7 Giugno 2026 - Anno A - Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
- 6 giu
- Tempo di lettura: 10 min
Dt 8,2-3.14-16; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
L’Eucaristia:
la vita del mondo
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).

Il discorso che Gesù tiene nella sinagoga di Cafanao (cf. Gv 6,22-66), a seguito della moltiplicazione dei pani, costituisce il contesto tematico che ci consente di comprendere il senso di questo brano evangelico, col quale la Chiesa ci fa celebrare la solennità del Corpus Domini. Si tratta di un discorso particolarmente impegnativo, perché pone al centro dell’attenzione la questione della fede relativa all’identità divina di Gesù e della sua missione salvifica nel mondo. Un discorso in larga parte provocatorio e irritante, dal momento che suscita delle reazioni alquanto violente da parte dei Giudei, i quali però fanno delle osservazioni a Gesù, che mettono in seria difficoltà perfino i discepoli – apostoli compresi – ma che si rilevano di estrema importanza per chi intende compiere un autentico atto di fede. La sua affermazione “Io sono il pane della vita”, ripetuta per ben tre volte (cf. Gv 6,34.48.51), sia pure con qualche variante, costituisce effettivamente una dichiarazione audace, se non addirittura arrogante, che suona dura e pretenziosa alle orecchie non solo degli astanti di Gesù, ma degli ascoltatori di tutti i tempi. Chiunque, seppure in maniera non dichiarata ed esplicita, è attraversato dai pensieri che motivano le difficoltà dei Giudei: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (Gv 6,52). “Non è forse il figlio di Giuseppe. Di lui non conosciamo il padre e la madre?” (Gv 6,42). La conoscenza che essi avevano dell’umanità di Gesù, creava forti perplessità e scetticismo sulle sue affermazioni, specie quelle in cui dischiarava di “essere disceso dal cielo” o “di essere mandato da Dio” (Gv 6, 38.41.42.46.51); o ancora quelle in cui dichiarava di essere colui sul quale il “Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”1 (Gv 6,27), confermando in questo modo la sua origine divina; e infine quelle in cui esigeva la fede in lui come condizione della vita eterna: “chi crede in me ha la vita eterna” (Gv 6,47). Tutte dichiarazioni che sconvolgono chiunque pone alla base della fede un minimo di ragionevolezza2. In realtà lo scoglio sul quale s’infrange la ragione dei Giudei e dei razionalisti di tutti i tempi, è proprio l’atto di fede, ovvero quell’atteggiamento di fiducia in Cristo che va oltre tutti i tentativi di spiegare la sua identità divina col solo strumento della ragione. La fede è tale proprio perché presuppone un atto di fiducia reciproca, che si instaura all’interno di una relazione d’amore, corrisposta e ricambiata da una mutua stima. Per questo essa non è mai un atteggiamento cieco o sprovveduto, né dettato da un’ingenua ignoranza; neppure quando viene compiuto in modo apparentemente insensato o motivato dalla follia. Al contrario è mossa da una promessa e confermata dalla testimonianza di chi dà prova dell’autenticità delle proprie parole. Questa è la ragione per cui Gesù, dinanzi allo scetticismo dei suoi interlocutori, si appella all’autorevolezza delle sue opere per accertare la vericitàdelle sue affermazioni: “Se non volete credere a me, credete almeno alle opere che io compio” (Gv 10,38); infatti “le parole che io vi dico non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere” (Gv 14,10).
Questo atteggiamento di fiducia presuppone la disposizione interiore di chi si lascia guidare in questa relazione dall’azione misteriosa dello Spirito, il quale compie quella che Gesù definisce l’“opera di Dio”: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Infatti “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44), il che significa che “nessuno può dire che ‘Gesù è Signore’ se non è sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3), direbbe san Paolo. Un’autentica sfida, dunque, quella che Gesù lancia a chiunque, animato dall’anelito della vita eterna, interagisce con lui per trovare la via per accedervi.
Quelle espresse da Gesù sono condizioni fondamentali di cui, oggi, è estremamente importante cogliere il senso, se s’intende uscire da quella professione di fede abitudinaria e tradizionale, legata al sentito dire; che troppo spesso dà per scontata la divinità di Gesù, senza verificarla o farla scaturire da quella ragionevolezza che Giovanni, invece, si preoccupa di esplicitare in questo capitolo e più estesamente in tutto il suo vangelo. Non è possibile perciò comprendere la fede in Gesù senza queste prerogative. La sua affermazione, infatti, altro non è che la risposta a quell’anelito profondo che alberga in ciascuno di noi e che i Sinottici esprimono in modo emblematico, attraverso l’interrogativo di quel tale che chiede: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna” (Mc 10,17; Mt 19,16; Lc 18,18), e alla quale, come lui, facciamo fatica a comprendere la via per prenderne parte3.
Le difficoltà manifestate dai Giudei, dai discepoli e dagli apostoli, sono perciò anche le nostre difficoltà. Anche noi probabilmente trovandoci davanti all’affermazione di Gesù: “Io sono il pane disceso dal cielo”, avremmo risposto: “Quale segno tu fai perché possiamo crederti?” (Gv 6,30); “Chi pretendi di essere, non sei tu uomo come tutti noi?”; come puoi “darci la tua carne da mangiare?” (Gv 6,52); non capisci che “questo tuo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” (cf. Gv6,60). E non è escluso che anche noi dinanzi a queste difficoltà saremmo andati via, come fecero tanti discepoli, convinti della follia di quelle sue assurde affermazioni (cf. Gv 6,66). In realtà più che un segno che ci aiuti a credere, spesso noi cerchiamo solo pretesti per continuare a giustificare le nostre convinzioni, a difendere i nostri dubbi, magari fondando il nostro scetticismo su alcuni dati di fatto, come quelli relativi alle sue origini umane. E chissà, quante volte, pur sperimentando la meschinità delle nostre esigenze, la delusioni delle nostre scelte, facciamo poi fatica a risalire la china, per compiere quella svolta alla quale, invece, perviene Pietro: “Signore da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68-69). La sua svolta costituisce allora per noi un’autentica testimonianza di fede, dalla quale vogliamo lasciarci animare nel nostro cammino spirituale, personale ed ecclesiale, fino a trovare il coraggio di ripetere con lui: “veramente tu sei il Santo di Dio e noi ti abbiamo creduto e conosciuto” (Gv 6,69).
Diverse sono allora le questioni che sembrano emergere, in modo chiaro, da questo brano evangelico e che noi potremmo sintetizzare nei seguenti interrogativi: Chi è Gesù? Le sue parole sono veramente degne di fede? In cosa consiste la vita eterna di cui parla? E qual è la via che lui propone per raggiungerla? Alle prime due domande abbiamo già dato una risposta. Rimangono perciò quelle relative alla vita eterna. Riguardo a questo argomento, dall’affermazione di Gesù,comprendiamo che essa non corrisponde all’immortalità (dell’anima), né alla sua trasmigrazione da un corpo all’altro (meglio conosciuta come “reincarnazione”); e neppure alla vita che viene dopo la morte, come promettono tutte le esperienze religiose, ma a quella che scaturisce dalla risurrezione del corpo e consente di accedere alla comunione d’amore che lui condivide col Padre: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che tu hai inviato: Gesù Cristo” (Gv17,3). La vita eterna dunque è essenzialmente una vita relazionale, che presuppone una conoscenza, non nel senso filosofico del termine, dove viene ridotta solo a un sapere intellettivo, ma teologica, ovvero una partecipazione integrale alla vita di Dio attraverso l’amore, fino a diventare con lui una sola cosa. Da qui l’impossibilità di accedervi da soli, col nostro tipico individualismo spirituale. Si capisce allora che senza la fede in Gesù, compreso come Figlio, non è possibile accedervi: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha inviato” (Gv 6,29).
Ecco allora che con la sua affermazione: “Io sono il pane della vita” – riletta alla luce delle altre dichiarazioni: “Io sono la porta” (Gv 10,9) e “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) – Gesù manifesta la coscienza di essere la condizione fondamentale per prendere parte alla comunione col Padre. Si tratta tuttavia di una relazione alla quale non è possibile pervenire senza essere stati chiamati dal Padre: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6) o “Nessuno viene a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,6.44), perché “Io e il Padre siamo una sola cosa” (Gv 10, 30)4. La chiamata di Dio è imprescindibile, fondamentale. Senza di essa nessuna fede in Cristo è possibile, benché meno nell’eucaristia. Si tratta perciò di un dinamismo relazionale nel quale bisogna entrare se si vuole cogliere l’autorità divina di Gesù e il valore profondo del suo dono eucaristico.
A questa comunione d’amore non si giunge in modo idilliaco, ma solo passando attraverso il deserto, la cui funzione viene emblematicamente descritta nella prima lettura: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame … per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cf. Dt 8,2-3). Il deserto, nel quale Dio introduce il suo popolo, non è appena un luogo geografico, ma una prova necessaria, nella quale viene condotto chiunque decide di intraprendere seriamente un cammino di vita spirituale ed ecclesiale. Si tratta di entrare in una logica di purificazione della mente, del cuore e della memoria, attraverso un cammino di precarietà esistenziale, di nomadismo spirituale e di intelligenza pellegrinante, con cui Dio ci abitua a scoprire l’essenzialità della vita, spogliandoci gradualmente di tutto, perfino del necessario, per giungere solo all’indispensabile. Il deserto nel quale Dio introduce anche noi può assumere diverse forme, come quella di una sconfitta, di un fallimento, di una crisi spirituale o di una malattia personale, con cui ci educa a scoprire il senso della vita e a maturare le nostre scelte esistenziali. Abituati come siamo a vivere una vita complessa e articolata come la nostra, queste esperienze di deserto ci appaiono lontane e per certi versi ci spaventano un po’, eppure si rivelano quanto mai indispensabili, per prendere coscienza della presenza operante di Cristo in noi, e di quanto egli sia determinate per la salvezza eterna.
È alla luce di questo orizzonte teologico che si coglie la ragione per cui la Chiesa ci fa celebrare la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo dopo quella della Pentecoste e della Santissima Trinità, come a dire che solo invocando lo Spirito Santo possiamo accedere alla comunione d’amore della vita divina e solo partecipando di questo mistero possiamo cominciare a intuire la profondità abissale del dono d’amore che Gesù ci fa di sé attraverso l’Eucaristia. Paolo, nella sua prima lettera ai Corinzi, ce lo spiega in termini di comunione col corpo di Cristo (cf. 1Cor 10,16-17)5, condizione fondamentale che porta il discepolo a condividere la stessa logica di vita di Gesù che si fa dono per l’altro. L’Eucaristia diventa allora per noi il volto della trasparenza divina che ci lascia intravedere, sin d’ora, la bellezza della comunione trinitaria e della vita eterna. Essa costituisce perciò il segreto che rende possibile l’unità all’interno della Chiesa e la ragione che fonda e motiva il nostro amore oblativo per l’uomo e per il mondo.
1 Mettere il sigillo sulla cera o sulla cera nell’antichità serviva a garantire la proprietà, l’autenticità e l’autorità di un documento. Gesù usando questa metafora intende affermare la sua identità divina.
2 È chiaro che il discorso riportato da Giovanni, più che trattarsi di ipsissima verba Jesu, ovvero di parole autentiche di Gesù, è una riflessione personale strutturata secondo una logica narrativa che corrisponde a quella di una catechesi sulla fede, rivolta alla sua comunità. Ciò non significa che egli abbia inventato il discorso in modo arbitrario, ma che lo ha riorganizzato in base alle sue intuizioni teologiche.
3 Non sono pochi quelli che continuano a credere di entrarvi in virtù della propria forza di volontà, o facendo appello all’osservanza dei precetti religiosi, o perseguendo l’originaria tentazione adamitica di impossessarsi del potere della vita. Tutti modi che rivelano l’illusione di accedervi in modo autonomo e indipendente da Dio, esattamente come pensa di fare Adamo quando ritiene di appagare la sua sete di eternità impossessandosi della conoscenza del bene e del male e dell’albero della vita (cf. Gen 3,22).
4 Lo scetticismo dei Giudei nei confronti Gesù ha radici ben più profonde. Esso si fonda su quello verso Dio. Essi infatti non credono in Gesù perché prima di tutto non credono nel Padre, come colui che lo ha inviato: “Voi non avete mai udito la sua voce né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha inviato” (Gv 5, 37-38). In altre parole, essi non credono in Gesù perché non sono disposti a riconoscere che le sue opere vengono dal Padre (cf. Gv 10, 30-38; 14, 10-11), al contempo, non credono nel Padre perché non intendono riconoscere l’intima relazione che sussiste tra Gesù e il Padre: “Io e il Padre siamo una sola cosa” (Gv 10,30).
Le resistenze e le difficoltà che si provano nell’accedere a questa relazione intima e divina tra Dio e Gesù sono provate anche dal fatto che l’evangelista Giovanni torna spesso sull’argomento, in tutto il suo Vangelo, quasi a lasciarci intendere il modo con cui egli concepisce la fede. Più che un cammino lineare scandito da tappe, essa consiste in una dinamica relazionale, caratterizzata da esperienze sempre più profonde di Dio, che si susseguono con un andamento sinfonico: il Padre rivela l’autorità del Figlio nella comunione dello Spirito (cf. Lc 9,35) e il Figlio rivela l’identità paterna di Dio, nella comunione dello stesso Spirito (Gv 14,11). Fuori da questa relazione ci si espone al rischio dello scetticismo razionale, tipico di coloro che come i Giudei si sottraggono alla comunione d’amore dello stesso Spirito. Giovanni sviluppa questa dinamica attraverso un linguaggio simbolico, dove ogni significato si risolve sulla base di un duplice livello: esteriore e interiore, visibile e invisibile. Essi si richiamano a vicenda, l’uno nell’altro, in modo complementare. Il primo offre una serie di segni che hanno la funzione di orientare il cammino del discepolo verso una progressiva maturazione. Attraverso questi segni Giovanni invita costantemente a compiere il passaggio da una comprensione empirica ad una teologica. Solo chi giunge a questa seconda comprensione ha modo di radicarsi nella fede in Cristo. È a questo secondo livello che lo Spirito ci schiude il significato del pane eucaristico.
5 “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane”.




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