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31 maggio 2026 - Anno A - Santissima Trinità

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Es 34,4-6.8-9; Sal (Dn) 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18



 

L’amore trinitario:

uno stile di vita ecclesiale


“La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2Cor 13,13).



L. Razzano, L’Amore trinitario, (2000), Museo Diocesano, Pozzuoli.
L. Razzano, L’Amore trinitario, (2000), Museo Diocesano, Pozzuoli.

Questa di Paolo è certamente una delle citazioni bibliche più esplicite che consentono di introdurci nel mistero della vita trinitaria di Dio, di cui la Chiesa ci fa celebrare oggi la sua solennità liturgica. Si tratta di un versetto che esprime la straordinaria intuizione teologica di cui Paolo si fa interprete; ma al tempo stesso, ci fa scoprire anche tutti i limiti intellettivi, qualora si voglia scrutarne la profondità sapienziale solo a livello razionale. La sua indagine, pertanto, richiede una notevole dose di umiltà intellettiva, ma anche una straordinaria audacia spirituale: convinti che solo disponendo della grazia dello Spirito Santo, di cui Gesù ci fa dono, possiamo partecipare della verità “tutta intera” (Gv 16,13) di questo mistero, ovvero della comunione d’amore che sussiste tra il Figlio e il Padre. L’amore diventa così non solo la chiave di accesso a questa verità di fede, ma anche la condizione per sperimentare il suo dinamismo vitale e redentivo, nel vissuto quotidiano delle nostre relazioni interpersonali ed ecclesiali.

Che Jahvè, il Dio professato dalla fede mosaica, potesse essere “trino” oltre che “uno”, come proclamato dai cristiani, divenne ben presto un autentico scandalo, che scardinava il principio fondamentale del monoteismo abramitico, dandone una svolta radicale nella millenaria storia religiosa. Tuttavia le testimonianze evangeliche – specie quelle giovannee – dell’intima e singolare relazione che Gesù intesseva col Padre, davano adito a un approfondimento teologico senza precedenti, sebbene nessun autore neotestamentario disponesse di un armamentario razionale e soprattutto linguistico, capace di indagarne ed esprimerne il contenuto teologico. Ragion per cui essi si limitarono, nella maggioranza dei casi, a riferirne solo un’intuizione spirituale, come attesta la citazione paolina tratta dalla seconda lettera ai Corinti: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2Cor 13,13). Non desta scalpore, perciò, che le formulazioni teologiche di questa verità di fede non dispongano ancora – in questo periodo storico – di un termine appropriato e soprattutto che abbiano un immediato riscontro biblico. Non esiste, infatti, in tutta la Bibbia, un passo che contenga un simile termine, né una citazione che lo faccia intendere in modo chiaro ed evidente. La sua formulazione, più che altro, viene dedotta dalla faticosa indagine teologica che i Padri hanno svolto durante i primi secoli, nel tentativo di mettere a fuoco le intuizioni teologiche riferite dagli autori neotestamentari, tra i quali Paolo è, senza dubbio, uno dei primissimi e autorevoli testimoni ed interpreti. La stessa formula con cui Matteo sintetizza il mandato battesimale di Cristo agli apostoli: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19), ci dà l’idea di quanto gli apostoli fossero già consapevoli di questa verità di fede, ma non erano ancora in grado di sviscerarne la profondità teologica, come è accaduto di compiere nella Chiesa nei successivi secoli. È facendoci interpreti di queste testimonianze scritte trasmessaci dai primi testimoni di Cristo che anche noi, oggi, abbiamo l’occasione per gettare uno sguardo, sia pure fugace, nella profondità di questo mistero divino. E lo facciamo nel tentativo di fare nostro il segreto della sua comunione d’amore, così da informare le nostre relazioni umane del suo stile di vita. L’amore trinitario costituisce pertanto il fondamento di ogni nostra relazione interpersonale, dal quale nessun ambito della vita ecclesiale dovrebbe prescindere.

Appare perciò sconfortante dover ammettere ancora, oggi, l’attualità della considerazione fatta da uno dei più autorevoli teologi cattolici: K. Rahner, che nel secolo scorso così affermava: “se si dovesse sopprimere, come falsa, la dottrina della Trinità, pur dopo tale intervento gran parte della letteratura religiosa potrebbe rimanere quasi inalterata”. Basterebbe questa citazione per rendersi conto della scarsa incidenza di questa verità di fede nella nostra mentalità spirituale, culturale ed ecclesiale. Dinanzi a questa paradossale affermazione viene da chiedersi: cosa ha determinato questa enorme distanza tra la nostra vita spirituale e quella trinitaria di Dio? Essa è dipesa solo dalla scarsa comprensione teologica, o anche dalla difficoltà a rinunciare al nostro stile di vita per conformarlo a quello evangelico di Cristo? Si rivela perciò quanto mai puntuale e significativo l’approccio paolino a questo mistero: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Per lui il mistero trinitario di Dio, prima ancora che una verità dottrinale, è un’esperienza d’amore, di grazia e di comunione, pertanto il modo più efficace per comprenderne l’essenza è quello di rileggerlo alla luce delle relazioni interpersonali che Gesù ha disseminato, nel vissuto quotidiano, attraverso l’annuncio dell’amore misericordioso di Dio. Si capisce quindi l’affermazione di Mosé che nel tentativo di tradurre la rivelazione di Dio, ritenne di esprimere l’essenza stessa della natura divina di Dio nei seguenti termini: “… il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,5-6). Una comprensione pienamente condivisa dall’evangelista Giovanni che a sua volta dice: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). E se – come aggiunge ancora Giovanni – “Dio è amore” (1Gv 4,16), allora la sua natura non può che essere relazionale.

Similis cum similibus recita l’adagio latino, come a ribadire che l’amore è comprensibile solo a chi ama. E ciò vale ancora di più per coloro che amano Dio amore con lo stesso amore divino. Perciò chiunque aderisce al suo amore e “crede in lui non va perduto, ma ha la vita eterna” (Gv 3,16). È significativo allora che la Chiesa collochi questa solennità immediatamente dopo la Pentecoste, come a dirci che nessuno di noi può scrutare un simile mistero se non è animato dall’amore dello Spirito Santo (cf. 1Cor 12,3). Parafrasando la nota affermazione paolina potremmo dire che “nessuno può comprendere il mistero dell’amore che Dio manifesta pienamente in Cristo, se non è sotto l’azione dello Spirito Santo” (cf. 1Cor 12,3), poiché è proprio lo Spirito donatoci da Cristo, che ci fa riconoscere la verità. Risultano allora ancora più comprensibili quelle parole che Gesù rivolge agli apostoli durante il Discorso di addio: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà cose future” (Gv 16,12-13). Come non pensare che tra le cose future che Gesù avrebbe voluto dire agli apostoli, non ci fossero anche queste relative alla sua origine trinitaria, delle quali lui incarica lo Spirito per renderle comprensibili. Ed è bello riconoscerci tra quei beati dei quali parla Gesù, quando dice: “Ti rendo lode o Padre, Signore del cielo e della terra, perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (Mt 11,25-26); o ancora come ribadisce anche san Paolo, quando afferma che queste cose Dio “le ha rivelate a noi per mezzo dello Spirito” (1Cor 2,10).

“Chi mi ama sarà amato del Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21), dice Gesù. È partecipando di questo orizzonte rivelativo e relazionale che diventa possibile sperimentare la realtà della vita trinitaria. Solo chi intesse con Cristo una relazione di fiducia reciproca può partecipare al dinamismo del suo amore trinitario: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). Un segreto questo che egli manifesta a chi lo ama: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (cf. 1Cor 2,9), a noi dunque che abbiamo ricevuto l’amore di Dio per mezzo dello Spirito di Cristo (cf. Rm 5,5). Si viene dunque a creare un gioco di reciproco disvelamento tra il Padre, Cristo, lo Spirito, i discepoli e noi: il Padre, per mezzo dello Spirito, rivela ai discepoli l’identità divina di Gesù (cf. Mt 16,17); Gesù, a sua volta, per mezzo dello stesso Spirito, rivela ai suoi, l’identità paterna di Dio (cf. Gv 12, 44-50); i discepoli, in virtù del comandamento dell’amore reciproco, rivelano al mondo la presenza di Cristo in mezzo a loro (cf. Mt 18,20). Noi a nostra volta, condividendo la fede degli apostoli, entriamo a far parte della grande famiglia trinitaria di Dio.

Chi è allora lo Spirito se non colui che “scruta le profondità di Dio” (1Cor 2,10) e apre la nostra mente (cf. Lc 24,45), per guidarla all’intelligenza della vita divina, di cui Cristo godeva quando era presso il Padre (cf. Gv 1,1-2)? Si capisce allora quanto sia importante e fondamentale acquisire il “pensiero di Cristo” (1Cor 2,16), per assimilare la mentalità trinitaria dalla quale lui proviene, senza la quale non è possibile comprendere le cose dello Spirito di Dio, poiché queste appaiono perfino “follia” all’uomo naturale, ovvero a colui che pretende di sviscerarle solo in forza della propria ragione (cf. 1Cor 2,14). Ecco la grande conversione intellettiva alla quale siamo chiamati. Essa apre la nostra intelligenza alla rivelazione di Cristo, consentendoci di passare da una relazione egoica, centrata sul proprio io, ad una relazione trinitaria, centrata sulla logica di comunione, secondo la quale ciascuno vive la relazione con l’altro non in termini conflittuali – come di solito siamo abituati a sperimentare nella vita quotidiana, dove ciascuno nel tentativo di affermare se stesso tende ad escludere gli altri – ma come motivo di dono, per testimoniare così l’originaria relazione trinitaria della nostra fede cristiana. Vivere secondo questa logica d’amore comporta la responsabilità di trasfonderla in ogni ambito della vita: relazionale, familiare, lavorativo, culturale, politico, sportivo, artistico, scientifico, economico, finanziario … D’altronde che senso avrebbe aderire a una simile verità di fede, per poi tenerla solo con sé, nel recinto della propria vita individuale, senza farne dono agli altri? Questa relazione interdivina e interumana costituisce, perciò, la chiave interpretativa che rende comprensibile l’essenza stessa della Chiesa e della sua missione nel mondo. Nelle intenzioni di Gesù la Chiesa, costituisce perciò il luogo della sua vita trinitaria sulla terra, fondata sulla legge dell’amore scambievole. Ecco la missione prioritaria alla quale Cristo ci chiama col suo amore evangelico.


1 Il termine Trinità (dal latino trīnĭtas-ātis), fu utilizzato per la prima volta da Tertulliano nel II secolo, nel suo De pudicitia; anche se, in verità, già Teofilo di Antiochia, prima di lui, utilizzò il termine analogo in greco τριας (triás) nel suo Apologia ad Autolycum. Il termine Trinità, tuttavia, per quanto sia specifico del Dio Cristiano, risulta solo indicativo e alquanto limitativo, poiché ci riferisce solo il numero delle persone divine, e non della sua unità. Pertanto il termine più adatto sarebbe quello di Triunità, o Unitrinità che dicono non solo la distinzione delle persone, ma anche la loro unità. Unità e distinzione sono un tutt’uno inscindibile. Non si può parlare dell’una senza tener presente l’altra.


2 Nella stessa prospettiva vanno letti anche i brani di Mt 3,16; Lc 1,35; Gv 10,37-38; 14,11.16-17.26; 1Pt 1,2.


3 K. Ranher, La Trinità, Queriniana, Brescia 1998, 21.

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