12 Aprile 2026 - Anno A - II Domenica di Pasqua
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At 2,42-47; Sal 117/118; 1 Pt 1,3-9; Gv 20,19-31
“Tu hai visto e hai creduto”:
i criteri per riconoscere il Risorto

“La sera di quel giorno … mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore … Tommaso, uno dei Dodici … non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e … non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» … Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso … e Gesù gli disse: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»” (cf. Gv 20,19-30)
Protagonista indiscusso della seconda Domenica di Pasqua è l’apostolo Tommaso, del quale la Liturgia ci propone l’episodio evangelico della sua preziosa testimonianza di fede. Una testimonianza, però – a dire il vero – alquanto travagliata, caratterizzata com’è dal dubbio e dallo scetticismo, e per questo molto vicino all’attuale sensibilità religiosa di tante persone a noi vicine. Da qui l’idea di rileggere questo episodio nel tentativo di offrire loro i criteri per riconoscere il Risorto nell’oggi della nostra fede.
In realtà quella di Tommaso è la stessa difficoltà sperimentata da tutti gli apostoli[1]. Anche loro si mostrarono diffidenti nei confronti di chi, come la Maddalena, attestò di averlo visto e parlato con lui (cf. Lc 24,10-11); e quando Gesù apparve loro, essi giunsero perfino a scambiarlo per un “fantasma” (cf. Lc 24,37). Che fossero arroccati, spaventati e contratti nella fede lo si deduce anche dal versetto introduttivo al nostro brano evangelico: “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei” (Gv 20,19). Tutto insomma lascia intendere la difficoltà che gli apostoli hanno sperimentato all’indomani di quel “mattino dopo il sabato” (cf. Lc 24,1), per quelle notizie così inaudite e apparentemente irrazionali che cominciavano a diffondersi tra di loro, specie se consideriamo il loro stato d’animo a seguito dei quei drammatici fatti della “passione e morte” di Gesù, che li avevano letteralmente gettati nello sconforto e nella confusione. Una situazione quella degli apostoli che non è difficile immaginare, se la confrontiamo con quella di tanti di noi che vivono nelle nostre comunità ecclesiali, dove, nonostante la millenaria professione di fede cristiana, fanno ancora tanta fatica a riconoscere Cristo risorto. Basti considerare le difficoltà che riscontrano nel ritrovare l’ardore della “vita nuova in Cristo” che scaturisce proprio dall’esperienza della risurrezione. E questo anche perché, come i discepoli, “non hanno ancora imparato a leggere e a comprendere le Scritture” (cf. Gv 20,9).
Proviamo perciò a esaminare attentamente i brani evangelici che la Liturgia ci propone in questo Tempo Pasquale. Nel compiere questa operazione prendiamo atto che un’autentica testimonianza di fede prevede un incontro personale col Risorto, simile a quello avuto dagli apostoli in questo brano evangelico: “venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,19-20). Non che Gesù debba diventare oggetto di una visione sensibile come la loro, ma nel senso che ne possiamo sperimentare la presenza spirituale in mezzo a noi. La stessa presenza di cui parla Gesù, quando ascendendo al Padre, promette di continuare a vivere tra di noi e nella Chiesa nella forma dello Spirito (cf. Gv 14,16; Mt 28,20). Il che significa che non basta più una fede fondata sul “sentito dire”, ma occorre più che mai una fede comprovata dall’esperienza personale. Esattamente come accade a Tommaso, che non si accontenta più di quello che gli riferiscono i suoi amici: “Abbiamo visto il Signore” (Gv 20,25), ma chiede di “mettere le sue dita nel segno dei chiodi e la sua mano nel fianco di Gesù”. Questa esigenza, contrariamente all’opinione comune, non è la richiesta di un materialista che va alla ricerca di una prova empirica e inconfutabile, simile a quella pretesa dagli illuministi del positivismo scientifico, ma quella di chi ha finalmente capito che per ‘sperimentare’ la risurrezione di Cristo occorre aver il coraggio di partecipare alle sue sofferenze, di passare cioè attraverso la sua passione e morte, come aveva ben compreso Paolo (cf. Rm 8,17; 6,8; 2Tm 2,11). Tommaso, infatti, non chiede di toccare una qualsiasi parte del corpo di Gesù, ma di “mettere il dito nella sua piaga”, ovvero di prendere parte alle sue sofferenze. La “passione e morte di Gesù” diventano in questo modo la “passione e morte di Tommaso”.
Riletto in questa prospettiva comprendiamo allora che il gesto compiuto da Gesù, al momento della sua prima apparizione agli apostoli: “mostrò loro le mani e il fianco”, costituisce il criterio fondamentale per riconoscerlo nelle vesti del Risorto. Egli non aveva altro criterio per farsi riconoscere se non quello di “mostrare loro le mani e il costato”: gli unici segni del corpo a rimanere intatti dopo la sua risurrezione. Essi costituivano perciò i segni identitari per capire che il Cristo Risorto era esattamente lo stesso Gesù di Nazaret, che si era posto liberamente e senza sottrarsi alla passione e morte. Mostrandoli, egli indica loro il criterio per riconoscerlo. Mettere la mani nei segni della passione, costituisce allora l’atto fondamentale col quale Tommaso attesta di aver definitivamente aderito alla causa evangelica di Gesù ed essersi conformato alla logica della sua sofferenza, esattamente come aveva insegnato Gesù ai due discepoli di Emmaus: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26).
Tommaso, in ultima analisi, non fa che ripercorrere lo stesso itinerario di fede compiuto da Giovanni quando, insieme a Pietro, si lasciò coinvolgere dall’annuncio della Maddalena e comprese l’autenticità della risurrezione di Gesù scendendo nel sepolcro dove, alla vista delle bende e del sudario, concluse la sua testimonianza con le seguenti parole: “vide e credette” (cf. Gv 20,8); o ancora come i due discepoli di Emmaus che lo “riconobbero nello spezzare il pane” (cf. Lc 24,31). Pertanto “Mettere il dito nel segno dei chiodi”; “scendere nel sepolcro”; “mostrare le mani e il costato” (Gv 20,20); “riconoscerlo nello spezzare il pane” (cf. Lc 24,31), costituiscono tutti modi diversi per dire la stessa esperienza di fede: ritrovarsi a tu per tu con la sofferenza di Gesù, perpartecipare personalmente alla stessa passione. È a queste condizioni che Tommaso giunge alla sua testimonianza di fede: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28). Egli non ha altro più da cercare. La sua travagliata ricerca spirituale è compiuta; la sua sete esistenziale è appagata. Gesù è diventato il suo Tutto. Raggiunto questo straordinario traguardo di fede, non è difficile immaginarlo rientrare nella comunità apostolica e vederlo, insieme a loro, “gioire nel vedere il Signore”.
Riletta in questa ottica la “pace” che Gesù dona agli apostoli diventa parte costitutiva dell’esperienza di fede: essa non è appena appena la formula di un saluto, ma la disposizione spirituale necessaria per operare un simile riconoscimento. Essa è segno della definitiva riconciliazione con Dio, quella cioè che sperimenta chi – al termine di un percorso di inquietudine spirituale – partecipa della pienezza dell’amore di Dio. La pace che Cristo posa nei cuori dei suoi discepoli è quella che mette fine alla loro prolungata resistenza e paura dinanzi alla logica della croce. È la pace di chi ha consegnato a lui totalmente la propria ragione e la propria esistenza. La fede nel Risorto non sboccia finché siamo bloccati dalla paura. Solo la pace di Cristo, che scioglie ogni tensione, ansia e preoccupazione ci dispone alla straordinaria esperienza della risurrezione. Nessuna differenza perciò tra la nostra e la fede degli apostoli, poiché nell’uno e nell’altro caso essa consiste nel riconoscere Gesù come Cristo, Figlio di Dio, perché credendo in lui possiamo partecipare della vita di Dio, compresa e vissuta come esperienza salvifica. Essa non è il risultato delle nostre riflessioni intellettive, ma un dono del Padre (cf. Mt 16,17). Si comprendono allora con maggiore chiarezza le parole di Pietro che sembrano esplicitare ulteriormente quelle di Gesù a Tommaso: “Perciò siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime” (1Pt 1,6-9).
Veramente un criterio decisivo quello che scaturisce da questa pagina evangelica. E quando qualcuno di noi, in diversi modi e forme, vivrà il Vangelo agendo nella persona di Cristo, gli altri potranno dire di lui lo stesso che Giovanni dice di Gesù: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei discepoli che non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (cf. Gv 20,30). Per noi, dunque, che pur non avendolo visto Risorto, crediamo in lui (cf. Gv 20,29), grazie anche alla testimonianza degli apostoli e di coloro che ci precedono e ci accompagnano nella fede.
[1] Tommaso vien colto in uno di quei momenti di crisi, di cui anche noi facciamo esperienza, quando delusi nelle nostre attese, veniamo attraversati dall’idea di ritornare alla vita di prima. Da qui quel pernicioso pensiero che si insinua progressivamente, come un tarlo nella nostra mente, fino a farci ritenere utile appartarci e isolarci dalla comunità, sottraendoci alle nostre responsabilità ecclesiali. Al pari dei suoi amici apostoli anche Tommaso era rimasto profondamente sconvolto dall’atteggiamento assunto da Gesù durante la sua passione e soprattutto dall’epilogo inaspettato della sua morte. Egli che per l’innanzi s’era abituato a vederlo “potente in opere e parole” (Lc 24,19), faceva fatica ad accettarlo fragile e indifeso “dinanzi ai suoi carnefici” (cf. Is 53,6-8). E non è difficile immaginarlo triste e ripetere le stesse parole dei due discepoli di Emmaus: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24,21). Ma come loro anch’egli rimane scettico davanti ai discepoli che gli ripetono: “Abbiamo visto il Signore” (Gv 20,25). E malgrado tutto si ostina nel suo scetticismo: “Se non metto le mie mani nel suo costato … io non credo” (Gv 20,25).




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