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25 Ottobre 2026 - Anno A - XXX Domenica del T.O.

4 minuti fa
Tempo di lettura: 9 min

Es 20,22-26; Sal 17/18; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40



 


L’amore:

sintesi della Legge ed essenza di Dio

 


Cristoforo de Predis, Gesù interrogato dai Dottori della Legge (1476), Codice miniato, Biblioteca Reale, Torino
Cristoforo de Predis, Gesù interrogato dai Dottori della Legge (1476), Codice miniato, Biblioteca Reale, Torino

“Un dottore della Legge lo interrogò per metterlo alla prova: ‘Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?’. Gli rispose: ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta le Legge e i Profeti” (Mt 22,35-40).

 

Una domanda apparentemente onesta e sincera, quella che il maestro della Legge[1] pone a Gesù, eppure Matteo ci informa che essa era mossa da un’intenzione maliziosa e provocante: il dottore infatti “lo interrogò per metterlo alla prova”. Gesù, senza lasciarsi condizionare da questo affronto, rispose citando fedelmente i passi del Deuteronomio e del Levitico: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Dt 6,5) … e il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)[2]. La risposta di Gesù ci introduce direttamente nel tema di questa Liturgia della Parola, che com’è evidente è tutto incentrato sull’amore, sul suo sviluppo semantico, ovvero su come è stato compreso, espresso e interpretato nel corso della storia e quindi su come è stato vissuto nelle sue declinazioni umane e divine. Noi cercheremo di argomentarlo a partire dal contesto narrativo in cui viene collocato dai Sinottici.

Matteo, a differenza di Luca che sia pure con qualche variante, ci riferisce lo stesso episodio (cf. Lc 10,25-28;), pone – come Marco 12,28-31 – la domanda all’interno di un dibattito piuttosto polemico: il dottore, infatti, risentito del modo con cui Gesù aveva risposto ai colleghi sulla questione delle “tasse imperiali” (cf. Mt 22,15-22) e “aveva chiuso la bocca ai sadducei”[3] – in merito alla risurrezione – (Mt 22,34; cf. 22,23-33), gli tende un’ulteriore insidia. Si tratta perciò di una discussione carica di tensione, per cui verrebbe logico e umano immaginare Gesù impegnato a difendersi da una simile aggressione, eppure dalla sua risposta si evince che conserva un clima accogliente nei confronti del dottore. Per nulla esacerbato dalla provocazione, egli espone l’argomento con calma, chiarezza e trasparenza. Nessuna tensione emerge dalle sue parole. L’evangelista Matteo non aggiunge altro. Non si sofferma neppure a descrivere il seguito del dibattito. Nulla sappiamo, infatti, della reazione del dottore.

Tuttavia ciò che a noi preme evidenziare è la mirabile sintesi della legge raggiunta da Gesù. Nel panorama delle ben 613 norme – distribuite tra precetti religiosi, morali e civili – egli va dritto all’essenza della legge (cf. Dt 6,5), ovvero all’amore verso Dio[4] – al quale vanno consegnate le tre principali forze della vita: il cuore, l’anima e la mente[5]. Stranamente però il testo del Dt 6,1-13, citato da Gesù, non ha nessun riferimento all’amore verso il prossimo. Da qui il riferimento al Levitico 19,18 che, a suo giudizio, costituisce la manifestazione visibile e concreta dell’amore verso Dio. Stando a questa interpretazione gesuana i due comandamenti risultano inscindibilmente uniti[6]. Non si può parlare dell’uno senza l’altro. Dio e il prossimo costituiscono due declinazioni dello stesso amore. Esse si integrano e si completano a vicenda. Così inteso l’amore non è solo un attributo di Dio o dell’Uomo, ma è l’essenza che li costituisce. L’amore è la pienezza della divinità (“Dio è amore” dirà Giovanni nella sua prima lettera 4,6) e come tale lo è anche dell’umanità. In questo senso, chi ama come Dio sperimenta la pienezza della propria essenza ed esistenza. In altre parole egli diviene ‘perfetto’, “com’è perfetto il Padre che è nei cieli” (cf. Mt 5,48).

La risposta di Gesù ci offre l’occasione per soffermarci su questa triade costitutiva dell’amore: Dio, l’io e il prossimo. È importante far luce sul loro significato, poiché ci aiutano a capire le potenzialità dell’amore nella nostra vita personale, ecclesiale e sociale, ma anche le derive a cui esso va incontro quando viene limitato o circoscritto all’interno del proprio orizzonte personale. Rileggendo l’amore alla luce del passo paolino di Fil 2,6, possiamo dire che esso non è una qualità che Dio custodisce in sé come un tesoro geloso, al contrario, lo rende manifesto, in primo luogo con la sua potenza creativa, con la quale dà origine al mondo e a tutte le creature. Inoltre lo condivide con l’uomo, attraverso il suo piano salvifico che si dischiude lungo tutto il cammino storico della fede biblica. L’amore è ciò che consente a Dio di uscire fuori di sé e darsi all’altro di sé, ovvero alle sue creature e all’uomo in particolare. Allo stesso modo di Dio, chi ama è chiamato a uscire fuori di sé. Senza questo movimento estatico si rischia di rimanere circoscritti all’interno del proprio io, dove l’ego costituisce l’unico referente dell’amore, e perciò l’amore diventa narcisistico, rivolto solo a se stesso[7]. Da qui la necessaria apertura all’altro da sé, ovvero al prossimo. Non a caso il termine ebraico che viene usato per indicare il “prossimo” sottolinea l’alterità, la differenza. Il prossimo è il diverso da sé. Nella versione dei LXX (traduzione greca della Bibbia ebraica) il termine assume invece il significato di “vicinanza”. Il diverso, l’altro da sédiventa colui che è vicino a sé, presso di sé, prossimo[8] per l’appunto. Questo apporto greco consente alla riflessione teologica ebraica uno sviluppo semantico del termine più a carattere universale. Il termine prossimo non indica più, come all’origine, solo le persone dello stesso clan, parenti, amici e connazionali, ma anche lo straniero che dimora in territorio giudaico e condivide la stessa esperienza di fede. Gli altri invece continuano ad essere considerati “nemici”, verso i quali era persino consentito manifestare sentimenti di disprezzo (cf. Mt 5,43). Occorre giungere a Gesù e alla sua straordinaria esperienza evangelica, per conferire al termine un significato davvero sorprendente. Esso viene esteso infatti perfino al nemico, come attestano i diversi riferimenti evangelici (Mt 5,43.48; Lc 6,27-35), tra cui la Parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,25-37). In questo senso l’amore verso il prossimo non prevede la riduzione dell’altro a sé, ovvero la rimozione della sua diversità, ma la presuppone. Esso non intende uniformare le differenze, bensì svilupparle. L’esclusione o la riduzione di questa diversità mette seriamente a rischio l’identità specifica dell’amore, così da ridurlo a egocentrismo[9], egoismo[10] o egotismo[11]. D’altra parte, un simile amore, non esclude neppure la propria individualità, anzi la valorizza. Senza di essa infatti nessun processo relazionale e d’identità sarebbe possibile. Non a caso Dio chiede di amare l’altro come se stessi, ovvero di nutrire per l’altro lo stesso amore che si coltiva per sé. Pertanto chi non ama se stesso, neppure può amare l’altro da sé. In conclusione per Gesù l’amore di Dio costituisce il principio di ogni forma d’amore, in tutte le sue declinazioni umane.

Alla luce di questa intensa riflessione sull’amore divino e umano proviamo ora a cogliere il messaggio del brano evangelico e a delineare le sue conseguenze nel vissuto relazionale e sociale. L’idea liturgica di proporre un simile brano subito dopo l’episodio del tributo a Cesare (cf. Mt 22,15-22), commentato domenica scorsa, ci permettere di intendere il tema dell’amore anche in chiave sociale. Cos’è infatti l’amore verso il prossimo se non la massima espressione della carità sociale; la prerogativa più idonea per realizzare il Regno di Dio nel mondo? In conclusione possiamo dire che tale amore – parafrasando il detto di Gesù – è “l’unico” tributo” che, al contempo, possiamo “rendere a Dio e a Cesare” (cf. Mt 22,21).

 

 

 


[1] La Legge, insieme ai Profeti e agli Scritti sapienziali costituiscono le tre parti della Tanàkh, ovvero della Bibbia ebraica. Il termine è un acronimo formato dalle prime lettere della Torah (Legge), Nebi’im (Profeti), Ketubim (Scritti sapienziali). 

[2] È interessante notare che Gesù nel rispondere non elenca i comandamenti più importanti, secondo l’ordine tracciato da Mosè nel libro dell’Esodo 20,2-17 e Deuteronomio 5,6-21, come avrebbe fatto un qualsiasi dottore, ma coniuga in un’unica e inscindibile formula letteraria, l’essenza stessa della Legge: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente e il tuo prossimo come te stesso”, abbinando in questo modo i testi di Dt 6,5 e Lv 19,18. Una simile sintesi conferma la straordinaria capacità di declinare l’amore nelle sue principali forme manifestative: verso Dio e verso l’uomo. “Da esse dipendono tutta la Legge e i Profeti” (cf. Mt 22,40).

[3] Oltre ai farisei il brano liturgico introduce anche la presenza dei sadducei che entrano in polemica con Gesù su un argomento, come la risurrezione, che essi negavano perché la ritenevano del tutto assente nei testi mosaici. Stando al racconto di Matteo neppure costoro riescono a tenere il confronto con la sapienza di Gesù. I sadducei erano membri dell’aristocrazia politico-religiosa, ricca e colta ed erano composti principalmente dalla classe sacerdotale di Gerusalemme. L’origine del loro nome risale probabilmente al sommo sacerdote Sadoc – dell’epoca salomonica – dal quale sostenevano di discendere. Pur di difendere la loro condizione sociale e preservare i privilegi che ne conseguivano non esitavano a collaborare con l’Impero Romano. Essi esercitavano l’assoluto controllo sul Tempio di Gerusalemme. Dal punto di vista scritturistico essi accettavano la Torah scritta, ma non gli scritti profetici e la tradizione orale. A differenza dei farisei – di cui erano rivali – negavano la risurrezione dei morti e l’immortalità dell’anima, come anche la presenza degli angeli.

[4] L’amore costituisce per Mosè il principio, il senso e il fine dell’esperienza religiosa ebraica e di ogni forma di relazione personale e sociale. Esso è a fondamento della Legge, ne costituisce l’essenza, il nucleo vitale (cf. Dt 5,32ss). Pertanto la Legge è la manifestazione più intima e profonda della volontà di Dio, ne rivela l’identità misericordiosa e giusta, e traccia il percorso etico-spirituale per conformare la vita delle persone a quella divina. La Legge, infatti, non solo fonda e motiva la relazione con Dio, ma regola anche quella civile e sociale. In questo senso essa costituisce il cuore pulsante della fede ebraica, l’essenza del suo pensiero teologico-civile. Nella visione ebraica infatti non è possibile scindere la relazione personale verso Dio da quella interpersonale verso la comunità ‘civile’. Esse costituiscono un tutt’uno integrale.

[5] Il cuore: con le sue diverse manifestazioni affettive filiali, familiari, amicali, erotiche …; l’anima (o spirito come viene preferito da altri), intesa come principio della vita, ovvero come ciò che conferisce il soffio vitale al corpo; la mente, come luogo d’origine delle facoltà intellettive, volitive, mnemoniche, razionali, psichiche (con le quali definiamo la nostra personalità).

[6] L’inscindibile rapporto tra amore divino e amore umano, viene perfettamente compreso da uno dei suoi discepoli più cari di Gesù: l’evangelista Giovanni, il quale nella sua prima lettera così afferma: “Se uno dice: ‘Io amo Dio e poi odia suo fratello, è bugiardo. Infatti se uno non ama il prossimo che si vede, non può amare Dio che non si vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il fratello” (1Gv 4,20-21). L’amore è l’essenza della vita divina, della quale occorre impregnare le relazioni umane. Ogni relazione è nient’altro che una forma d’amore, pertanto chi è animato dall’amore divino non può che riversarlo nelle relazioni umane. Una persona priva di questo amore divino rischia di esporsi al groviglio dei sentimenti negativi che albergano dentro di lui.

[7] L’io, in latino ego, diventa “narcisistico” quando si riferisce solo a se stesso e non ha altri referenti se non il proprio ego.

[8] La pagina biblica dell’Esodo che ci viene proposta come prima lettura, infatti, fa parte di quel cosiddetto Codice dell’Alleanza (cf. Es 22,20-26), che contiene una serie di norme spirituali-etico-sociali che rendono perfino doveroso l’aiuto verso le categorie sociali più svantaggiate, quali sono gli stranieri, le vedove, gli orfani e gli indigenti. Costoro non disponendo di nessuna forma di protezione - come possono essere quelle esercitate dal clan, marito, padre, avvocato - sono costantemente soggetti alle prevaricazioni esercitate dai potenti, come molestie, maltrattamenti, sfruttamenti, strozzinaggi, pignoramenti. E quando il popolo viene meno in questi suoi impegni fondamentali allora Dio stesso interviene in prima persona, con una serie di norme giuridiche, come quelle espresse da Es 22,20.21.24, che testimoniano l’istanza divina di regolare la vita sociale sulla base dell’amore, senza il quale nessuna forma di servizio politico, favorisce un autentico sviluppo umano sociale e personale.

[9] L’egocentrismo è l’incapacità cognitiva di uscire fuori di sé, per cui la persona vede il mondo e giudica la realtà solo dal proprio punto di vista. In realtà l’io non è una monade autosufficiente e assoluta, capace di vivere in modo autonomo e indipendente, ma una relazione. La sua intima struttura costitutiva è caratterizzata da un dinamismo relazionale. La sua chiusura verso l’altro rischia perciò di precludere lo sviluppo della propria identità. Esattamente quello che accade quando l’individuo si trasforma in individualista e l’individualità in individualismo, ovvero quando il soggetto pensa, dice e fa solo a partire da sé e in funzione di sé. D’altra parte un eccessivo disprezzo di sé e della propria individualità rischia di precludere anche l’amore verso l’A/altro. Come si potrebbe amare l’altro da sé se non si è neppure capaci di amare sé? Tra amore di sé e amore dell’A/altro esiste una relazionale dalla quale non si può prescindere. Senza questa relazione l’amore di sé rischia di sfociare nell’alienazione.

[10] L’egoismo si manifesta quando l’amore viene rivolto solo a se stesso, in maniera eccessiva ed assoluta.

[11] L’egotismo invece si ha quando l’amore tende all’autoesaltazione di sé e delle proprie qualità.

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