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19 Aprile 2026 - Anno A - III Domenica di Pasqua

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  • Tempo di lettura: 5 min

At 2, 14.22-33; Sal 15/16; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35


 

“Spiegare la parola” e “spezzare il pane:

i criteri lucani per riconoscere il Risorto

 


Luigi Razzano, I discepoli di Emmaus (2010)  - disegno preparatorio - Archivio dell'artista
Luigi Razzano, I discepoli di Emmaus (2010)  - disegno preparatorio - Archivio dell'artista

“Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti. Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui … Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,25-27.30).

L’evangelista Luca descrive così il modo in cui i due discepoli di Emmaus riconobbero il Risorto. Per lui i gesti dello “spiegare la Parola” e dello “spezzare il pane”, compiuti da Gesù, costituiscono i criteri per comprendere il senso della sua “passione e morte” e per riconoscerlo nella veste del Risorto. In effetti “spiegare la Parola” e “spezzare il pane” costituiscono due facce della stessa medaglia, per questo sono indissociabili: l’uno si comprende e si completa alla luce dell’altro. Non si può “spiegare la Parola”, senza “spezzare il pane” e viceversa. Pertanto acquisire il loro sguardo di fede diventa fondamentale per imparare a riconoscere la presenza mistica di Cristo nelle drammatiche vicende della vita quotidiana. Anche noi, infatti, come i due discepoli di Emmaus siamo spesso attraversati da situazioni critiche così tristi e dolorose da non avere più gli “occhi capaci di riconoscerlo” (cf. Lc 24,16).

Ma come si fa a vedere oltre la sofferenza e soprattutto a viverla e attraversarla con la stessa fiducia di Gesù? Per rispondere a questa domanda occorre rileggere attentamente il brano evangelico, consapevoli che la stesura narrativa che ne fa l’evangelista Luca è già impregnata della prospettiva teologica, con la quale i primi discepoli hanno riletto la vicenda di Gesù alla luce della risurrezione. Nonostante tutto vogliamo provare a rintracciare le tappe della loro esperienza di fede. Nel farlo prendiamo atto che anche noi, come loro, siamo portati istintivamente a schivare la sofferenza o peggio ancora a rifiutarla, e invece stando all’insegnamento di Gesù sembra che essa venga addirittura considerata “necessaria”, come lascia intendere il sonoro rimprovero che egli fa ai due discepoli: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 25-26). Per Gesù, dunque, la sofferenza è ineluttabile e nessuno può evitarla. Essa è parte integrante della vita. Tutti, sia pure in diversi modi, gradi, forme e condizioni, soffriamo. Il che ci fa capire che occorre cambiare approccio e strategia nei confronti della sofferenza. Quando sopraggiunge nella nostra vita essa non va respinta ma accettata. Diversamente ci precludiamo la possibilità di comprenderne il senso.

La questione che ne scaturisce allora è: come viverla, in modo tale da trasformarla in un passaggio “necessario” – come dice Gesù – per il conseguimento della salvezza? A dire il vero che questo modo di pensare di Gesù, ci spaventa un po’, perché sembra darci l’idea di una sorta di masochismo psicologico. In realtà Gesù non ha mai cercato la sofferenza, né ha mai pensato che la volontà di Dio fosse quella di vederlo o farlo soffrire. Piuttosto egli era per la vita, esattamente come Dio. Tutta l’opera predicativa di Gesù è per la vita. Basterebbe considerare l’attenzione che lui mostra per coloro che vengono additati come i lontani dalla salvezza, come i pubblicani, a causa del loro lavoro; oppure come le prostitute, a causa del loro stato morale; e perfino i malati, considerati vittime del loro stesso peccato, per capire quanto si prodigasse al loro recupero, e quanto cercasse di sottrarli alle sofferenze e alla perdizione. In diversi modi Gesù ha dato prova di prodigarsi a loro favore, per alleviare le loro sofferenze, eppure nonostante ciò non ha mai dato cenno di evitare la sua sofferenza, anzi, si è perfino mostrato docile ad accoglierla, proprio come il “Servo sofferente”, di cui parla il profeta Isaia. Egli ha vissuto la propria sofferenza con la consapevolezza di chi sa di dover portare a compimento un piano salvifico divino. Osservandolo mentre soffre diventa, allora, per noi l’occasione per chiederci fino a che punto siamo disposti a seguirlo e aderire alla sua logica evangelica?

 Si rivela interessante perciò a questo riguardo l’interpretazione che il Card. Martini dà dell’atteggiamento assunto dai due discepoli i quali, a seguito della drammatica vicenda di Gesù a Gerusalemme, si dirigono invece verso Emmaus, precisamente all’opposto. Martini ritiene questo loro comportamento una sorta di fuga da Gerusalemme, ovvero dal luogo della sofferenza. Un modo come un altro, questo, di sfuggire ad essa, per evitare di rimanerne schiacciati. In effetti l’atteggiamento dei due è la reazione di difesa più immediata che la psiche umana adotta verso quelle realtà che ci atterriscono, fino a ingessare la mente e impedirle di pensare. L’invito che invece Gesù rivolge loro è quello di ritornare sul luogo della “sua passione e morte”. Per questa ragione egli si ferma con loro e “cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. Egli si ferma a “spiegare” il senso di quel suo tragico e inaccettabile epilogo a cui l’aveva condotto la morte, e a fare “memoria” di tutti quei profeti che ne avevano preannunciato l’evento, offrendo loro in questo modo una chiave di lettura. “Spiegare” e “fare memoria” costituiscono per Gesù i modi con cui aiutarli a comprendere il senso della sua vicenda e della sua identità messianica. Spiegando le Scritture Gesù favorisce lo sviluppo della loro intelligenza spirituale, togliendo dalla loro mente tutto ciò che ostruisce la comprensione del senso pieno del piano rivelativo di Dio[1]. Spiegando educa i discepoli a compiere il delicato atto della fede, quello cioè che consente di passare dal vedere fisico al vedere spirituale[2]. È compiendo questo passaggio nel sepolcro che Giovanni ha “visto e creduto” nella risurrezione di Cristo (cf. Gv 20,8). I due discepoli invece vi giungano attraverso l’atto dello “spezzare il pane” da parte di Gesù.

Pertanto “spezzare il pane” non è solo un gesto rituale e liturgico, ma costituisce il momento in cui essi decidono di condividere fino in fondo la “passione e morte di Cristo”. È qui che si dischiude la loro intelligenza spirituale, come attesta lo stesso Luca: “Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31). Ciò significa che il mistero eucaristico si svela alla nostra intelligenza nella misura in cui riusciamo a spezzare la nostra ragione e a conformarla a quella di Gesù.

L’eucaristia diventa così il nucleo propulsivo che permette alla prima comunità ecclesiale e ancora oggi a noi, di rinnovare quell’ardore evangelico che ci consente di “ripartire senza indugio” dalle nostre “Gerusalemme”, per raccontare a tutti il modo di come lo abbiamo “riconosciuto nello spezzare il pane”, per dire a quanti sono ancora attraversati dalla delusione, dallo sconforto e dalla tristezza che “davvero il Signore è risorto”.  


[1] In realtà Gesù ha sempre svolto questo tipo di attività, durante tutta la vita, come nel caso della spiegazione delle parabole (cf. Mc 4, 33-34).

[2] Si tratta di uno sguardo a cui i Vangeli accennano già durante l’esperienza della vita terrena di Gesù, come l’episodio di Pietro, quando a Cesarea di Filippo intuisce per la prima volta, nella persona di Gesù, la presenza del Cristo (cf. Mc 16,15-20).

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