8 Febbraio 2026 - Anno A - V Domenica del Tempo Ordinario
- 7 feb
- Tempo di lettura: 6 min
Is 58,7-10; Sal 111/112; 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16
Essere sale e luce del mondo

“Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14),
sono le parole che Gesù rivolge ai discepoli, al termine del suo discorso sulle Beatitudini, come a voler rivelare il senso della loro missione nel mondo. Essi, nella misura in cui decidono di vivere secondo lo stile evangelico delle Beatitudini, diventano “sale” e “luce” per quella parte di umanità che, come ci ricorda il profeta Isaia, “cammina ancora nelle tenebre” (cf. Is 9,1), che vive cioè un’esistenza afflitta, perseguitata, oppressa, assurda e priva di significato. È a costoro che i discepoli devono rivolgersi in primo luogo, con la gioia che scaturisce dalle beatitudini, quale condizione che permette loro di dare “sapore” e “luminosità” alla vita.
Il tema della luce è fondamentale nella Bibbia. Essa è il primo elemento creato da Dio, dopo il cielo e la terra, come a voler dire che tutto diviene visibile grazie alla luce (cf. Gen 1,3-4). Tuttavia la luce a cui allude l’autore del testo biblico, prima ancora di cosificarsi in un elemento fisico come il sole e le stelle – cosa che avviene solo al quarto giorno - è quella Sapienza, con la quale Dio trae dal nulla le cose e ne rende comprensibile il loro significato. Anche l’evangelista Giovanni, nel Prologo, riprende il tema della luce e lo esprime in termini di Verbo, col quale e in vista del quale Dio crea ogni cosa (cf. Gv 1,3). “Nel Verbo è la vita / e la vita è la luce degli uomini” (cf. Gv 1,4).
In altre parole ciò che i discepoli sono chiamati a essere nel mondo è la vita illuminata dalla Sapienza del Verbo. Pertanto essi, come la luce, devono illuminare l’esistenza delle persone senza snaturarla, esattamente come fa Gesù, quando chiamando i suoi discepoli, rivela loro la vocazione, mettendoli nella condizione di scoprire il senso autentico della loro vita: “venite vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19). Costoro, infatti, senza smettere di essere pescatori, risignificarono il loro lavoro e diventarono pescatori di uomini. Essere luce significa allora aiutare gli altri a comprendere quel senso che è già insito nella loro vita; riaccendendo la speranza nei meandri più reconditi dei loro cuori. E ciò vale in modo particolare per quanti vivono da smarriti la loro esistenza, offuscati delle sapienze umane, o ancora sono attanagliati dalle ingiustizie e persecuzioni, afflitti dalle sofferenze, sopraffatti dalle prepotenze. Più che mai in queste circostanze i discepoli “non potranno restare nascosti” (cf. Mt 5,14), al contrario dovranno essere pronti, come dice anche Pietro nella sua lettera, “a dare ragione della loro fede” (1Pt 3,15).
Allo stesso modo i discepoli sono chiamati a dare sapore a quanti vivono queste circostanze dolorose della vita; ovvero a dare senso a coloro che vivono un’esistenza scialba e insipida. Essi non devono inasprirli, né alterare le loro qualità naturali, bensì esaltarne le capacità, facendo provare loro il gusto per quello che sono chiamati ad essere. Esattamente ciò che fa il sale per gli alimenti.
Ma come si fa a essere “sale e luce del mondo”? La domanda come al solito ci induce a trovare un modo per rendere concreto e fattibile l’insegnamento evangelico di Gesù. E per fare questo non possiamo guardare che a lui e alla testimonianza di vita dei suoi discepoli. Costoro infatti oltre a trasmetterci i contenuti evangelici della vita ci insegnano anche a come tradurli nell’oggi della nostra vita ecclesiale e sociale. Nel tentativo di trovare questo modo partiamo dall’apostolo Paolo che nel brano della lettera ai Corinti, ci ribadisce ancora una volta l’importanza dell’umiltà, quale via più immediata per rendere efficace e persuasiva la predicazione del Vangelo di Cristo[1]. Paolo insiste nel dire che il suo annuncio non si fonda sull’oratoria, né sulla retorica[2] e neppure sulla conoscenza umana, ma sulla sapienza divina che viene dalla croce: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”. Per questa ragione, consapevole della potenza della parola di Cristo, “mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione” (1Cor 2,2.3). Se c’è dunque un segreto che l’apostolo custodisce gelosamente nel cuore, questo consiste nel far parlare Cristo che è in lui (cf. Gal 2,20). Solo Cristo conferisce forza e persuasione alla sua parola. Solo lui è in grado di sprigionare la potenza salvifica e santificatrice del suo annuncio evangelico. Tutto il resto è aggiunta umana che serve solo ad attirare l’attenzione su di sé.
Ma come distogliere l’attenzione da sé? Come evitare di fare leva sulla sapienza umana per propiziarci l’attenzione dei nostri ascoltatori? Occorre fare come il sale nel cibo: sciogliersi, diventare nulla, affinché il sapore del Vangelo, espandendosi attraverso la nostra testimonianza, rendi gustosa la vita delle persone. Esattamente come ha fatto Cristo, quando morendo sulla croce ha dato il suo spirito per la vita del mondo e facendosi nulla è diventato fonte di vita divina per il mondo. Si capisce allora ancora di più il senso dell’affermazione giovannea, quando dice: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4).
È a queste condizioni che possiamo lasciare riaffiorare il senso originario degli elementi costitutivi della religione, come fa il profeta Isaia nel caso del digiuno. Egli ci informa che un digiuno finalizzato a se stesso o disgiunto dall’amore verso il prossimo, non è affatto gradito a Dio. D’altra parte, che senso avrebbe una penitenza ostentata, fatta esclusivamente per essere notata? O sottoporsi a sacrifici senza lasciarsi trasfigurare dalla sofferenza? O ancora, impegnarsi a osservare fedelmente i precetti religiosi verso Dio e poi mostrarsi aspri, duri, irremovibili verso gli altri? Paradossalmente il “digiuno gradito a Dio” non consiste nel privarsi del pane, ma nel “dividerlo con l’affamato”; e la povertà non sta nel privarsi dei beni, ma nel condividerli col prossimo; e quindi nell’“introdurre in casa i miseri, i senza tetto, nel vestire gli ignudi” (Is 58,7); nello sforzarsi di eliminare dalla comunità in cui si vive non solo “l’oppressione, il disprezzo, il giudizio, l’odio” (cf. Is 58,9-10), ma tutto ciò che impedisce l’accoglienza, la valorizzazione e la stima dell’altro. Ciò che veramente promuove lo sviluppo e il progresso della vita evangelica è l’amore verso il prossimo. In tal caso “la tua luce” ovvero la fede in Dio, “sorgerà come l’aurora” e “brillerà fra le tenebre” (Is 58,8.10). Digiuno e giustizia vanno quindi motivati e informati costantemente dall’amore di Dio, principio e fondamento dell’amore verso il prossimo.
Si comprende così anche l’insistenza del Salmo 111 (112) sulla giustizia. L’autore, infatti, invita gli israeliti ad esercitarsi costantemente in essa poiché, a suo giudizio, è questa pratica quotidiana che costituisce la testimonianza più autentica dell’amore verso il prossimo. Ma chi è il “giusto” secondo il salmista? È “l’uomo pietoso che dà in prestito”, che “amministra i suoi beni secondo i criteri dell’onestà e della rettitudine”; è colui che “dona largamente ai poveri”. Chi vive secondo questi criteri e trova in essi il senso della propria vita è “felice” e la sua testimonianza di fede diventa un punto di riferimento per gli altri. Egli come un faro nelle notti tempestose della vita non “vacillerà”, al contrario sarà “saldo e fondato sulla roccia”, poiché “il suo cuore confida nel Signore” anche quando nella vita si susseguono, una dietro l’altra, le sciagure o le “cattive notizie”.
Riletta in questa chiave la vita evangelica che i discepoli sono chiamati a testimoniare non è una vita parallela a quella del mondo, né avulsa da quella sociale, ma la stessa radicalmente risignificata e trasfigurata dalle beatitudini di Cristo. Se vogliamo lo scopo del vangelo sta tutto qui: nell’impregnare d’amore divino la vita quotidiana, poiché è l’amore che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5).
[1] Per comprendere bene la ragione di questa sua insistenza sull’umiltà è necessario inserirla nel contesto della sua esperienza personale. Quando Paolo si reca all’Areòpago di Atene per portare il suo annuncio evangelico, in diverse circostanze del suo discorso fece appello alla sua conoscenza filosofica e poetica, pur di mostrarsi credibile e persuasivo ai suoi ascoltatori, ma la sua predicazione si rivelò un autentico fallimento, specie quando cominciò a parlare della risurrezione di Cristo. Forte di questa sua esperienza capì che la diffusione del Vangelo presso i gentili, non dipendeva dai suoi meriti conoscitivi e neppure dalla sua forbita arte oratoriale, ma solo dalla potenza della Parola di Cristo (cf. At 17,16-34).
[2] Benché spesso vengano confuse l’oratoria e la retorica sono distinte tra loro. Mentre la prima è l’arte di parlare in pubblico, la seconda è l’arte del saper persuadere con le parole e con ragionamenti convincenti.




Commenti