16 Agosto 2026 - Anno A - XX Domenica del T.O.
Is 56, 1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28
L’universalità della salvezza

“Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio … Ed egli le rispose: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15,21-22.26-27).
“Così dice il Signore: Osservate il diritto e la giustizia, perché prossima a venire è la mia salvezza; la mia salvezza sta per rivelarsi. Gli stranieri che … restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e … il mio tempio si chiamerà casa per tutti i popoli” (Is 56,1.6-7).
“Ecco cosa dico a voi, Gentili: (voi che)[1] un tempo siete stati disobbedienti a Dio … ora avete ottenuto misericordia”(Rm 11,13.30).
Quelli appena letti sono i brani biblici che la Chiesa ci propone quest’oggi, per mettere a fuoco il tema della XX Domenica del TO, tutto incentrato sull’universalità della salvezza. Così, dopo l’esperienza di fede di Elia e di Pietro la Liturgia della Parola ce ne offre un’altra che ha come protagonista una Cananea, considerata pagana per ragioni sociali e religiose. In questa ottica se il profeta Elia ci ha insegnato ad essere costantemente aperti alla novità del linguaggio comunicativo di Dio e Pietro a fidarci totalmente della Parola di Cristo, la donna Cananea, malgrado le sue origini pagane, ci insegna a sviluppare l’atteggiamento dell’insistenza. Ogni aspetto, a suo modo, contribuisce allo sviluppo della fede e al progressivo disvelamento della misericordia di Dio.
Per meglio cogliere il senso di questa universale manifestazione salvifica è opportuno collocare i brani biblici nei rispettivi contesti narrativi, che pur appartenendo a diversi periodi storici, sembrano accomunati da un unico obiettivo: rivelare l’originario disegno salvifico divino a tutti quei popoli che malgrado la loro infedeltà, vengono fatti oggetto del dono gratuito di Dio. Questo aspetto emerge non senza difficoltà nel brano evangelico[2], dove il dono della salvezza viene motivato da una questione morale[3], nella quale viene coinvolto direttamente Gesù, il quale esausto del continuo rifiuto del suo Vangelo, decide di uscire dalla Galilea (cf. Mt 14,34) e dirigersi verso nord, nella regione di Tiro e Sidone, per portare la salvezza anche a quei popoli ritenuti tradizionalmente pagani. Quando si trovava ancora nella periferia di questi luoghi fu raggiunto da una donna Cananea, che saputo del suo arrivo, si orientò decisamente verso di lui gridando: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio” (Mt15,24). Ci sorprende l’uso di questi appellativi biblici da parte di una pagana, tuttavia dinanzi a un simile riconoscimento messianico, ci saremmo aspettati una risposta altrettanto accondiscendente di Gesù. Invece, egli, con un fare apparentemente distaccato e freddo, non si degna neppure di “rivolgerle una parola”. Un atteggiamento decisamente insolito questo di Gesù – sempre attento ai suoi interlocutori – che crea non pochi disagi, perfino ai discepoli i quali, sconcertati, lo invitano a ravvedersi: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando” (cf. Mt 15,23). In realtà, come fa notare san Giovanni Crisostomo, questa traduzione non corrisponde alla versione originaria del testo evangelico che presenta, invece, un’espressione tutt’altro che esortativa dei discepoli: “essi, avvicinatisi lo pregavano dicendo: Mandala via! Perché deve urlarci dietro?”[4]. Si tratta di una versione che potrebbe scandalizzare qualcuno, per via dell’evidente discriminazione manifestata dagli apostoli. Ma essa è perfettamente in linea con la mentalità e le scelte apostoliche di allora che, condizionate dai pregiudizi religiosi, vedevano l’apertura della salvezza ai pagani ancora con diffidenza e sospetto[5]. Lo stesso Gesù, a giudicare dalla risposta che dà ai discepoli, sembra riflettere questa mentalità: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24). Un’affermazione apparentemente esclusivista, ma che in realtà rivela lo scopo originario della sua missione. Chi sono infatti gli abitanti della regione di Tiro e Sidone, verso i quali Gesù sta portando la salvezza, se non “le pecore perdute della casa d’Israele”? L’espressione, infatti, fa luce su un’antica discriminazione religiosa e culturale che risale ai tempi in cui il regno d’Israele fu diviso in due: il regno del nord che aveva per capitale Samaria, e quello del sud che aveva per capitale Gerusalemme. Mentre quest’ultimo era rimasto fedele al culto Jahvista, quello del nord, di cui faceva parte la donna, si era dato al politeismo, tipico del culto cananeo. Lontani dalla tradizione mosaica erano considerati pagani, e perciò esclusi dalla salvezza. Malgrado tutto Gesù rompe con questa mentalità e decide di riportare questi popoli nell’originario recinto del Regno di Dio, allo stesso modo del pastore che va alla ricerca della pecora perduta (cf. Lc 15,4-7). Ma evidentemente quest’affermazione di Gesù non basta a chiarire la questione e la donna, sentendosi discriminata, torna alla carica con un’ulteriore richiesta: “Signore, aiutami!” (Mt 15,25). Ma anche in questo caso, Gesù replica con un’affermazione che sembra precluderle ogni speranza: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. Una dichiarazione senza dubbio sprezzante, dinanzi alla quale chiunque rimarrebbe letteralmente basito. Apostrofare come “cane” una persona significava qualificarla come impura sotto l’aspetto morale e spirituale e perciò incapace di riconoscere il dono della salvezza. Ma quando tutto sembra essere precluso la donna, con un’intuizione straordinaria che lascia riaffiorare le sue antiche origini religiose, replica: “È vero, Signore, … ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15,27). Come a dire: abbiamo sì tradito le nostre origini religiose, ma ora lasciaci ritornare all’ovile. Non permettere di essere esclusi dalla tua salvezza. Una risposta della quale lo stesso Gesù rimane sorpreso e pieno di ammirazione dice: “Donna, davvero grande è la tua fede. Ti sia fatto come desideri. E in quell’istante sua figlia fu guarita” (Mt 15, 28).
Come non rileggere questo episodio alla luce della parabola della vedova molesta (cf. Lc 18, 1-8) che malgrado le resistenze del giudice non si arrende all’idea di rimanere vittima di suoi pregiudizi e convinta di ottenere giustizia, si appella alla sua misericordia come estrema soluzione della sua causa. L’episodio della donna Cananea ci dà modo di prendere coscienza di quei pregiudizi religiosi e morali che provengono dalle nostre radici culturali e che, in diversi modi e forme, condizionano la prassi quotidiana della nostra fede, fino a creare delle vere e proprie restrizioni mentali e spirituali che in non pochi casi generano conflitti relazionali e perfino di civiltà. Essi sono così radicati dentro di noi da limitare e ostacolare l’azione dello Spirito. Dinanzi a queste spiacevoli conseguenze occorre prendere atto della necessità di una vera e propria conversione mentale al piano sapienziale di Dio, senza la quale la Parola di Cristo rischia di essere limitata della sua potenza redentiva. Di questa conversione mentale sembra dare prova la donna Cananea, offrendoci così l’occasione per riflettere sulla necessità di quell’apertura mentale richiesta dalla manifestazione piena della misericordia di Dio. La fede della donna pone anche Dio nella condizione di manifestare la sua giustizia, ovvero la sua misericordia come lasciano intendere sia Isaia “Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire” (Is 56, 1), che Paolo: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordiosi verso tutti” (Rm 11, 32).
Ciascuno di noi si porta dentro questi preconcetti, anche se non sempre se ne conoscono le cause. Chiediamo perciò la sapienza dello Spirito per imparare a dar loro un volto e un nome, così da ridurre i loro condizionamenti e soprattutto per imparare a perseverare nel chiedere la salvezza, specie quando Dio sembra apparirci sordo e silenzioso o, come in questo episodio, la sua salvezza sembra esserci preclusa dallo stesso Gesù. Allo stesso modo ciascuno deve imparare ad essere determinato nel chiedere la salvezza, evitando così di cadere nella trappola dei pregiudizi che, in diversi modi e forme, il nemico sobilla dentro e fuori di noi, pur di evitarci di “conseguire la meta della nostra fede, cioè la salvezza” (1Pt 1,9).
Al termine di questa riflessione viene da chiedersi: come ci saremmo comportati al posto della Cananea qualora Gesù si fosse comportato con la stessa durezza e discriminazione anche con noi? Avremmo avuto il coraggio di insistere nella nostra richiesta? Con questo episodio allora, come con quello della vedova molesta, Gesù ci invita a sviluppare la persistenza nella fede soprattutto quando Dio ci appare silenzioso e sordo. È a queste condizioni che la fede cresce e con essa il regno di Dio in noi e in mezzo a noi.
[1] Il corsivo tra parentesi è mio.
[2] Il testo, infatti, si presenta piuttosto complesso, perché la di là della semplicità narrativa, rivela una stratificazione culturale carica di pregiudizi religiosi che non è facile districare, dal momento che i personaggi di questo racconto, come la donna, gli apostoli e lo stesso Gesù, sembrano esserne impregnati. Anche l’evangelista pare faticare non poco a registrare l’episodio, lasciando emergere una questione non ancora del tutto risolta all’epoca in cui scrive il suo racconto.
[3] Si tratta della questione relativa al puro e all’impuro, sviluppatesi a seguito della trasgressione, da parte dei discepoli, delle norme legali sul lavaggio delle stoviglie (cf Mt 15,1ss) e del cibo (cf. Mt 15, 10ss), sulla quale Gesù manifesta un evidente contrasto nei confronti delle autorità religiose, più preoccupate di osservare pedissequamente le tradizioni culturali che non di piegare il proprio cuore alla volontà di Dio, considerato da Gesù come l’istanza religiosa più autentica del culto divino.
[4] Cf. M. Galizzi, Vangelo secondo Matteo. Commento esegetico-spirituale, EDC, Torino 1995, 276.
[5] Si capisce la grande difficoltà che la Chiesa apostolica ha avuto nell’affrontare una simile questione. Lo stesso Paolo faticherà non poco a spiegare che la salvezza dei pagani rientra nel piano originario di Dio.




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