5 Aprile 2026 - Anno A - Pasqua di Risurrezione del Signore
- 4 apr
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At 10,34a.37-43; Sal 117/118; Col 3,1-4 (1Cor 56b-8); Gv 20,1-9
“Vide e credette”

“Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino …, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò a riferirlo ai discepoli. Due di loro: Simon Pietro e l’altro discepolo, quello che Gesù amava, corsero e si recarono al sepolcro. Entrando videro le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo … piegato in un luogo a parte. Allora quel discepolo … che Gesù amava, vide e credette” (cf. Gv 20,1-9).
Quella appena letta è la sintesi della testimonianza di fede di uno dei primi discepoli di Gesù, che la tradizione ecclesiale fa risalire all’apostolo Giovanni, ma che l’autore del brano evangelico qualifica come il “discepolo che Gesù amava”. Si tratta di una testimonianza preziosa perché ci riporta agli albori della fede nella Risurrezione e alle sue primissime fasi di sviluppo. Essa fa parte di una serie di racconti, meglio conosciuti come “apparizioni del Risorto” che, oltre a riferirci lo straordinario evento della Risurrezione, tratteggiano anche le tappe necessarie per chi, nell’oggi della vita ecclesiale, intende fare la stessa esperienza di fede. Si rivela perciò estremamente interessante la sequenza lessicale di cui l’evangelista fa uso per descrivere questo itinerario di fede: “entrare”, “vedere”, “credere”. Con brevissimi tratti narrativi egli ci consente di ripercorrere il suo itinerario di fede.
Rileggendo attentamente questo episodio evangelico prendiamo atto di un dato alquanto sorprendente: né il “discepolo che Gesù amava”, né Pietro, né tanto meno Maria di Magdala, affermano di aver visto il Risorto. Il loro racconto si limita, infatti, alla descrizione della “pietra ribaltata”; alla discesa nel sepolcro vuoto e alla menzione delle “bende e del sudario” nei quali era stato avvolto Gesù, ma nessuno di essi parla del corpo risorto di Gesù. Maria parla addirittura di rapimento della salma: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto” (Gv 20,2). Ci sembra perciò alquanto improbabile fondare una testimonianza di fede sulla scarsità di questi indizi o di questa prima interpretazione evangelica. Viene perciò naturale la domanda: ma cosa ha visto e in cosa ha creduto il “discepolo che Gesù amava”, quando entrando nel sepolcro conclude il suo racconto con queste parole: “vide e credette”? Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere a ritroso il suo itinerario di fede, che consiste nel rileggere la drammatica vicenda di Gesù alla luce di tutto quello che lui aveva predetto in merito alla sua passione, morte e risurrezione (cf. Mt 16,21; 17,22-23; 20, 17-19; Mc 8,31; 9,31; 10,32-34; Lc 9,22; 9,43-44; 18,31-33), praticamente la stessa operazione che Gesù fa compiere ai due discepoli di Emmaus, quando “spiegando” tutto ciò che i Profeti e le Scritture dicevano di lui, “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (cf. Lc 24,26-27.45). L’atto dello “spiegare”, compiuto da Gesù, consiste essenzialmente nel togliere dalla mente quelle pieghe, ovvero tutti quei pregiudizi culturali, disinformazioni religiose, conoscenze affrettate e superficiali che impediscono di vedere l’opera salvifica di Dio che si andava dispiegando attraverso la passione e morte di Gesù. Pietro e il “discepolo che Gesù amava”, compiono questa operazione entrando nel sepolcro di Cristo e vedendo le “bende e il sudario” li interpretano non più come “trafugamento della salma”, ma come “segni” della sua risurrezione. Il che significa che è nel sepolcro, ovvero nella partecipazione personale alla morte di Cristo, che essi videro, compresero e credettero. Nel sepolcro, essi fanno memoria di tutti gli eventi della vita di Cristo e in particolare quelli della sua “passione e morte” e, rileggendoli alla luce del suo insegnamento, ne comprendono il senso.
Rimane significativo, tuttavia, che l’evangelista Giovanni, nel raccontare questo episodio, ci riporti solo l’esperienza personale e non pure quella di Pietro. Egli infatti non dice “videro e credettero, ma “vide e credette”, come a voler dirci che l’esperienza di fede, prima ancora di essere condivisa nella comunità ecclesiale, è un atto personale, col quale ognuno di noi deve saper rispondere personalmente del proprio incontro con Cristo. Non a caso quando alla fine della Liturgia della Parola domenicale, recitiamo il Simbolo della fede, diciamo: “Io credo” e non: “Noi crediamo”. La fede prima ancora di essere un atto comunitario è un atto personale. Non basta dunque assistere agli eventi della “passione e morte” di Gesù, come fanno i discepoli, così come non basta per noi celebrarli attraverso i riti liturgici della Settimana Santa, occorre che ciascuno prenda personalmente parte di essi, mettendo in atto tutte quelle operazioni dell’intelligenza spirituale che consentono di giungere all’atto di fede. È vivendo le proprie sofferenze alla luce della sofferenza di Gesù che anche noi ne comprendiamo il senso salvifico pieno e contribuiamo alla realizzazione della sua causa evangelica, convinti di poter ripetere con san Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 2,24).
È su questa base che Pietro articola il suo discorso, come descritto da Luca nel libro degli Atti, nel quale, facendo memoria della vicenda di Cristo che va “dall’inizio del suo ministero in Galilea … fino alla sua crocifissione” in Giudea (cf. At 10,37-39), evidenzia la modalità con cui Dio ha operato, attraverso di lui, la salvezza del popolo d’Israele. È ripercorrendo questa stessa storia che anche noi possiamo rendere testimonianza della sua salvezza nell’oggi della vita ecclesiale, in modo tale che “chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome” (At 10,43). Se allora intendiamo diventare “lievito” che fa “fermentare” la vita nuova di Cristo nel mondo (cf. 1Cor 5,6), occorre – come ci ricorda san Paolo – “morire a noi stessi”, tenendo fisso lo sguardo “alle cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3,1-4).
L’augurio che vi rivolgo è che ciascuno diventi seme dello “Spirito che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5), lo stesso che ha permesso al “discepolo che Gesù amava” di essere testimone della potenza redentiva di Cristo Risorto. Proclamiamo perciò con lo stesso vigore dei primi discepoli, l’annuncio evangelico che ha segnato la più grande svolta antropologica nella storia dell’umanità: “Cristo è risorto! È veramente risorto! Alleluja”.




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