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10 maggio 2026 - Anno A - VI Domenica di Pasqua

  • 9 mag
  • Tempo di lettura: 5 min

At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21



 

21

La promessa del Paraclito

e le condizioni per accoglierlo

 



“Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,15-20).

“Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclitoperché rimanga con voi per sempre”. È la promessa che Gesù fa agli apostoli dopo aver comunicato loro che, da lì a poco, sarebbe tornato al Padre. Dinanzi allo sconforto che gli apostoli manifestano per questa sua notizia, Gesù li rassicura con la promessa dello Spirito, garantendo così la continuità della sua presenza in mezzo a loro, senza lasciarli orfani (cf. Gv 14,18). Durante il suo discorso Gesù definisce lo Spirito con tre appellativi: “Paraclito”, “Consolatore” e “Spirito di verità”. Titoli che rivelano la modalità con cui lo Spirito si rende manifesto nella nascente comunità ecclesiale. Nel tentativo di scoprire il loro significato, cogliamo l’occasione per conoscere più da vicino l’identità dello Spirito, che nonostante la millenaria indagine teologica, rimane per noi ancora un “Dio sconosciuto”, come lo definisce qualche teologo, ma grazie al quale la Chiesa ha modo di compiere la sua missione nel mondo e nella storia.

Paraclito” significa: “chiamato presso”, “invocato”, da cui l’equivalente latino ad-vocatus, cioè “Avvocato”. Egli infatti viene in-vocato in tutte le circostanze, specie quelle in cui gli apostoli si scoprono impreparati nel sapere cosa dire durante le persecuzioni, in previsione delle quali Gesù li riassicura dicendo loro: “Non preoccupatevi di quello che dovrete dire, perché in quel momento non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo” (Mc 13,11); oppure quando essi devono discernere il sostituto di Giuda (cf At 1,15-26); o ancora quando vengono invitati a “pregare per i Samaritani perché ricevessero lo Spirito Santo” (At 8,15.17); o ancora quando avvertono l’esigenza di estendere il loro annuncio evangelico anche agli Etiopi (cf. At 9,29); o in occasione dei primi battesimi ai pagani (cf. At 10,44ss).

In qualità di Avvocato, lo Spirito difende, per così dire, i suoi assistiti attraverso la sua opera consolatrice, da qui l’altro termine, con cui viene solitamente definito: “Consolatore” indica infatti “colui che sta con chi è solo”. Non a caso Gesù lo definisce l’“altro Consolatore”, per distinguerlo da lui stesso (Gv 14,16). Lo Spirito infatti li consola allo stesso modo di Gesù, durante la missione che essi sono chiamati a svolgere nel mondo, dove più che mai essi avvertono l’esigenza di avere accanto qualcuno che li aiuti a capire cosafare e come fare. Egli consola infondendo forza, intelligenza, coraggio e confermandoli nella fede (cf. At 1,8). La consolazione scaturisce perciò dalla certezza che lo Spirito sarà sempre con loro (Gv 14,16), allo stesso modo di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per questa ragione lo Spirito va inteso come dono della presenza viva ed operante di Cristo in mezzo a loro. Lo Spirito, potremmo dire, è Cristo stesso nella forma nuova della vita gloriosa.

Il terzo appellativo con cui Gesù definisce il suo dono è: “Spirito di verità” (Gv 14, 17), grazie al quale essi potranno indagare le profondità del mistero di Dio. Egli li guiderà alla comprensione della “verità tutta intera” (Gv 16,13). Lungi dall’essere una nozione astratta la “verità” di cui parla Gesù è l’essenza stessa della vita eterna, ovvero la vita relazionale che Cristo intesse col Padre, nello Spirito Santo (cf. Gv 17,3). In altre parole è la vita trinitaria. Di questa vita gli apostoli vengono resi partecipi per mezzo dello Spirito, il quale “apre loro la mente alla comprensione” (cf. Lc 24,45) del suo pieno significato. L’insegnamento che lo Spirito dovrà svolgere presso i discepoli, pertanto, non è diverso rispetto a quello già svolto da Gesù: egli, infatti, non parlerà da se stesso, né dirà qualcosa in più o meno rispetto a quello che Gesù ha detto e fatto, ma: “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14,26; 16,13-15).

Si tratta perciò di un dono che non può essere conferito a tutti indistintamente, ma solo a coloro che sono stati predisposti da Gesù col suo insegnamento. Fuori di questa disposizione non è possibile comprenderlo e ancor meno riceverlo: “Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,17). Grazie alla sua presenza, allora, anche noi, come gli apostoli, nella misura in cui entriamo a far parte della comunità ecclesiale di Cristo, veniamo predisposti a riceverlo, perché siamo stati introdotti nella stessa dinamica d’amore: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò” (Gv 14,21); “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Segno evidente di questa presenza mistica di Gesù tra i suoi è dunque l’amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Amare è perciò la principale opera che gli apostoli sono chiamati a compiere nel mondo, attraverso la predicazione. L’amore è ciò che dà prova del comandamento di Cristo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35); allo stesso tempo rende gloria al Padre: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv15,8-10); e infine attesta la fedeltà all’insegnamento di Cristo in coloro che, attraverso gli apostoli, accoglieranno e metteranno in pratica i suoi comandamenti: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” (Gv 14,21).

Tre dunque sono le condizioni che ci consentono di rendere viva ed operante l’azione dello Spirito nel mondo: la predisposizione che scaturisce dall’insegnamento evangelico di Gesù; l’accoglienza del suo dono; la relazione ecclesiale vissuta secondo il comandamento dell’amore reciproco. È animati da questo Spirito di Cristo che anche noi, come Filippo impareremo a coniugare la predicazione orale con la testimonianza evangelica della vita, giacché “le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva” (At 8,6); e a “dare ragione della fede che è in noi” (1Pt 3, 15) a coloro che ci chiedono spiegazioni sulla nostra fede, come ci esorta a fare Pietro, e questo non perché saremo capaci di fare discorsi forbiti, ma perché lasceremo operare lo Spirito che è in noi.  

 

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