Furia adamitica
Cenacolo poetico

11 Settembre 2001
Furia adamitica
Tra le torri un aereo
come una spola nel tempo:
corre veloce la trama
ordita da folli omicidi.
Di contro
mani operose
tessono tele
per un impero
che omologa il mondo,
e quel nodo che
per tanti è dall’odio,
è per talaltri il desiderio
recondito di essere sé.
Chi spiegherà quest’atto
di furia adamitica?
Dalla Mela alla Torri,
tra l’Eden e Babele,
forse quest’evento
è un invito a guardare
dall’A/altro la storia.
Luigi Razzano
Iconologia poetica
A Venticinque anni di distanza dal tragico avvenimento dell’attentato alle Torri Gemelle, nel quartiere di Manhattan di New York, il Razzano ci ripropone questa poesia dall’emblematico titolo: Furia adamitica, scritta all’indomani dell’evento, ma datata con la stessa significativa dell’accadimento storico; e in seguito inviata a un concorso poetico, promosso dalla trasmissione radiofonica: Zapping, pubblicata poi nel volume antologico Ondate di rabbia e di paura La voce dei poeti dopo l’11 settembre, a cura dell’allora conduttore della trasmissione Aldo Forbice, edito da Pagine - Rai/Eri. Il componimento, a parte alcune lievi modifiche, viene riproposto fedelmente dall’autore, a testimonianza dell’attuale tensione conflittuale e della sua lettura interpretativa.
L’autore tesse la sua poesia con l’intreccio di due visione polarizzanti del mondo: quella Occidentale, tipicamente americana, che in nome della libertà e della democrazia, tende a omologare le diversità culturali a sé; quella Arabo-Islamica, che a difesa delle propria identità, si sottrae a ogni tentativo di uniformismo massificante, appiattimento culturale e annichilimento religioso. Due visioni che solo apparentemente fondano la loro diversità nella rispettiva radice religiosa – spesso ridotta a una vera e propria ideologia – ma che in realtà sono mosse da antiche e nuove tensioni culturali, politiche ed economiche, che sempre più frequentemente sfociano in attentati terroristici violenti e tragici. Riletta in questa chiave polarizzante si comprende il significato del titolo: Furia adamitica, che evidenzia quella rabbia primordiale che scaturisce dalla tensione conflittuale di vedersi aggredire rispettivamente la propria identità più intima e profonda, dando luogo a una reazione che pur manifestandosi con forme culturali diversificate, fa capo alla stessa matrice violenta, come attesta l’acuta interpretazione che l’autore della lettera di Giacomo dà delle tensione che generano i conflitti interpersonali e internazionali: «Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri» (Gc 4,1-3).
Anche le metafore della Mela, delle Torri, dell’Eden e di Babele manifestano un chiaro richiamo agli episodi biblici che per quanto siano siano ascrivibili all’interno di un orizzonte religioso, offrono comunque delle chiavi di lettura per comprendere gli eventi attuali che sia pure in forme diverse, sono collegabili alla stessa mentalità ispiratrice.
A livello storico l’attentato di matrice islamica radicale, pianificato ed eseguito da un gruppo appartenente all’organizzazione terroristica al-Qaida, viene considerato come l’evento svolta che determina il passaggio dal II al III millennio, sancendo la fine della cosiddetta Guerra Fredda e inaugurando l’era della precarietà globale. Un evento che ha reso manifesta la vulnerabilità della super potenza americana e fatto insorgere la decisa affermazione dell’unione arabo islamica nel rinnovato panorama geopolitico del mondo, determinando un diffuso clima di terrore, dove ogni Stato occidentale si ritrova costantemente esposto al rischio di minacce terroristiche.
Ma al di là di ogni epilogo politico, economico, culturale, religioso l’evento storico costituisce per l’autore l’occasione di un ripensamento radicale della difficile condizione relazionale tra le due visioni polarizzanti. Da qui l’invito “a guardare dall’A/altro la storia”, come condizione fondamentale per riscoprire il senso originario del dialogo, che a livello etimologico (composto da dià“attraverso” e logos “parola”), sta ad indicare quel “movimento conversativo per cui due o più persone si lasciano attraversare dalla luce della parola tesa alla conoscenza della verità”. Si tratta perciò di una conversazione che prevede una reciproca conversione alla verità, spesso nascosta dietro le percezioni culturali. Questa reciprocità comporta la disponibilità a cambiare il proprio modo di pensare, per assimilare quello dell’altro, così da pensare la verità a partire da un triplice punto di vista: dall’Alto - ovvero da quello sguardo oggettivo qualificabile in termini di Dio - dall’altro e da sé. Si tratta perciò di creare i presupposti che inducono i dialoganti a condividere, in modo libero e senza riserve, lo specifico della propria identità, pronti ciascuno a dare ragione della propria, ma a farlo – come dice san Pietro nella sua lettera – con umiltà, mitezza e rispetto dell’uno verso l’altro (cf. 1Pt 3,15-16). Il pluralismo culturale e religioso che caratterizza la nostra realtà sociale ci impone, per così dire, il dovere di uscire fuori dalla logica dualistica della relazione, secondo la quale l’altro è il nemico da escludere o perfino da eliminare, e di entrare nella logica della reciprocità, secondo la quale – in conformità alle indicazioni evangeliche di Matteo 18,20 – la verità è nel mezzo, nel senso che la sua luce scaturisce dalla capacità e dal coraggio di rinunciare all’affermazione di sé, per lasciare emergere la verità che sussiste in mezzo ai dialoganti.
Poiefilo




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