Il passo lieve dell’amore
- don luigi
- 1 gen
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Cenacolo poetico

Il passo lieve dell’amore
Fioca all’orizzonte
una luce rischiara
il passo lieve dell’amore,
che flebile m’appare allo sguardo
il suo avanzare d’aurora.
Forse l’avvento del cielo
e troppo ermetico
per questa lunga
notte d’attesa.
Ma intanto che penso
nel cuore accade l’eterno:
Dio è già venuto
tra noi!
Luigi Razzano
Iconologia poetica
Il passo lieve dell’amore è una poesia con cui l’autore invita il lettore a cogliere i segni dell’amore di Dio negli eventi critici e angosciosi della nostra epoca storica. Si tratta di segni delicati, lievi, appena percettibili, come “la luce fioca” di una lampada che appena appena si intravede all’orizzonte nel buio della notte. La sua percezione richiede perciò una particolare sensibilità spirituale, paragonabile a quella del profeta Elia che intuì il passaggio di Dio nel moto sottile e leggero della brezza che soffiava fuori la caverna dove si era rifugiato per paura di Gezabele, regina d’Israele, che aveva decretato la sua morte (Cf. 1Re 19,1-14). Da qui l’angoscia esistenziale che ne consegue. Al pari di Elia anche a noi la paura sembra aver irrigidito la nostra intelligenza e fatto smarrire i criteri interpretativi per scorgere la presenza di Dio nella storia. Egli sembra essersi chiuso all’interno di un inquietante silenzio. In realtà Dio parla, ma lo fa a modo suo, con un linguaggio comunicativo particolare: l’amore, percettibile solo da chi vive in sintonia con lui, in una frequentazione quotidiana, di tipo familiare. L’amore è un moto sottile dello spirito che è di casa nel cuore. Il cuore diviene così l’alveo in cui l’uomo impara a decifrare l’arcano linguaggio di Dio; a declinare le relazioni personali secondo il ritmo del suo amore e a modulare le attività secondo quelle della sua economia salvifica. È disponendo di questo codice divino che egli impara a riconoscere “il suo avanzare d’aurora”. Dio viene, ma nella penombra dell’aurora, per questo il suo profilo non è mai del tutto chiaro. La sua venuta sembra imminente, prossima, a tratti vicina, eppure il suo giorno tarda sempre ad albeggiare. La sua flebile luce, rischiara solo il cuore di chi, durante la notte, ha avuto la sagacia di conservare, come “la vergine sapiente” (cf. Mt 25,4), l’olio dell’intelligenza spirituale, per riconoscere i passi aurorali di Dio, nel cuore della prolungata “notte d’attesa”.
Ben diversa invece è la nostra notte epocale, dove più che dall’attesa sembra determinata dai retaggi di quell’atavica e originaria decisione (Cf. Gen 3,1-7) di svincolarsi, come il figliol prodigo, da ogni relazione paterna. Ma quel sentimento di autonoma indipendenza che nella parabola evangelica (Cf. Lc 15,11-32) insidia il cuore di un singolo, oggi sembra estendersi all’intera generazione umana. Un fenomeno globale che si sta rivelando più inquietante di ogni previsione nichilista e provocando un esodo religioso senza precedenti nella storia, con conseguenze deleterie per la fede.
Appare evidente che la poesia è attraversata da un’intensa stratificazione simbolica ricca di significati esistenziali, evocativi di altrettanti eventi biblici che si susseguono e s’intrecciano l’uno nell’altro, senza tuttavia far smarrire il filo della trama narrativa che si dipana, non senza sforzo intellettivo, nell’animo del poeta. Lo stesso sforzo e intreccio narrativo coinvolge anche il lettore. Anche costui, infatti, al pari dell’autore, “intanto che pensa”, ovvero, nel mentre si sforza di capire con la ragione l’arcano linguaggio comunicativo di Dio e interpretare i suoi segni manifestativi, viene preceduto dall’imprevedibile iniziativa di Dio: egli “è già venuto / tra noi!”. L’eterno è entrato nella storia prima ancora che l’uomo ne comprendesse le ragioni. L’attività creativa di Dio precede nel tempo quella intellettiva dell’uomo. Ma questo evento cognitivo accade nel cuore, là dove – come dice Pascal – si dischiudono le ragioni che la ragione non conosce. L’attività sapienziale di Dio sfugge all’intelligenza di chi ritiene di ingabbiarla con la propria ragione.
La poesia sembra diventare così un velato monito per quanti, pur nutrendo un’attesa di Dio e pur disponendo di una sua conoscenza scritturistica e teologica, non riescono a cogliere la sua novità negli eventi della storia. Inevitabile appare il richiamo al “popolo eletto” di ieri e di oggi, e di quanti, come lui, si rivelano incapaci di riconoscere la presenza di Dio negli insospettabili e imprevedibili “granelli di bontà” (cf. Mc 4,30-32) discreti, silenziosi, delicati e lievi della nostra civiltà: autentici “scandali” per coloro che vanno alla ricerca di segni tangibili e inconfutabili; e “stoltezze”, per quanti invece ritengono troppo insignificanti questi modi di darsi di Dio al mondo (cf. 1Cor 1,22-24). In realtà è proprio di Dio scegliere ciò che ignobile e disprezzato, stolto e debole per confondere i sapienti e i forti, affinché nessuno possa vantarsi di aver capito il suo modo di rivelarsi (cf. 1Cor 1,27-29).
Poiefilo




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