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3 maggio 2026 - Anno A - V Domenica di Pasqua

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

At 6,1-7; Sal 32; Pt 2,4-9; Gv 14,1-12



 

“Vado a prepararvi un posto”



Lorenzo Lotto, Trinità (1519-1520), Museo Adriano Bernareggi, Bergamo.
Lorenzo Lotto, Trinità (1519-1520), Museo Adriano Bernareggi, Bergamo.

“Nella casa del Padre mio vi sono molti posti … Io vado a prepararvi un posto, quando sarò andato … ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via. Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me … Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: … Chi ha visto me, ha visto il Padre” (cf. Gv 14,2-9).

            In prossimità dell’Ascensione la Chiesa ci propone un brano evangelico, dove Gesù dichiara apertamente lo scopo della sua missione presso il Padre: “vado a prepararvi un posto … perché siate anche voi dove sono io”. Al termine del ciclo delle apparizioni, col quale conclude l’esistenza terrena, Gesù ritorna al Cielo per introdurre i suoi nella comunione d’amore col Padre. Si tratta di un brano che ci prepara a vivere la solennità dell’Ascensione e a riconoscere Cristo come la “via” per accedere al Padre, come lui stesso afferma: “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Un discorso teologicamente chiaro quello di Gesù, eppure Tommaso fa ancora tanta fatica a capire: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5). La sua domanda diventa allora un pretesto per fare luce sul “posto” di cui parla Gesù e soprattutto sulla “via” da percorrere per raggiungerlo.  

A dire il vero queste parole di Gesù ci imbarazzano, perché immersi come siamo nella frenesia della vita moderna, difficilmente ci capita di riflettere sulle “cose di lassù”, come direbbe san Paolo (cf. Col 3,1). La “vita eterna” sembra esserci diventata del tutto estranea. Non nutriamo più alcun interesse per essa, e soprattutto quando ne parliamo risultiamo goffi, poco credibili e ancora meno convincenti. A cosa è dovuto questo disinteresse? Naturalmente non mancano i condizionamenti culturali, ma non possiamo escludere uno scarso fervore spirituale che scaturisce dalla mancata convinzione che la vita nuova in Cristo è ancora realmente possibile, oggi.

Ma proviamo a considerare attentamente il brano evangelico. Gesù parla di una promessa che fa ai suoi discepoli, poco prima di ascendere al cielo: “Io vado a prepararvi un posto”, dopodiché aggiunge: “quando sarò andato … ritornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Ma cos’è questo “posto” di cui lui parla? Non è difficile capire che il suo è un linguaggio metaforico, col quale intende parlare della “vita eterna” che, stando alle sue dichiarazioni, consiste nella “comunione col Padre”, alla quale anche noi possiamo accedere per mezzo di lui. La sua missione consiste allora nel prenderci e condurci insieme a lui nel seno del Padre. Si tratta di un’affermazione sconvolgente perché, come fa notare Silvano Fausti, Gesù non dice: “nessuno va al Padre”, come se si trattasse di una Persona altra da lui, ma “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Il che ci fa capire: da una parte, la familiarità che Gesù ha col Padre, grazie alla sua relazione filiale; dall’altra che non possiamo andare al Padre se non per mezzo di lui. La paternità di Dio è una realtà che Gesù condivide volentieri con noi, a testimonianza dell’amore che nutre per noi; e noi abbiamo modo di sperimentarla nella misura in cui lo riconosciamo come Figlio. Ed è grazie a questo riconoscimento che noi diventiamo “figli nel Figlio”. In altre parole Dio è Padre non perché ci ha creati, ma perché Gesù ci ha ereditato la sua filialità divina. Ed egli è Figlio non perché si è autoproclamato tale, bensì perché tra lui e il Padre sussiste una comunione d’amore che li rende una sola cosa.

L’evangelista Giovanni coglie molto bene questo rapporto intimo e speciale tra Gesù e il Padre e lo esprime lasciando dire a Gesù le seguenti parole: “Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,11). Pertanto la vita eterna, cristianamente intesa, non è quella generica realtà paradisiaca di cui si sente spesso parlare, dove tutta la natura sembra convivere in un rapporto di armonia, pace e serenità, avulso da ogni forma di tensione, ma consiste essenzialmente nella relazione d’amore col Padre, come Gesù stesso chiarisce: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Stando a queste dichiarazioni, dunque, noi possiamo accedere alla comunione col Padre, grazie alla relazione filiale che Gesù condivide con noi. La filialità di Gesù è la “via” che ci conduce al Padre. È professando questa fede e vivendola di conseguenza, che diventiamo a nostra volta “figli di Dio”.

Per l’apostolo Pietro questo dono è esclusivo di Gesù “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Egli è, come afferma ancora nella sua prima lettera, citando il salmo 118: “La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta testata d’angolo, pietra d’inciampo e di scandalo” (cf. 1Pt 2,7-8). Si tratta di un’affermazione sconvolgente, per quanti si sforzano di raggiungere la salvezza attraverso altre esperienze religiose, per i quali questa affermazione diventa una vera e propria provocazione, creando una questione interreligiosa di non facile soluzione. Stando ad essa, infatti, la vita eterna non dipende solo da una condotta morale onesta e integerrima, come professano tutte le religioni, ma soprattutto dalla fede in Cristo. Questo è in ultima analisi lo scandalo denunciato da Pietro: quel Gesù che molti rifiutano è in realtà la pietra che dà senso e solidità all’esistenza umana. E mentre costoro ritengono relativa la sua opera, considerando sufficiente la sola fedeltà alla condotta morale, egli si è rivelato invece determinante per la salvezza di ogni persona. Si profila così un interrogativo fondamentale e ineludibile, che interpella chiunque si pone la domanda sulla vita eterna: chi è veramente Gesù? È realmente l’unica persona nella quale è stabilito che possiamo essere salvati? La sua persona e la fede in lui sono realmente così determinanti per la salvezza? Si tratta di domande scottanti, dinanzi alle quali non sono pochi quelli che vi inciampano e cadono, trovandole assurde, presuntuose ed esclusiviste. In questo senso chiunque vive una religiosità onesta sotto il profilo spirituale e intellettivo, rischia di percepirsi tagliato fuori dalla salvezza.

Ma stanno proprio così le cose? Non sembra un discorso di parte questa interpretazione? In realtà Gesù non è venuto né solo per gli ebrei, né solo per i cristiani, ma per quanti, trovando in lui la testimonianza di un uomo autentico, scoprono le condizioni per conseguire la salvezza, qualsiasi sia la propria condotta morale o professione religiosa. Egli, infatti, ha vissuto rinunciando a tutti i privilegi divini ed umani: religiosi, culturali, politici, personali e sociali e perfino a se stesso, per dedicarsi esclusivamente alla manifestazione e alla realizzazione del piano salvifico di Dio; convinto com’era che la volontà divina fosse quella di vedere ogni creatura umana partecipe della sua comunione d’amore. Ed è questa l’unica realtà in cui c’è salvezza: l’amore. Fedele a questa volontà divina, Gesù ha fatto della sua vita un’esistenza d’amore, totalmente dedito all’altro, chiunque esso sia; pienamente disponibile con tutti, fino a dare la propria vita per essi. È di questa testimonianza d’amore che siamo chiamati a essere responsabili. Consapevoli che la fede in lui non è affatto un azzardo morale, spirituale o intellettivo. Essa nasce da una relazione interpersonale e quotidiana, fatta di fiducia e affidamento reciproco, esattamente come accade all’interno di un’esperienza d’innamoramento, dove la relazione con l’altro profila e plasma, via via nel corso del tempo, una forma d’amicizia così radicale, profonda ed esclusiva da rendere l’altro lo scopo primo e ultimo della propria vita. Certo, si tratta di una relazione audace, da mettere a rischio la propria esistenza presente e futura. Ma quale relazione umana e divina è esente dai rischi tipici dell’avventura?

Si comprendono perciò le parole che Gesù stesso ribadisce all’inizio di questo brano: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). Noi ci fidiamo di Gesù nello stesso modo con cui lui si è fidato del Padre. Non si tratta di una fede cieca, ma fondata e confermata dalla testimonianza delle sue opere: “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,10-11). Questa fiducia in lui costituisce la prima e fondamentale condizione per entrare nella comunione d’amore, nella quale Cristo ci ha introdotto con la sua risurrezione. Ed è all’interno di questo orizzonte di senso che noi riusciamo a riconoscere Gesù come la manifestazione del Padre e a comprendere il significato della sua risposta a Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Quel Dio che nessuno ha visto mai, si dà a vedere e a conoscere in Gesù.

L’amore di cui Gesù ci traccia il profilo, costituisce allora la via della salvezza. La stessa di cui lui ci ha reso testimonianza attraverso la sua “passione e morte” e che Tommaso dice di non conoscere ancora, finché anche lui non avrà il coraggio di “mettere il dito nella sua piaga” (cf. Gv 20,27), ovvero di condividere quell’anelito evangelico a dare la propria vita fino alla morte di sé. È in questa ottica che diventano comprensibili le parole di Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Se la “via” è quella filiale della “passione, morte e risurrezione”, e la “verità” è quella della sua relazione col Padre, la “vita” è quella dell’amore evangelico manifestato dalla sua persona divina, nell’umanità della sua carne. È “stringendoci a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, (che) anche noi veniamo impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1Pt 2,4-5), ovvero per la manifestazione della vita trinitaria nel mondo. Questa è la vita relazionale che noi siamo chiamati a realizzare a livello ecclesiale. Un simile impegno non si riduce solo a quello verbale, ma necessita di essere comprovato dalle opere, esattamente come fa Gesù. Pertanto l’opera che più di ogni altra attesta la vita eterna è la comunione d’amore tra di noi. È questo stile di vita evangelico che ci lascia intravedere la presenza mistica del Cristo nell’oggi della nostra vita ecclesiale. Solo così potremo ripetere con Gesù: chi vede noi, vede la vita eterna. Ecco la verità che oggi più che mai siamo chiamati a testimoniare come Chiesa. Specie in questo momento di forte crisi esistenziale in cui siamo immersi. E ciò sarà possibile se avremo il coraggio di fare scelte radicali dedicandoci, come gli apostoli, “alla preghiera e al ministero della parola” (At 6,4), senza trascurare il servizio ai fratelli nel bisogno.

 

 

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