26 Aprile 2026 - Anno A - IV Domenica di Pasqua
- 24 apr
- Tempo di lettura: 6 min
At 2,14.36-41; Sal 22; Pt 2,20-25; Gv 10,1-10
Il Risorto:
la porta della salvezza

“In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore … chi non entra nel recinto delle pecore per la porta … è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore … Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava. Allora Gesù disse loro di nuovo … se uno entra attraverso di me, sarà salvo … Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati” (Gv 10,1-2.6-7.9).
Rilette alla luce della “risurrezione”, queste parole che l’evangelista Giovanni colloca – a livello narrativo – prima della “passione e morte” di Gesù, acquistano il loro pieno significato, dandoci in questo modo l’idea della missione salvifica di Gesù. “Quel Gesù che è stato crocifisso” (cf. At 2,36), in realtà è il “Pastore delle pecore che Dio ha fatto tornare dai morti” (Eb 13,20), e “ha costituito Signore e Cristo” (At 2,36), per la salvezza di coloro che sperano in lui.
Una simile affermazione potrebbe risultare scontata alle orecchie di chi, come noi, è abituato a considerare Gesù “Signore e Cristo”, ma a quelle dei Giudei suonava come una presuntuosa ostentazione dell’identità di Gesù da parte di Pietro. In realtà si tratta di un’affermazione che scaturisce dall’inattesa e straordinaria esperienza della risurrezione che consente a Pietro e agli altri apostoli di riconoscere il vero significato del discorso sul Buon Pastore, tenuto da Gesù in prossimità o addirittura dentro il Tempio di Gerusalemme. Per questo è opportuno dare uno sguardo al contesto biblico, per capire la genesi del discorso di Gesù sui pastori e la ragione per cui lui giunge a fare una dichiarazione così forte. Per farlo partiamo dal capitolo precedente, precisamente là dove viene raccontata la guarigione del cieco nato (cf. Gv 9), avvenuta presso la piscina di Siloe, che secondo alcuni studiosi pare si trovasse in prossimità del cortile dei gentili, ovvero in quella parte del Tempio, dove potevano accedere anche gli “stranieri” che simpatizzavano per la fede mosaica e decidevano di seguirne i precetti. Il miracolo diventa un motivo per i Giudei per polemizzare con Gesù, palesemente contrariati per aver compiuto un simile gesto il giorno di sabato. Ne scaturisce un pretesto che consente a Gesù di parlare del ruolo dei pastori all’interno della comunità ebraica. Dalla lettura del testo originale greco emerge un indizio che si rivela piuttosto significativo, come ha evidenziato in modo acuto qualche biblista. Al v. 1 del capitolo 10 notiamo infatti che il termine che Giovanni usa per indicare il limite dell’ovile non è “recinto”, come di solito viene tradotto, ma “cortile”, in greco aulé. Questo particolare ci autorizza a pensare che Gesù quando parla del “recinto dell’ovile” si riferisce proprio al “cortile dei gentili” dove, non di rado, accadeva di assistere a spiacevoli episodi verso quegli stranieri che chiedevano di intraprendere un cammino di fede, da parte dei farisei, scribi, sacerdoti che ponevano loro pesi troppo gravosi, mentre rimanevano incuranti dello scandalo che arrecavano con la loro condotta di vita morale e spirituale. Dinanzi a questa evidente contro testimonianza Gesù, preso dalla compassione verso i gentili, si introduce nel cortile per “spingerli” fuori, con la sua predicazione e sottrarli così alla loro guida. Quest’azione di Gesù viene recepita dai Giudei come un chiaro attacco all’istituzione religiosa, dettato per di più, a loro giudizio, da un’inaudita presunzione. In realtà con essa Gesù non fa che manifestare il senso pieno della sua missione salvifica, come viene ulteriormente esplicitato anche dalle sue parole: “Io sono la porta delle pecore … se uno entra attraverso di me, sarà salvato” (Gv 10,9). Così facendo Gesù mostra il chiaro intento di considerare quelle guide come i falsi pastori di cui parlano i profeti Ezechiele (cf. cap. 34), Geremia (cf. cap. 23,1-4), e Zaccaria (cf. 11,4-17), i quali invece di portare i figli d’Israele alla libertà e alla salvezza, li opprimevano col giogo del moralismo, del legalismo e del ritualismo religioso. Anziché favorire un’autentica esperienza di fede, per far maturare in loro i presupposti della redenzione, istituivano una struttura religiosa che soffocava la loro vita spirituale. Contro questo sistema Gesù si scaglia energicamente e senza mezzi termini. Da qui la dura definizione: “ladri e briganti”.
Proviamo ora a calare nel nostro vissuto quotidiano e sociale l’affermazione di Gesù. Cosa ha in comune questo episodio col nostro status ecclesiale? A chi demandiamo il compito di guidarci verso la salvezza? Ma chiediamoci ancora più francamente: è ancora attuale la domanda di salvezza? Più onestamente: avvertiamo ancora l’esigenza di essere liberati? Se sì, da chi o da cosa speriamo di essere salvati? Qual è il ‘recinto religioso’ dal quale Gesù, oggi, ci “spingerebbe” urgentemente ad uscire? Non sarà proprio questa mentalità borghese generata dal benessere, così faticosamente conquistata e più che mai, così pericolosamente difesa, a farci considerare superflua l’azione “pastorale” di Cristo? Ma andiamo ancora più a fondo alle nostre domande: che vita è quella ecclesiale che abbiamo creato col nostro perbenismo liberale, supportata, per giunta, da una rischiosa mentalità di autosufficienza morale? Non abbiamo forse anche noi ridotto la semplicità e la freschezza della vita evangelica ad una sovrastruttura ecclesiale burocratica, moralistica e dottrinale che ormai ci sta stretta, soffocando e svilendo la vita spirituale? Questo sistema religioso che ci siamo creati non ingabbia forse il nostro spirito e ci impedisce di provare l’ebbrezza e il rischio della libertà evangelica?
Se queste domande ci “trafiggono il cuore” poniamoci allora la stessa domanda che gli astanti posero a Pietro, al termine del suo discorso: “Che cosa dobbiamo fare?” (At 2,37). A questa domanda Pietro rispose dicendo: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati” (At 2,38). Ma come tradurre questo invito battesimale di Pietro per noi che ci professiamo già credenti in Cristo? Si rivela particolarmente illuminante allora l’affermazione che lo stesso Pietro fa, questa volta, nella sua prima lettera, citando il profeta Isaia: “Dalle sue piaghe siamo stati guariti” (1Pt 2,25). “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia” (v. 24). Ecco allora la vera “porta” da attraversare: la “piaga di Cristo”. È attraverso di essa che possiamo giungere a una vita libera e liberante. Si tratta però di una “porta stretta” (Lc 22,44), le cui misure sono tali non per limitare il nostro passaggio, ma per indurci a ridimenzionare la nostra volontà autosufficiente, per conformarla a quella kenotica e obbediente di Cristo (cf. Fil 2,5-11), esattamente come lui stesso ha manifestato “quando oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1Pt 2,23). Non è possibile passare attraverso la sua porta e, se vogliamo, attraverso la sua piaga, senza aderire al suo modo di pensare e di agire evangelico. È a questo livello che occorre rinnovarsi, per mettere mano alla conversione di cui parla Pietro.
Ancora una volta, dunque, la “piaga” di Cristo costituisce la chiave di lettura per comprendere il senso delle nostre sofferenze, specie quelle che scaturiscono dal rinnegamento del nostro io. Esse ci fanno male ancora più dei dolori fisici. Pertanto, per uscire dal recinto della nostra mentalità egoica, occorre seriamente lasciarsi guidare da Cristo. È lui il pastore che ci guida per il giusto cammino attraverso le valli oscure delle nostre crisi esistenziali. È lui che col bastone della sua gioia e col vincastro della sua grazia, ci conduce alla sua casa” (cf. Sal, 22), ovvero alla pienezza della nostra vita in Dio, come Gesù stesso afferma: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). L’affermazione di Gesù ci induce a credere, allora, che ciascuno di noi, nella misura in cui aderisce pienamente alla mentalità di Cristo, è allo stesso tempo “pastore” e “porta”, per coloro che cercano la salvezza. Pastore, infatti, è chiunque si fa promotore della salvezza di Cristo, passando attraverso la porta delle sue piaghe. “Chi entrerà attraverso di lui, sarà salvo … entrerà e … troverà pascolo” (cf. Gv 10,9), per la vita eterna.




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