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11 Ottobre 2026 - Anno A - XXVIII Domenica del T.O.

10 ott
Tempo di lettura: 9 min

Is 25,6-10; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14



 


L’amore:

l’abito del banchetto nuziale



Pieter Bruegel il Vecchio, Banchetto nuziale (1568), Kunsthistorisches Museum, Vienna.
Pieter Bruegel il Vecchio, Banchetto nuziale (1568), Kunsthistorisches Museum, Vienna.

“Gesù riprese a parlare loro con (un’altra) parabola e disse: ‘Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi … Ma neppure di costoro se ne curarono … Allora il re … disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta … andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze … e la sala di nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,1-14).

            Dopo il triplice paragone con la “Vigna”, la Liturgia ci propone un’altra parabola in cui Gesù paragona il Regno al “Banchetto nuziale”. Questa nuova immagine ci dà modo di cogliere un ulteriore aspetto del Regno, come avremo modo di esplicitare nel corso del nostro commento al testo scritto.

La parabola racconta di un re che animato dal desiderio di condividere con gli amici la gioia delle nozze di suo figlio, decide di organizzare una festa. Preso dal fervore chiede ai servi di convocare gli invitati. Ma nota con sorpresa che tutti, uno dietro l’altro, declinano l’invito e rinunciano al banchetto. Malgrado il rifiuto il re non si scoraggia, al contrario, decide di rinnovare l’invito a tutto il popolo della sua città, senza distinzione di ceto sociale, cultura e condotta di vita. Moltissimi questa volta accettano l’invito, tanto che la sala si riempì di commensali. Felice d’essere riuscito nell’impresa decide di conoscerli personalmente, ma mentre si reca nella sala, scorge tra gli invitati uno senza il vestito nuziale. Sorpreso lo manda a chiamare e gli chiede spiegazioni in merito, ma questi non riuscendo a giustificare la sua condotta, fu cacciato fuori.

Questa conclusione della parabola a dire il vero ci sorprende un po’, perché il re con un fare decisamente inatteso, mostra un aspetto particolarmente severo, esigente e duro nei confronti di colui che fino a poco prima aveva generosamente invitato, senza badare alla sua condizione economica e sociale. Davanti a questo colpo di scena viene da chiedersi: perché il re si è comportato in questo modo? Non era forse prevedibile che un invitato povero, abituato a vivere lungo i crocicchi della strada, e per giunta convocato solo all’ultimo momento, non disponesse di un abito adeguato alla cerimonia nuziale? Per rispondere a queste domande cruciali proviamo a individuare gli elementi che strutturano la parabola, confrontando la versione matteana con quella lucana (cf. Lc 14,16-24).

Da confronto emergono alcune differenze narrative, che potrebbero suscitare qualche perplessità sull’autenticità del racconto di Gesù. In realtà si tratta di un’operazione abbastanza comune: gli evangelisti adattavano al loro uditorio l’insegnamento di Gesù, allo stesso modo con cui Gesù adattava l’insegnamento dei profeti ai suoi ascoltatori. Non di rado infatti, egli prendeva spunto dai loro testi per i suoi racconti, come abbiamo già visto domenica scorsa con la parabola dei Vignaioli omicidi (cf. Is 5,1-7) e come accade anche con questa parabola del Banchetto nuziale, il cui testo presenta diverse affinità con quello di Isaia 25,6-10 della prima lettura. Un’operazione dunque nient’affatto nuova. Con la sua parabola Gesù non fa altro che drammatizzare la formula che pone alla fine del racconto: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,14), con la quale evidenzia la differenza tra coloro che si ritenevano meritevoli della salvezza, per via della loro appartenenza al popolo eletto; e coloro che invece ne erano ritenuti esclusi, a causa della loro condotta morale, diversità religiosa, culturale ed etnica. E accadeva che proprio coloro che, sulla base della secolare tradizione religiosa e personale conoscenza teologica – come i farisei, gli scribi e i capi dei sacerdoti – avrebbero dovuto mostrare una maggiore disposizione spirituale all’insegnamento di Gesù, si rivelavano critici nei confronti di quell’atteggiamento troppo amorevole e misericordioso che mostrava verso tutti. Diversamente coloro che come gli stranieri, i gentili, gli esattori delle imposte, le donne di costumi leggeri, gli ignoranti e i ribelli della legge, avrebbero dovuto mostrarsi indifferenti a tale insegnamento, si rivelavano invece ben disposti a lasciarsi salvare da lui.

Ne scaturisce un quadro non diverso da quello disegnato nelle altre parabole. Anche in questo caso, infatti, Gesù fa la distinzione tra la prima e la seconda chiamata (cf. Mt 22,2-3.10), che a livello storico noi possiamo rileggere alla luce dell’Antica e Nuova Alleanza, ovvero tra quella stabilita con Mosè e quella istituita col Figlio. Entrambe le alleanze hanno come obiettivo la salvezza, che la parabola esprime con l’immagine del “matrimonio” e del “banchetto nuziale”, veri e propri segni e luoghi di comunione che Dio intende stabilire col suo popolo. Nonostante questa magnanima generosità il comportamento del re descritto a conclusione della parabola sembra gettare un’ombra su Dio, per diradare la quale è opportuno chiarire il significato dell’“abito nuziale”. Il suo mancato reperimento da parte dell’invitato è un espediente narrativo per evidenziare la superficialità e la negligenza con cui egli ha accolto l’invito del re. Malgrado la gratuita beneficenza ricevuta l’invitato non si è preoccupato minimamente di adeguarsi alla rinnovata condizione regale in cui il re l’aveva introdotto. In lui non è avvenuto nessun cambiamento. È rimasta la stessa persona di prima, con la stessa condotta sociale, morale e spirituale. L’invito del re, ovvero la chiamata di Dio, non ha provocato in lui alcuna trasformazione. E pur partecipando al banchetto, cioè all’elezione della comunione regale, ha continuato a vivere allo stesso modo di prima e con la stessa mentalità. Nessun passaggio dalla chiamata all’elezione è avvenuto in lui. L’“abito” è perciò il segno manifestativo dell’avvenuta conversione[1] allo stile evangelico di Cristo (cf. Ef 6,10-13; Rm 13,12-14).

Tale discorso tradotto a livello esistenziale significa che quando la fede non porta a un rinnovamento spirituale, si rischia di vanificare tutta la sua forza trasformativa e colui che la riceve si espone al fallimento totale della vita. Questo drammatico epilogo viene espresso da Gesù con l’immagine delle “tenebre” e della “dannazione” [2] (cf. Mt 22,13), che alludono a quella condizione spirituale in cui neppure la luce di Dio riesce più entrare[3]. Tutta l’esistenza viene annichilita.

Di contro a questo drammatico epilogo la metafora del “banchetto nuziale” rispetto a quella della “vigna” – che ci ha dato l’idea del lavoro e della drammatica situazione che può caratterizzare la vita del regno di Dio nel mondo – ci rimanda immediatamente alla gioia dell’amore conviviale che Dio intende condividere con noi. Un’autentica comunione divina la sua. Pertanto se c’è una ragione che spinge Dio a rinnovare la sua alleanza costantemente con noi, questa sta nel desiderio di renderci partecipi della sua gioia e di vederla pienamente realizzata in noi, esattamente come afferma Gesù: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). 

Ripercorrendo ora a volo d’uccello le parabole finora commentate possiamo trarre qualche conclusione. Nel regno di Dio possono entrarci tutti: buoni e cattivi, santi e peccatori, giusti e ingiusti, chi semina “grano” e chi semina “zizzania”, per questo Gesù non esclude la possibilità che perfino tra coloro che vengono chiamati a lavorare nel suo regno possano serpeggiare sentimenti di gelosia, invidia; alimentare dissensi e compiere perfino fatti di sangue. Come non esclude neppure la possibilità che costoro possano ricredersi e decidere di allontanarsi da lui, perché convinti di poter trovare altrove le risposte ai loro interrogativi esistenziali. Tuttavia la chiamata non garantisce affatto la salvezza, occorre diventare eletti, ovvero aderire con tutto se stessi al piano salvifico di Dio, manifestando questa adesione con uno stile di vita conforme alla logica evangelica. Il che significa dare una sterzata alla propria vita precedente e adeguarla a quella di Cristo. Solo chi converte il proprio modo di pensare, di ragionare, di relazionarsi e lavora con gioia e generosa disponibilità, mettendo a disposizione del regno tutte le proprie risorse: intelligenza, fantasia, creatività, operosità diventa idoneo alla sua realtà e pone Dio nella condizione di salvarlo. Nessuna opera compiuta per il regno dà diritto alla salvezza. Anche dopo aver lavorato intensamente per esso non bisogna sentirsi autorizzati a riceverla automaticamente. La salvezza è un dono che Dio elargisce gratuitamente anche a chi, a nostro giudizio, non è idoneo a riceverla. E occorre lasciarlo libero di agire come meglio ritiene opportuno, senza recriminarlo. Pertanto una volta dentro occorre adeguarsi alla vita divina. Chi pensa di rimanerci continuando a vivere nello stesso modo di prima, senza cioè cambiare il proprio comportamento, il proprio modo di pensare, di fare e di agire, si espone giustamente al rischio di essere cacciato via. Si tratta allora di indossare un abito nuovo, ovvero un nuovo stile di vita, conforme a quello evangelico. Non è possibile quindi pensare di rimanere nel regno, continuando ad essere avari, negligenti, oziosi, prepotenti, violenti, lamentosi, accattoni, possessivi, egoici, egocentrici senza cioè sforzarsi di trasformare questi atteggiamenti negativi in: generosità, diligenza, operosità, modestia, mansuetudine, benevolenza, felicità, eleganza, disinteresse, altruismo. È chiaro allora che il regno di Dio è fatto di questi atteggiamenti positivi ed altri simili, e che chiunque li pratica, indipendentemente dalla propria condizione etnica, culturale, sociale, religiosa prepara nell’oggi della storia quel “banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti e di vini eccellenti e raffinati” (Is 25,6) che il profeta Isaia proietta nel futuro escatologico. A noi dunque impegnarci a “strappare il velo che copre la faccia di tutti i popoli, e la coltre che copre la loro intelligenza” (Is 25,7)[4], ovvero a rendere manifesto, con la nostra testimonianza di vita evangelica il volto autentico di Dio, rivelato da Gesù, colui al quale affidiamo la nostra salvezza (cf. Is 25,9).

 

 


[1] Per quanti di noi la fede si riduce solo allo sforzo di rispettare le norme morali e i precetti religiosi, quando invece essa comporta in primo luogo una vita vissuta nella luce dell’amore reciproco, secondo le disposizioni raccomandate da Gesù nel Vangelo. La condotta morale e religiosa che tanti di noi pongono in primo piano, è per Gesù solo una conseguenza di chi aderisce totalmente al suo stile di vita evangelico e capisce che non può più assolutamente vivere come prima, ma solo assumere una dimensione spirituale che manifesti l’amore di Dio in tutti gli ambiti della vita e con tutte le persone con le quali interagisce.

[2] Il dannato è colui che prende coscienza del dono d’amore perduto quando non è più nella condizione di recuperarlo. Pur volendo, non può più ricambiarlo. La sua capacità d’amare è irrimediabilmente persa; si riscopre letteralmente impossibilitato ad esercitare l’amore, come suggerisce l’immagine delle mani e dei piedi legati di cui parla Gesù. Diviene cioè totalmente refrattario, da non essere più in grado di praticarlo, nonostante desideri farlo. Il rischio è quello di atrofizzarsi sotto l’aspetto spirituale. La refrattarietà rende non solo inabili all’esercizio dell’amore, ma crea anche una distanza tale da Dio da sottrarsi all’azione del suo Spirito. È importante quindi tenere sempre allenato lo spirito, esercitandosi con frequenti atti d’amore; allo stesso modo con cui teniamo allenati la mente con la lettura e ancor più con lo studio.

[3] In realtà, stando all’interpretazione di alcuni esegeti, sembra che la conclusione di questa parabola sia un’aggiunta dell’evangelista Matteo, con la quale ritenne di dare una risposta al grave problema di ‘lassismo morale’ che si era venuto a creare all’interno di alcune comunità cristiane da lui frequentate, dove diversi discepoli, sminuendo il valore del perdono ricevuto gratuitamente da Dio, continuavano a vivere secondo la loro precedente condotta morale, convinti che Dio li avrebbe sempre e comunque perdonati, indipendentemente dalla loro conversione. Per loro la chiamata di Cristo veniva intesa come garanzia della salvezza. Ignari che essa necessita, invece, di essere trasformata in “elezione”, ovvero in un’adesione totale libera e volontaria alla logica evangelica, che prevede quindi l’assunzione di uno stile di vita conforme all’insegnamento di Cristo. Il che significa che non è possibile salvarsi senza rinunciare al peccato, senza rinnegare il desiderio di perseguire la propria volontà. La salvezza, dunque, non è garantita né dall’appartenenza al popolo eletto, né dall’appartenenza alla Chiesa. Allo stesso modo non è assicurata né dall’osservanza della legge mosaica, né dall’essere stati battezzati. Essa è un dono che Dio, attraverso Cristo, elargisce a chiunque si converte alla sua volontà e si dispone ad attuarla costantemente nella propria vita.

[4] Il “velo” e la “coltre”, di cui parla Isaia, sono elementi simbolici per dire la dura cecità intellettiva generata dal peccato che impedisce all’uomo la piena comprensione e partecipazione all’amore di Dio.  Il profeta ne preannuncia la definitiva scomparsa, come a dire che l’umanità giungerà ad una conoscenza tale di Dio che non potrà più essere confutata dal nemico (Is 25,8). Il “banchetto di nozze” diventa così simbolo della definitiva unione di Dio con l’uomo, inaugurata dall’evento incarnativo del Figlio. Perciò lungi dall’essere intesa come una speranza che è ancora tutta da venire, la comunione con Dio è una certezza che si dischiude già nel presente dell’amore evangelico di Cristo e che si compirà pienamente solo in quella escatologica.

 

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