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Poetare

  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Cenacolo poetico





Poetare

 

Poetare

m’è come orare,

quando, d’ascolto,

mi trascende la parola,

finché – seppur tra i suoni

indomiti del cuore – essa m’assilenzia

fino al nulla mistico del cuore;

dove, silente, come l’aurora,

rimango ad aspettarne

il canto.

E poi …

e poi d’incanto

fluisce l’estro,

come un soffio d’anima

che leggero m’attraversa il cuore,

ch’io dir non posso altro

giacché è Dio

che si dice

in me.

 

 Luigi Razzano



Iconologia poetica


Il rapporto tra la poesia e la preghiera è un tema che attraversa tutta la storia della letteratura poetica, a testimonianza delle origini religiose della poesia. In diverse civiltà antiche, infatti, la poesia non è solo uno strumento artistico, ma un luogo e un modo di comunicare col Divino[1]. Questo connubio, trova nella poetica del Razzano, una straordinaria attestazione: entrambe le forme letterarie nascono dalla stessa esigenza spirituale di dare senso all’esistenza. In questa lirica, poi, egli sembra giungere perfino a identificarle, come afferma a mo’ di tesi nell’incipit del suo componimento: “Poetare / m’è come orare”. Tuttavia, nello specifico, l’identificazione avviene a due precise condizioni: passare attraverso “i suoni / indomiti del cuore”, senza lasciarsene condizionare; e mettersi in “ascolto” della parola, che per il poeta non si riduce a un semplice mezzo di comunicazione, ma assume una valenza ontologica e teologica, capace di trascendere la sua esistenza, fino a condurlo al silenzio “mistico del cuore”, ovvero a quello originario e divino, tipico del nulla primordiale, dal quale scaturisce la sua parola. In questo senso il “silenzio” e la “parola” coesistono, come parti integranti dello stesso principio ispirativo, del quale – parafrasando l’incipit teologico del Vangelo di Giovanni – si potrebbe dire: “In principio era la Parola, e la Parola era presso il Silenzio” (cf. Gv 1,1). È da qui che scaturiscono la “parola orante” e la “parola poetica”. Pertanto, come la “preghiera” anche la “poesia” non si riduce a un gioco eloquente di parole, ma costituiscono un modo con cui esprimere il silenzio di Dio, specie quando questi sembra diventare tacito dinanzi alle istanze umane, come quelle drammatiche e tragiche della sua esistenza. E tuttavia anche in queste circostanze il silenzio di Dio, per quanto possa apparire muto, assume la forma di un linguaggio, mistico – se vogliamo – ma comunque comunicativo. Dio, infatti, lungi dall’apparire sordo, come certuni credono, non è chiuso nell’aura beata della sua divinità, ma è estatico, perennemente proiettato fuori di sé – come s’addice alla natura dell’amore (cf. 1Gv 4,8) – sebbene comunichi con un linguaggio non sempre comprensibile. La questione dunque è acquisire un codice capace di interpretarlo. Per il poeta questo codice è la Parola stessa di Dio, o meglio il “Verbo di Dio”, per usare lo stesso fraseggio giovanneo. È a queste profondità che la parola orante e la parola poetica si identificano e concorrono ad esprimere lo stesso mistero originario della preghiera e della poesia.

Si capisce allora la ragione per cui il poeta fa precedere alla sua poesia orante quell’atto spirituale che i teologi mistici qualificano in termini di “kenosi”, ovvero di totale svuotamento di sé, fino a diventare una sola cosa col silenzio primordiale, nel quale “silente, / come l’aurora, / rimane ad aspettarne / il canto”. Ed è a questo livello che egli si scopre destinatario di quel dono tanto straordinario quanto misterioso che è l’ispirazione poetica, che costituisce l’oggetto della seconda parte della lirica, la cui descrizione suscita nel lettore la stessa vibrazione estatica che avvolge il poeta durante il fervore creativo. Una volta divenuto partecipe della stessa natura comunicativa di Dio, al poeta non rimane altro che cedere a Dio la propria parola, “giacché è Dio / che si dice / in lui”. Un’espressione questa con la quale l’autore traduce e rivive in chiave poetica l’esperienza mistica che Paolo vive nei confronti di Cristo, e che a noi piace parafrasare in questi termini: “Sono stato crocifisso con Parola e non sono più io che vivo, ma la Parola in me” (cf. Gal 2,20).  

 


[1] Nell’antica Grecia il poeta è un vates, ovvero il profeta, il quale parla in virtù di una forza divina capace di farsi interprete delle Muse ispiratrici, dalle quali – stando alla Teogonia di Esiodo – il poeta dichiara di aver ricevuto direttamente il dono. In Egitto i testi poetici venivano ritenuti capaci di garantire l’immortalità e il dialogo con la divinità, come attestano le loro incisioni sulle pareti delle tombe e dei templi. Celebre è l’Inno al dio Sole Ra composto dal faraone Akhenaton (XIV sec. a.C.), nel quale si pone come l’unico intermediario capace di svelare la natura dell’unico dio. Anche nella letteratura Ebraica la poesia costituisce il linguaggio dell’Alleanza e della preghiera estatica. Numerosi sono i componimenti poetici, come i Salmi, che vengono attribuiti al re Davide, dove il linguaggio poetico diventa il mezzo per esprimere i diversi atteggiamenti di supplica, lode, angoscia, disperazione, timore, tristezza … con cui ci si rivolgeva a Dio.     


Poiefilo

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