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21 Giugno 2026 - Anno A - XII Domenica del T.O.

  • 20 giu
  • Tempo di lettura: 8 min

Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33



 

“Non abbiate paura”





“Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo … Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli»” (Mt 10,28.32-33).

“Non abbiate paura” è l’esortazione che Gesù rivolge agli apostoli poco prima di farli partire per la loro prima missione evangelizzatrice, presso le “pecore perdute della casa d’Israele” Mt 10,6). Si tratta di una esortazione fondamentale dal punto di vista pedagogico e metodologico, con la quale Gesù, dopo il periodo di formazione, stimola i suoi a lasciare le sicurezze della cerchia ristretta degli amici e ad avventurarsi nella difficile realtà della vita sociale dove, con molta probabilità, incontreranno accoglienza, ospitalità e adesione, ma anche resistenze, rifiuti e perfino forme di persecuzioni a causa del Vangelo di Gesù. Non è difficile perciò immaginarlo rivolgersi loro e dire: “Ricordatevi della parola che vi ho detto: un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra, se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (cf. Gv 15,20). Pertanto quella di Gesù è un’esortazione che ci lascia intuire lo stato d’animo degli apostoli, colmo di timore e perché no, anche di incertezze, insicurezze e preoccupazione, dinanzi a un incarico tutto nuovo e che ora, per giunta, dovranno svolgere per la prima volta senza la presenza fisica del maestro. Gesù percepisce questa loro situazione e li incoraggia a non cedere alla paura, da qui le sue parole: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.

Con queste parole Gesù aiuta gli apostoli a prendere coscienza delle possibili conseguenze a cui vanno incontro 1. In effetti il Vangelo che essi dovranno annunciare è sì una “Buona Novella”, ma si tratta anche di una realtà che cozza contro la mentalità del mondo, per questa ragione il loro annuncio potrà generare conseguenze spiacevole e, in non pochi casi, perfino reazioni violente. Pertanto quella a cui gli apostoli vanno incontro è la sorte riservata a tutti coloro che, come Gesù, sono destinati ad essere un “segno di contraddizione” (cf. Lc 2,34) per quanti aderiscono e vivono secondo la logica del mondo. La loro, in ultima analisi, è la sorta dei profeti. Si capisce perciò il riferimento al brano di Geremia propostoci dalla liturgia.

Geremia è uno di quei profeti che, suo malgrado, è chiamato ad emettere un verdetto di condanna contro la classe governativa di Giuda a causa della sua infedeltà a Dio. Egli avrebbe voluto creare con loro una relazione amabile, annunciando cose gradevoli, come era nel suo carattere, ma la circostanza gli impone tutt’altro. È costretto ad assumere un comportamento duro, contrario alla sua indole pacifica. Per questa ragione egli viene bersagliato, calunniato e perseguitato da parte di coloro che si vedono mettere in discussione la gestione del proprio potere. Perciò essi attendono l’occasione propizia per coglierlo in fallo, per denunciarlo e prendersi la loro vendetta (cf. Ger 20,10). Paradossalmente la prova alla quale sottopongono il profeta produce effetti contrari a quelli sperati: Geremia, lungi dal cedere alle loro lusinghe o lasciarsi provocare dalle loro accuse, rimane saldo in Dio, fedele al suo mandato, evitando in questo modo di scivolare nella confusione. La sua fedeltà a Dio e alla sua causa (cf. Ger 20,12), costituiscono la strategia migliore per superare quella crisi, convinto com’era di essere da lui difeso. E Dio, non senza sorpresa, si rivela come un “prode valoroso” al suo fianco, permettendo a Geremia di diventare, in questo modo, un segno di contraddizione, contro il quale nessuno dei persecutori riesce a prevalere (cf. Ger 20,11) 2. La sorte del profeta diventa così prefigurativa di quella degli apostoli: essi non dovranno ritenersi più grandi o più scaltri del loro maestro (cf. Mt 10,26), al contrario, subiranno le stesse conseguenze: pertanto se hanno perseguitato lui non faranno da meno con loro. E tutto questo solo a causa del nome di Gesù e del suo vangelo (cf. Gv 15,20-21).

Eccoci allora giunti al senso del nostro brano evangelico, col quale Gesù fa luce sull’identità dei persecutori. Immaginiamolo allora rivolgersi agli apostoli con parole più o meno simili: “Badate che vi sono alcuni persecutori che hanno il potere di uccidere il corpo, ma non l’anima; ve ne sono altri invece che hanno il potere di uccidere sia il corpo, sia l’anima. È da costoro che dovete guardarvi in modo particolare (cf. Mt 10,28). Essi infatti, con raffinate forme di tortura, oltre a procurare tormenti fisici, tali da far crollare perfino il discepolo più attento, sono in grado di insinuare dubbi nell’anima, da mettere in discussione la presenza e l’opera del Padre, fino a farvi sentire completamente abbandonati da lui. Anche in queste circostanze non dubitate, poiché la salvezza scaturisce non tanto dalla resistenza e dalla tenacia nella prova, quanto dalla perseveranza, dalla fedeltà alla causa evangelica e dalla piena fiducia nel Padre. È qui il segreto della vittoria, come attesta per altro anche la mia perseveranza durante le tentazioni” (cf. Mt 4,1-11).

A garanzia di questa fedeltà del Padre, Gesù invita i discepoli ad osservare la modalità con cui Dio si prende cura anche delle creature più piccole e insignificanti, come può essere un passero. Se egli provvede alla loro vita col cibo quotidiano, quanto più provvederà alla difesa di un suo figlio nei momenti di bisogno (cf. Mt 10,29). Egli è così attento da conoscere perfino il numero dei capelli del loro capo, perciò nessun timore: i figli valgono molto più dei passeri (cf. Mt 10,30-31). Ecco la certezza incrollabile che deve albergare nell’animo dei suoi discepoli. La fiducia che Gesù chiede loro è la stessa che lui ha nel Padre. Le persecuzioni costituiscono senza dubbio una dura prova di fede, ma paradossalmente creano anche le condizioni per un’autentica testimonianza. Si tratta di una testimonianza decisiva. Da essa dipenderà la credibilità del messaggio evangelico. Questa è e rimane la testimonianza a cui sono chiamati tutti quei discepoli che, in ogni epoca storica, hanno il coraggio di inoltrarsi nell’avventura del Vangelo.

Proviamo ora a considerare cosa comporta questo discorso di Gesù per il nostro percorso formativo e per la nostra missione evangelizzatrice nel mondo. Letto con attenzione questo brano ci permette di entrare nell’animo di Gesù e in quello dei suoi discepoli. Gesù sa che è giunto un momento fondamentale per i suoi discepoli: essi hanno visto e sentito quanto era necessario per la loro formazione. Ora dovranno dare prova della loro ricezione e della loro predicazione evangelica. Anche i discepoli sanno che è giunto per loro un momento decisivo. Fino ad ora hanno imparato a stare con Gesù e, grazie a lui, a conoscere la misteriosa realtà del Regno di Dio. Durante il discepolato lo hanno accompagnato nella sua predicazione e assistito alla sua opera. Ora devono dar prova di saper fare come lui.

Osservando Gesù e i discepoli nelle loro operazioni, ci chiediamo se non sia giunto anche per noi il momento di una svolta: da qui la necessità di lasciarci interpellare dalla qualità della nostra fede e dell’attuale realtà ecclesiale. Considerando l’ambiente nel quale viviamo, prendiamo atto che, sebbene sia completamente cambiato il contesto sociale e culturale, le difficoltà legate all’annuncio del Vangelo sono rimaste sostanzialmente le stesse. Gli stessi slanci, gli stessi entusiasmi, ma anche le stesse paure, le stesse incertezze, le stesse insicurezze, perciò non è difficile immaginarci Gesù rivolgersi a noi e dirci: “Non abbiate paura … io sarò con voi sempre, fino alla fine dei tempi” (Mt 10,26; 28,20). La consapevolezza di questa presenza non esclude tuttavia la possibilità di essere esposti al rischio della vita, come accade in tanti luoghi dove i cristiani sono più che mai perseguitati. Per noi invece la persecuzione assume forme molto più subdole: più che esporci al rischio della vita, ci espone al rischio dell’anima, facendoci verificare sulla pelle la capacità di coloro che, come dice Gesù, hanno il “potere di uccidere l’anima”, specie se consideriamo il clima di torpore spirituale, di lassismo morale, di benessere borghese, di indifferentismo religioso e di nichilismo culturale nel quale viviamo quotidianamente. Tutte idee e atteggiamenti che assimiliamo senza alcuna coscienza critica. Quante volte, infatti, dinanzi all’istanza ecclesiale della nuova evangelizzazione che chiede di rinnovarci nell’ardore spirituale, nelle forma espressiva e nei linguaggi comunicativi, preferiamo accomodare la fede alla logica della vita del mondo, privandola di tutta la sua forza carismatica e trasfigurativa, pur di evitare quegli attriti e conflitti che ogni autentico annuncio evangelico comporta. Si rivelano così decisive e provocatorie le parole di Gesù che fanno seguito al nostro brano: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono infatti venuto a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 34-36). Esse ci fanno prender atto che la parola di Gesù è anche causa di dissenso, per quanti sono abituati a vivere la loro fede secondo la logica irenica del perbenismo borghese. Ma ci fanno capire anche le conseguenze, a dire il vero, alquanto dure che Gesù rivolge a quanti, presi dal panico, vengono meno nella loro testimonianza: “chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. A noi dunque il coraggio di lasciarci coinvolgere da Gesù in quella che potrebbe rivelarsi l’avventura missionaria decisiva per la nostra vita e per la realtà sociale nella quale viviamo.


1 Quello che Gesù rivolge agli apostoli è una sorta di discorso preventivo, per così dire, col quale ritiene opportuno preparare i suoi apostoli sulle possibili conseguenze a cui andranno incontro durante la loro missione. Essi devono sapere che l’annuncio del Regno di Dio susciterà una duplice reazione: una piena accoglienza da parte dei piccoli, semplici e poveri, delle vittime del potere politico, dell’ingiustizia sociale e dell’emarginazione culturale e religiosa; e una violenta repressione da parte di coloro che invece gestiscono le varie forme di potere secondo la logica del mondo. Questi ultimi si mostreranno non solo ostili, ma faranno di tutto per resistere al Vangelo e al diffondersi del Regno di Dio. Gli apostoli vengono perciò invitati a guardarsi bene dalle persone alle quali si rivolgeranno: con alcuni potranno essere “semplici come colombe”, entrare e rimanere nelle loro case, condividendone la vita quotidiana durante il tempo dell’annuncio; ma con altri dovranno essere “astuti come serpenti”, imparare a capire quando si creano le condizioni per desistere, per “fuggire dalle loro città” e “scuotere perfino la polvere dai sandali”. Costoro tuttavia – ed ecco il paradosso dell’insegnamento di Gesù – non dovranno essere evitati ed esclusi dal loro annuncio, al contrario i discepoli dovranno andare verso di loro “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10,16), senza temerli, nella piena fiducia che Dio sarà loro difensore nelle cause e persecuzioni in cui saranno coinvolti. Per meglio comprendere il senso di questa realtà e della sorte destinata a quanti si fanno sostenitori del suo annuncio, è opportuno leggere l’intero capitolo 10, detto per l’appunto Discorso missionario.


2 Emblematiche si rivelano a questo proposito le parole del libro della Sapienza che ci offrono un immagine dei potenti: “Tendiamo insidie al giusto, poiché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge … È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti, ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri e del tutto diverse sono le sue strade … Vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti per conoscere la mitezza del suo carattere e saggiare la sua rassegnazione. Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà” (cf. Sap 2,12-20).

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