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14 Giugno 2026 - Anno A - XI Domenica del T.O.

  • 13 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Es 19,2-6; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8



 

Il mandato missionario



Sarcofago di Stilicone, Traditio legis (IV sec. d.C.), Basilica di Sant’Ambrogio, Milano.
Sarcofago di Stilicone, Traditio legis (IV sec. d.C.), Basilica di Sant’Ambrogio, Milano.

“Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità … li inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 9,36-10,1.5-8).


Con l’undicesima Domenica del Tempo Ordinario riprendiamo la lettura regolare del Vangelo di Matteo (prevista per questo Anno Liturgico A), e lo facciamo con un brano in cui l’evangelista ci riferisce le ragioni, le condizioni e lo scopo del primo mandato missionario conferito da Gesù agli apostoli. L’evangelista Matteo colloca questo incarico all’inizio del discorso apostolico (cf. Mt 10), a cui dedica un intero capitolo, dove Gesù, dopo aver chiamato gli apostoli (cf. Mt 4,18-22; 9,9), averli istruiti e coinvolti nella realtà del Regno di Dio da lui predicato, dà loro il mandato di annunciarlo alle “pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,6); e di farlo, però, secondo le condizioni dello stile evangelico che lui stesso ha già collaudato durante la sua predicazione: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Per comprendere più profondamente il significato di questo mandato missionario ci lasceremo guidare da una domanda: cosa induce Gesù ad inviare i suoi apostoli? Dal brano emerge chiaramente una ragione precisa: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). È la stessa espressione che troviamo anche in Marco, il quale però la inserisce nel contesto del miracolo della moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,34-44), che induce a pensare al mandato come motivato dal bisogno della fame. Invece il contesto matteano è ben altro. Durante la sua predicazione Gesù prende atto che la situazione religiosa e spirituale della sua gente è gravemente degenerata. Le folle appaiono letteralmente abbandonate a se stesse, perché coloro che erano stati chiamati a guidare il popolo alla salvezza, ossia i “farisei”, gli “scribi”, i “sacerdoti”, i “capi del popolo”, insomma tutti quelli che avrebbero dovuto svolgere una funzione guida in Israele, invece di assolvere le loro responsabilità, si preoccupavano solo di pascere se stessi, esattamente come aveva denunciato già a suo tempo il profeta Ezechiele (cf. Ez 34,2). Quella rilevata da Gesù, dunque, non è una situazione di indigenza materiale, ma di indigenza spirituale e morale. La “stanchezza” e la “fiacchezza” che lui nota nelle folle, infatti, non sono dovute alla mancata alimentazione, ma al mancato nutrimento spirituale, conseguenza della scarsa presenza di pastori. Si tratta perciò di un affaticamento spirituale che si manifesta anche a livello psicologico ed esistenziale. Pertanto, più che di pane e di acqua le folle avevano bisogno di una guida sicura, che le conducesse attraverso i sentieri spesso tortuosi, dolorosi, oscuri e perfino assurdi della vita.

Da qui la richiesta di Gesù al Padre: “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe”. Gli operai che chiede Gesù, dunque, non sono chiamati a soddisfare i bisogni contingenti della gente, ma ad annunciare in primo luogo il “Vangelo del regno”, compreso come ciò che è capace di dare senso alla vita, suscitare vigore, generare energia, avere cioè un motivo per cui spendere la propria vita. È coinvolgendole nella straordinaria avventura del Regno che essi potranno far uscire le folle fuori da quella situazione di apatia esistenziale e spirituale, che genera frustrazione, stanchezza e demotivazione. Si capisce allora la ragione per cui Matteo ponga questo mandato missionario al termine di un’intera sezione narrativa dedicata al racconto di miracoli che hanno la funzione di rendere visibile, credibile e soprattutto attraente il Regno di Dio nel vissuto quotidiano (cf. Mt 8-9). Un simile impegno missionario richiede non solo un’adeguata assimilazione dei contenuti della predicazione di Gesù, ma soprattutto una perfetta adesione alla logica del suo stile evangelico. Essi dovranno, come lui, sapersi abbandonare alla Provvidenza, fiduciosi che il Padre non farà mancare loro nulla (cf. Mt 6,25-34). Da qui la richiesta che segue al nostro brano evangelico: “Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio …, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,9).

Il brano tuttavia ci offre anche l’occasione per mettere a fuoco la metodologia evangelizzatrice di Gesù. Nell’inviare i discepoli egli dice loro: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,5-6). È interessante rilevare che con questo nuovo incarico Gesù fa compiere ai suoi il passaggio da “discepoli” ad “apostoli”. Fino a quel momento i discepoli si erano limitati sostanzialmente all’apprendimento dell’insegnamento di Gesù, ora vengono invitati ad assumersi l’onere di trasmetterlo anche agli altri. Essi vengono inviati da Gesù per lo stesso scopo e allo stesso modo con cui egli viene inviato dal Padre: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 21,21). Si tratta perciò di un compito impegnativo che comporta una notevole responsabilità, poiché da una parte presuppone l’adesione e l’assimilazione del messaggio evangelico di Gesù, dall’altra la capacità di comunicarlo e di renderlo esperibile anche ai loro interlocutori.

Ma c’è un altro aspetto rilevante che ci aiuta a capire la metodologia comunicativa di Gesù, secondo la quale egli sembra rispettare la gradualità ricettiva dei suoi interlocutori. L’ingiunzione a “non andare fra i pagani e non entrare nelle città dei Samaritani”, ma a “rivolgersi solo alle pecore perdute della casa d’Israele” potrebbe indurci a pensare a una restrizione selettiva della salvezza ai soli ebrei e ad escluderne i pagani. In realtà, con questo mandato, Gesù lascia emergere un dato culturale molto radicato nella mentalità ebraica, che ci consente di recuperare anche il contenuto della prima lettura, dove vengono descritte le ragioni per cui Dio chiama il suo popolo e che Mosè descrive in questi termini: “Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; … Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6). Il popolo d’Israele, pur essendo il principale destinatario della salvezza di Dio, aveva il compito di estenderla a tutti i popoli. Consapevole di questa responsabilità e missione universale, Gesù ritiene, in primo luogo, di rivolgere l’annuncio evangelico alla “casa d’Israele”, poiché – stando ai presupposti – avrebbe dovuto essere quella più predisposta a comprendere le rinnovate esigenze del Regno proclamato da Gesù. Paradossalmente invece accadrà esattamente l’opposto: proprio la casa d’Israele si rivela la più riluttante ed ostile nei confronti di Gesù e dei suoi apostoli. Ad ogni modo questa priorità emerge ancora più chiaramente nel libro degli Atti degli Apostoli, dove Barnaba e Paolo, nel motivare la loro apertura ai gentili, dissero: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani” (Ar 13,46). Questa apertura non fa che esplicitare quell’incarico più solenne che Gesù darà agli apostoli dopo la sua Risurrezione: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (cf. Mc 16,15; Mt 28,19), dove l’annuncio del regno assume un tono chiaramente universale, esteso a tutto il mondo e a tutti i popoli.

Rimanendo nell’ambito della metodologia evangelica, proviamo ora a soffermare la nostra attenzione sul “potere” che Gesù conferisce agli apostoli prima del mandato missionario: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni”. Non si tratta di un potere governativo, come quello avanzato dalla madre di Giacomo e Giovanni durante la salita di Gesù a Gerusalemme: “Maestro dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno” (Mt 20,21), ma di un potere spirituale, che consiste nella facoltà di contrastare l’azione del maligno, il quale tiene in scacco le persone e il mondo con le varie forme di dominio: fisico, psichico, spirituale, morale. L’opera degli apostoli consiste perciò nella capacità di educare la gente a saper riconoscere la logica con cui il “maligno” esercita il suo potere nel mondo e nel cuore delle persone; e contrastarlo attraverso segni credibili che attestino la presenza operante del Regno in atto. Da qui la necessità della preghiera: “Pregate”. La preghiera diventa così la prima condizione che gli apostoli dovranno pro-curarsi di avere nella loro predicazione, poiché è attraverso di essa che opera il Signore. Senza la preghiera nessuna azione missionaria e pastorale si rivela efficace: “Se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori” (Sal 126,1).

Questa riflessione sul brano ci induce a fare un confronto col nostro contesto ecclesiale. Al pari delle folle di allora anche la nostra gente appare stanca, sfinita, sfiduciata, depressa, spossata, scoraggiata. E non è difficile riconoscere che tra le varie cause di questa situazione vi sia anche quella di un’azione pastorale inefficace, irrilevante, poco incisiva e poco credibile, dovuta altresì a una scarsa e poco credibile testimonianza evangelica e a uno svigorito ardore spirituale che ci riguarda tutti da vicino: pastori, ministri, consacrati e laici. Anche noi, infatti, sembriamo essere tesi più a un benessere materiale che spirituale; più a conservare tenacemente le tradizioni culturali che quelle cultuali; più a difendere un liturgismo vuoto e formale che una liturgia intesa come riflesso di una reale azione di conversione delle coscienze. Sorprende perciò l’attualità della lettura interpretativa che Gesù fa della sua realtà religiosa, dove rileva l’incapacità delle guide di farsi carichi di un’azione missionaria capace di soddisfare la fame spirituale, oltre che quella fisica. Da qui qualche domanda che mette in gioco la responsabilità di ciascuno di noi all’interno della vita ecclesiale: quale contributo sono in grado di offrire alla realizzazione del Regno di Dio nel mondo? Che tipo di formazione teologica, morale, spirituale e culturale mi procuro di acquisire, per dedicarmi in modo responsabile a un’azione pastorale nella Chiesa? Cosa motiva il mio mandato missionario: il bisogno di condividere la gioia del Vangelo, oppure quello di un riconoscimento sociale? Sono animato dall’ansia di vedere il regno realizzato nel mondo, come quella di Gesù che dice: “Sono venuto a portare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc 12,49-50), oppure dall’ansia di una prestazione personale? Mi sta più a cuore la salvezza di Dio, intesa come maturazione umana, morale e progresso spirituale, oppure il benessere materiale e sociale della mia gente? La mia impostazione pastorale è più di tipo manageriale, imprenditoriale, “influenceristica” (mi si passi il termine) o spirituale? Ciascuno, volendo, potrebbe lasciarsi interpellare da queste domande e verificare la disponibilità e la qualità del proprio contributo personale, prima di rilevare l’inefficienza di quelle ecclesiale.

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