La Verna
- 30 mar
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Cenacolo poetico

Passio Christi 2026
La Verna
Non di rado Francesco
soleva qui recarsi:
in quest’eremo silvestre,
dove la natura appare sì
selvaggia e dura,
ma larga, poi, si concede
a chi la pace spera di trovare
nella quiete dei suoi pensieri.
E fu così pure quella volta
quando, di poco sotto
la soglia del suo travaso,
ivi giunse lacerato
nel grembo suo di padre:
nel veder tradir dai suoi,
l’ideale di Madonna povertà.
“Per cosa mai
ha più senso vivere?” –
soleva ribadire a quei pochi
che rimasero con lui
fedeli in quell’estrema
prova d’abbandono –.
E forse mai come allora
il silenzio, tanto caro,
di quel luogo,
gli apparve così vuoto
d’avvertire tutto il peso
dell’assenza.
Ma lui, di contro,
seppure addolorato,
di quel motivo fece
un’ardente desiderio
di far di sé un alter Cristo.
Ed avvenne che
in quello stato
di profonda solitudine,
nel mentre sostando
stava da remoto
tra gli anfratti delle rocce,
nel cuore suo nutriva
d’accrescere nel corpo
l’immagine crucifera del Cristo.
Di certo la cosa
apparve a lui troppo ardita,
da ripetersi più volte:
“Chi mai potrebbe
somigliarti tanto o Cristo
nell’oggi della fede?”.
E intanto che queste cose
nel cuore suo fletteva,
un serafino alato d’insolita figura,
in visio apparve a lui,
in un clima di mistica preghiera,
che, repentino, nel suo corpo
gli apparve di notare –
come poi s’accorse veri –
i segni del martirio.
La cosa fu per lui
del tutto nuova:
“un misto” – lui diceva –
“di dolore e gioia”,
e nascosta la teneva
tra le toppe lacerate del vestito,
sebbene in quella forma
vide presto quella
prediletta del suo τάο.
Egli fu in quel tempo
assai provato
che d’allora smise
pure di vedere,
per quel tracoma
contratto nel passato,
che da quel male
trasse un canto nuovo
dove la natura
s’assorella ad ogni creatura.
Non vide più di certo
con gli occhi del suo corpo,
ma d’allora l’anima sua s’estese
oltre gli orizzonti della storia,
che di quella luce
noi, quest’oggi,
viviamo ancora.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
La Verna è per la spiritualità francescana il luogo simbolo della sofferenza di Francesco, dove, ancora più che in altre circostanze, egli ha avuto modo di conformare il suo corpo all’“immagine crucifera del Cristo”. Particolarmente significativa appare perciò questa poesia, di cui l’autore ci fa dono, nel contesto dell’ottavo centenario della morte di Francesco e soprattutto della Settimana Santa, dove tutta l’attenzione dei credenti si concentra sulla Passione di Cristo. La Passio Francisci diventa in questo modo la forma attualizzata della Passio Christi, dinanzi alla quale non è possibile rimanere indifferenti. Pertanto essa costituisce l’occasione per lasciarci interpellare da quell’“ardente desiderio” che Francesco nutriva per Cristo, tanto da “far di sé un alterCristo”.
Egli giunse a questa straordinaria forma d’amore durante uno dei momenti più critici e laceranti della sua esperienza di ‘fondatore’, quando cioè cominciò a “veder tradir dai suoi, / l’ideale di Madonna povertà”, che per lui costituiva l’essenza della sua identità cristiana e la dimensione più autentica e originaria della sua vita evangelica, senza la quale non aveva “più senso vivere”. E tuttavia proprio quando sperimenta l’abisso di “quell’estrema / prova d’abbandono”, diventa destinatario di una straordinaria rivelazione divina: “un serafino alato d’insolita figura, / in visio apparve a lui, / in un clima di mistica preghiera”, tanto che “repentino, nel suo corpo / gli apparve di notare / … i segni del martirio”. Mai nessuno, prima di lui, era giunto a questa sublime forma di partecipazione alle sofferenze di Cristo. Malgrado l’evidenza egli volle tener nascosta “la cosa” ai suoi – alla stessa maniera con cui Gesù teneva nascosto il segreto della sua identità messianica a quanti si erano posti alla sua sequela – sebbene essa divenne così palese da lasciarla intravedere perfino attraverso la forma del suo saio, cucito secondo la lettera greca del “τάο”.
Si potrebbe immaginare che a seguito di questa esperienza Francesco sperimentò un periodo di serena tranquillità e invece ne seguì un tempo “di dolore e gioia”: di “dolore” perché l’infezione oculare (tracoma) “contratta nel passato” durante il suo viaggio in Egitto, lo condusse alla completa cecità; di “gioia” perché questa situazione gli dava modo di partecipare più intimamente alle sofferenze di Cristo, secondo quella testimonianza descritta da Luca nel libro degli Atti 5,41, dove si afferma che Pietro ed alcuni apostoli, dopo essere stati arrestati, interrogati e fatti flagellare dal Sinedrio, lasciarono il tribunale “lieti di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù”. Ecco una testimonianza di perfetta letizia. Ne scaturì comunque una rinnovata visione contemplativa del creato, che Francesco consegnò ai versi di quello straordinario testo poetico che segna una svolta nella storia della letteratura italiana, da tutti conosciuto come Cantico delle creature, “dove la natura / s’assorella in ogni creatura”.
A partire da quel momento egli “Non vide più di certo / con gli occhi del suo corpo, / ma d’allora l’anima sua s’estese / oltre gli orizzonti della storia, / che di quella luce / noi, quest’oggi, / viviamo ancora”. Come non cogliere in quello sguardo di Francesco le radici della nostra rinnovata sensibilità verso la natura e soprattutto le origini di quella spiritualità evangelica che ci fa sentire tutti affratellati e assorellati tra di noi.
Poiefilo




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