Nomade
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Cenacolo poetico

16 luglio 2026
Nomade
Con la tenda
sempre sulle spalle
ho vagato, senza posa,
come un nomade
lungo le dune della vita.
Ho amato l’arte
e cantato l’amore,
eppure solo Dio
diletta ancora
il mio cuore.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
Ancora una poesia dal sapore autobiografico, in cui l’autore, questa volta, ripercorre a ritroso la sua vita, profondamente caratterizzata da un’ansia esistenziale che lo ha portato continuamente alla ricerca di un senso che appagasse pienamente la sua sete d’infinito. Mosso da questo perenne stato d’animo rivisita e risignifica i due principali amori della sua vita: l’arte e la poesia, che per quanto siano state determinanti per lo sviluppo della sua personalità, nessuna delle due gli ha dato quella pienezza di senso che ha avuto modo di sperimentare solo in Dio: l’unico vero diletto del suo cuore. Ne scaturisce una lirica che porta alla luce il vero nucleo propulsivo della sua vita.
Sebbene con l’immagine del “nomade” tratteggi sua esistenza terrena, non è difficile interpretarla come metafora di quella spirituale. Essa diventa così l’emblema della sua tensione trascendente, costantemente in atto e mai paga dei suoi risultati, neppure di quelli spirituali. Nulla che desse tregua alla sua inquietudine, perché nulla è stato praticato per se stesso: né l’arte, né la poesia e perfino il sacerdozio. Ma tutto viene vissuto come espressione di quell’ardente e inestinguibile fuoco divino, che trova nell’immagine biblica del roveto ardente il suo principio (cf. Es 3,1-6) e nella passione per Dio e per l’uomo il suo fine. Una vita la sua perennemente trascesa dall’immagine di Dio forgiata dal Verbo nel suo cuore, divenuta nella vita l’ideale verso cui far tendere tutto se stesso (cf. Gv 1,3). Una tensione esistenziale animata dal perenne dinamismo dello Spirito che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5), e per questo mal sopporta la propensione alla vita stanziale, propria di chi trova compiacimento nel benessere materiale o negli schemi convenzionali e istituzionali della vita. E chissà che non risiedano proprio qui, in questo inesauribile dinamismo spirituale, i motivi che nutrono in lui la sua costante tensione verso l’A/altro da sé.
Senza perdere il loro linguaggio poetico, queste liriche – lette nella loro continuità cronologica e tematica – sembrano pagine di un Diario spirituale, dove l’autore racconta ai propri intimi l’opera di un Dio che va dischiudendo silenziosamente in lui il suo piano d’amore, e questo costituisce il vero ed unico motivo del suo diletto nell’oggi e nell’oltre ancora, come suggerisce il cambio del tempo verbale dal passato prossimo: “ho vagato”, “ho amato / e cantato” al presente indicativo: “diletta ancora”, col quale sembra volerci suggerire l’idea che tutta la sua esistenza sia costituita da un unico tempo verbale: il presente eterno.




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