Pontifex
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Cenacolo poetico

Acerra, 23 maggio 2026
Pontifex
Son questi vissuti nell’oggi,
quei rari momenti di fasto
dove gli ultimi diventano primi,
solo per brevi momenti … s’intende,
quel tanto che basta
a suscitare l’ebrezza
d’una gioia cosparsa
di vana illusione:
d’essere giunti,
almeno una volta,
tra le luci della ribalta.
Poi il sipario si chiude
e sul palco ritorna
la scena diaria del mondo.
Tutto rimane immutato …
eppure nulla è più come prima,
giacché nel cuore dei miti
albeggia la luce
per rinascere ancora.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
“Son questi / vissuti nell’oggi, / quei rari momenti di fasto / dove gli ultimi / diventano primi”. Un incipit ermetico e a dire il vero alquanto insolito, nella poetica dell’autore. Questi versi, infatti, acquistano senso solo alla luce del titolo e della data, con i quali introduce, in modo estremamente sintetico, l’evento ispirativo del suo componimento poetico: la visita di Papa Leone XIV, nella sua terra d’origine. Un evento storico, senza precedenti, che vede coinvolta la città di Acerra – diventata inaspettatamente oggetto di attenzione nazionale – grazie anche a tutti coloro che per dovere di cronaca e gestione politica del territorio, hanno reso possibile l’evento. Una visita preannunciata, poi rimandata ed infine cancellata, per la morte di papa Francesco che l’aveva decisa e voluta. E per una strana sorte che sembra attraversare perennemente il destino di questa terra, la visita sembrava essere diventata solo una chimera. Poi la svolta: all’indomani della sua elezione, Papa Leone XIV decise di ereditare e realizzare il desiderio del suo predecessore. Ed ecco la storia.
L’evento viene tratteggiato con la tipica sobrietà letteraria dell’autore, che non si concede fraseggi baroccheggianti, ma cattura l’attenzione del lettore direttamente con una lettura qoelettiana della realtà, a tratti opportunistica, per chi considera l’evento come uno di “quei rari momenti di fasto” che difficilmente potrà ripetersi e perciò da cogliere al volo (alla “carpe diem” per intenderci); kairologica, per chi invece – destinato a vivere sempre tra gli “ultimi” – ha la possibilità, una volta tanto, di ritrovarsi tra i “primi” sulla scena sociale e nazionale. Protagonista indiscusso di questa momentanea e inattesa svolta sociale è il Pontifex, il cui titolo viene usato dall’autore nella sua etimologia latina, al fine di esaltare il suo significato originario, ovvero di “costruttore di ponti”. E di ponti occorre costruirne tanti in questa terra, dove la distanza tra i “primi” e gli “ultimi” rimane spesso abissale. Ed è di questa distanza che il poeta si fa interprete, manifestando la sua solidarietà a un popolo e a un territorio costantemente posto ai margini di ogni interesse sociale e culturale, per essere divenuto tristemente famoso con l’appellativo di “terra dei fuochi”. Un autentico paradosso se si pensa alla felice etimologia di questa regione d’Italia: Campania felix la definirono i romani, per la straordinaria fertilità della sua terra. Ma ora ridotta solo a una discarica: decisa così, da chi è abituato a decretare, in modo occulto e spregiudicato, le sorti di un popolo e di un territorio, destinato a riconvertire i rifiuti tossici di coloro che tendono a salvaguardare solo lo sviluppo di un benessere economico, ma che tutto sembra garantire tranne che il benessere fisico, psichico e spirituale delle persone. In questa corsa sfrenata al benessere i sentimenti di riscatto spirituale, tipici degli “ultimi”, vengono spesso divorati dai “grandi” alla stessa stregua dei prodotti di consumo.
Senza un adeguato fondamento culturale, morale e spirituale, in realtà, nessun evento, per quanto straordinario, è in grado di provocare un reale cambiamento. Diventare noti, senza curarsi dei motivi della notorietà serve solo a “suscitare l’ebrezza / d’una gioia cosparsa / di vana illusione”. La celebrità, oggi più che mai, chiede d’essere fondata su solidi principi morali, spirituali e culturali. Non bastano le trovate pubblicitarie di chi si spaccia protagonista della vita sociale, politica e culturale del paese: esse svaniscono con la stessa rapidità con cui fanno conseguire il successo. La notorietà per motivi di cronaca: rosa, bianca o nera che sia, è segno di uno spaventoso degrado morale e spirituale prima che culturale.
Che la poesia sia attraversata da questa amara consapevolezza, tristemente intrecciata di nostalgia per un destino che fatica a realizzarsi, è più che mai evidente. Non è difficile, infatti, scorgere tra i versi quella innata rassegnazione, tipicamente meridionale, che induce a pensare che “tutto rimane immutato … / eppure …”. Ecco profilarsi inaspettatamente il colpo di scena che dà origine alla svolta narrativa, determinata da un cambio prospettico: “nulla è più come prima”. L’origine del vero cambiamento sociale e culturale va individuato altrove “giacché nel cuore dei miti / albeggia la luce / per rinascere ancora”. La vera svolta è quella determinata dai miti, ovvero da coloro che, paradossalmente, non nutrono ambizioni di notorietà, di possesso, di dominio, di potere eppure si ritrovano ad ereditare le sorti del mondo. Questa rinnovata visione prospettica consente al lettore di andare alle radici spirituali della resilienza tipica di questa gente e di cogliere il vero significato che l’autore attribuisce al termine Pontifex. Esso non si indentifica solo con la figura del Papa, ma con tutti coloro che, animati dalla speranza, insegnano a gettare lo sguardo oltre la disfatta personale e sociale; e a intravedere in quel cambiamento sociale – prefigurato dal Vangelo – in cui “gli ultimi diventano primi”, tutto lo spessore profetico di una visione escatologica della vita.
Poiefilo




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