa del padre – alla luce del suo abbraccio paterno – lo riscopre non più come l’adolescenziale antagonista della propria realizzazione, semmai come l’interlocutore che crea autentiche condizioni di libertà dal proprio io, divenuto nel frattempo il vero imperativo autoritario della sua vita. In questo rinnovato orizzonte d’amore, quelle relazioni vissute all’insegna delle tensioni polarizzanti e conflittuali, vengono esperite come accordi armonici, equilibrate da una reciproca donazione di sé, che creano i presupposti per un’autentica esperienza di fede. L’amore, sperimentato nelle sue diverse declinazioni affettive, smette di essere una forma di possesso per divenire il luogo e la chiave interpretativa per una rilevante ri-significazione della propria esistenza.
Alla luce di questa prospettiva interpretativa che coglie l’essenza umana, viene da porsi qualche domanda: cos’è che impedisce all’uomo contemporaneo di essere autenticamente se stesso? Perché la dimensione filiale è così avversata? Cosa motiva l’idea di continuare a perseguire il sogno di un’indipendenza che, a giudicare dai risultati, snatura la sua stessa umanità? E se questa è intrinsecamente caratterizzata da un dinamismo relazionale, perché mai continuare a ripiegarsi su un io, compreso e vissuto come una monade che espone al rischio di un isolamento totale? Non è forse questo modo d’intender l’io, che induce Montale a considerare l’uomo come una “foglia incartocciata” su se stessa e a procurargli il “male di vivere” che incontra lungo i “rivi strozzati” della vita? Se questa è la situazione, allora – parafrasando l’intuizione crociana – perché non dirsi religiosi?
Ecco la profonda riflessione tacita che silenziosamente si va profilando nel cuore dell’uomo contemporaneo, e che la lirica del Razzano porta magistralmente alla luce. E lo fa senza trionfalismi, con la mite dialettica – che gli è propria – del granello di senape, forse l’immagine più emblematica della logica manifestativa di Dio, che lungi dall’essere considerata debole e ininfluente, come alcuni ritengono, è in realtà quella più specificamente autentica e incisiva, come scaturisce dalla parabola evangelica del chicco di grano, che “se non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24-26), quale prefigurazione dell’Evento Pasquale. A morire dunque non è Dio, ma l’immagine trionfalistica e imperiale, formulata da una prospettiva politica, dalla quale purtroppo si è lasciata suggestionare anche la Chiesa.
Riletta in questa prospettiva l’immagine paterna di Dio proposta da Gesù diventa quella più autentica e conforme alla natura filiale dell’uomo, quella che più di ogni altra, consente un vero e proprio sviluppo umanistico. È animato di questa visione che Razzano ha modo di affermare che “Religiosamente / vive l’uomo nel mondo, quando di Dio / nutre la vita degli uomini / e d’amore impregna la terra, / sì che ogni cosa / diviene allo sguardo suo / un segno operante / della sua presenza nel cosmo, / finché, intriso di mistica luce, / in lui aduna / la storia del cosmo”, secondo quella straordinaria intuizione teologica che fa dire a Paolo: “poi sarà la fine, quando ogni cosa sarà consegnata al Padre … e Dio sarà tutto in tutti” (cf. 1Cor 15,24.28).




Commenti