12 Luglio 2026 - Anno A - XV Domenica del T.O.
- 11 lug
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Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
Il potere della Parola
La tipologia dell’ascolto

“Così dice il Signore: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo / e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, / senza averla fecondata e fatta germogliare … così sarà della parola uscita dalla mia bocca: / non ritornerà a me … senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11).
“Un giorno Gesù uscì di casa, sedette in riva al mare … prese la parola e disse: Ecco il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava una parte cadde lungo la strada … Un’altra cadde sul terreno sassoso … Un’altra ancora cadde tra i rovi … Un’altra, infine, cadde sul terreno buono … Chi ha orecchi, ascolti” (cf. Mt 13,1-9).
Riletti alla luce del discorso missionario questi due brani biblici contribuiscono a mettere a fuoco il tema di questa 15aDomenica del Tempo Ordinario, che potremmo così formulare: Il potere della Parola e la tipologia dell’ascolto. Nello specifico il brano di Isaia costituisce una vera e propria fonte di speranza per quanti, come gli apostoli, si attivano ad annunciare il Vangelo di Gesù. Il profeta sembra assicurarli che, malgrado i limiti personali dell’annunciatore, la Parola di Dio dispone di una potenza trasformativa straordinaria, capace di garantire i suoi effetti. Al pari della pioggia anch’essa “non ritornerà a Dio senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11).
D’altra parte è anche vero che il contatto diretto con gli interlocutori mette Gesù, gli apostoli e quanti come loro si accingono ad annunciare il Vangelo, nella condizione di capire le reali disposizioni d’animo di cui i destinatari del Vangelo necessitano per consentire alla Parola di portare i suoi frutti. Ne scaturisce un insegnamento che evidenzia non solo le diverse modalità di ascolto riscontrate da Gesù, ma lascia intendere anche le ragioni per cui egli ricorre al linguaggio parabolico durante la sua predicazione.
Il potere della Parola e la tipologia dell’ascolto, costituiscono perciò un binomio inscindibile nella struttura della fede biblica. La vita spirituale e la salvezza che ne deriva dipende da questi due fattori: Dio parla, l’uomo ascolta. Ora, stando alla testimonianza biblica, che Dio parli è un dato assodato: tutta la fede in lui si fonda su questo presupposto originario e iniziativa assolutamente divina. Senza l’atto autorivelativo di Dio noi non avremmo modo di conoscerlo, né di intraprendere la straordinaria avventura della salvezza, così come si è dischiusa nella storia che va da Abramo a Cristo, fino a noi. Pertanto la verità che lui ci comunica non è finalizzata a soddisfare solo le nostre esigenze teologico-intellettive, ma a renderci partecipi, in primo luogo, della sua vita d’amore.
Meno scontato invece è l’ascolto di cui necessita la Parola, senza il quale la Parola può ben poco nel cuore del destinatario. Questo secondo presupposto ci offre così la possibilità di soffermare l’attenzione sulle diverse tipologie di ascolto elencate da Gesù nella Parabola del seminatore[1], che potremmo benissimo riformulare col titolo: la Parabola dell’ascolto[2]. Intanto è interessante notare che una delle prime caratteristiche che emerge da questa parabola è quella che un buon seminatore deve largheggiare nella semina, senza la paura di sprecare il proprio seme, esattamente come Dio, il quale “fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). Chi più di lui sa dove spargere il seme, eppure non esita a lasciarlo cadere sulla “strada”, tra le “pietre” e perfino tra gli “spini”, pur consapevole che questi elementi gli impediranno di ottenere i frutti sperati. Per lui chiunque merita di ricevere l’annuncio della salvezza, come fa lo stesso Cristo quando nel predicare il Vangelo si rivolge a tutti: gente del popolo, pubblicani, prostitute, lebbrosi, storpi, ciechi, farisei, soldati, ufficiali, notabili, bambini … senza distinzione di qualità e di capacità.
D’altra parte Gesù, non esita a rilevare che la salvezza, per quanto sia un dono che Dio elargisce gratuitamente e con magnanimità, necessita di un atteggiamento spirituale che disponga la persona ad accoglierla, senza il quale essa rischia di essere vanificata. Eccoci giunti allora all’altro soggetto della parabola: l’ascoltatore. La Parola, per divenire efficace e sprigionare tutte le sue potenzialità, necessita di un ascolto, ovvero di una comprensione attenta e profonda, senza la quale diventa molto difficile “custodirla”, “osservarla” e “metterla in pratica” (cf. Lc 8,21; 11,28). L’ascolto, dunque, si rivela determinante. Non a caso è tra i principali comandamenti che Dio rivolge al suo popolo: “Shema‘ Jisra’el”, “Ascolta Israele!” (Dt 6,4-9)[3]. Anche Gesù ribadisce costantemente questa disposizione d’animo, durante la sua predicazione: “Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). Tuttavia non basta limitarsi all’ascolto. La sua prassi può risultare limitata se non è accompagnata dalla pratica quotidiana nel vissuto relazionale, come rileva Gesù in questo passo evangelico: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Le conseguenze di questa mancata attuazione della Parola possono rivelarsi drammatiche, come emerge da questo prosieguo di Gesù: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato … cacciato demoni … e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Mt 7,21-23).
Ma proviamo ora a far convergere la nostra attenzione sulla qualità dell’ascolto, lasciandoci stimolare dalla seguente domanda: come si diventa buoni ascoltatori? Gesù nella parabola ci offre alcune importanti indicazioni: occorre in primo luogo evitare un ascolto distratto e superficiale, privo di qualsiasi sforzo di riflessione e comprensione. Questo tipo di ascolto è proprio di chi ha un cuore così indurito, da essere diventato del tutto refrattario alla Parola di Dio. Qualsiasi sia il modo con cui la si annuncia egli rimane indifferenti, e la Parola non ha alcuna possibilità di penetrare e radicarsi in lui. In questo caso essa, come il seme, rimanendo in superficie, è esposta al “maligno”, ovvero a tutti quegli atteggiamenti dietro i quali egli si occulta e ne impedisce l’attecchimento, come possono essere: la distrazione, l’apatia, la negligenza, la pigrizia, l’inerzia, l’ozio o anche l’orgoglio, la superbia, l’arroganza, la presunzione di ritenersi autosufficiente da non aver alcun bisogno di trascendersi attraverso la parola di Dio. Ecco il significato del “seme caduto lungo la strada” (Mt 13,4.19).
Una seconda tipologia di ascolto è quella di chi non tiene conto delle difficoltà e degli impegni che la Parola di Dio comporta; tipica di coloro che decidono da sé, sulla base del proprio entusiasmo o volontà di seguire Cristo, senza verificare se dispongono o meno del “terreno sufficiente”, ovvero delle giuste qualità, atte a sostenere la sequela nei momenti di prova. È a costoro che Gesù si riferisce quando dice: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio” (Lc 9, 62); o ancora quando ribadisce: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14, 28-30ss). Non basta perciò aderire a Cristo, accogliere subito e con gioia la sua Parola, e magari compiere anche qualche progresso nella vita spirituale, occorre verificare, attraverso un serio discernimento, se si è idonei e si dispone delle giuste qualità per seguirlo. Perché non accada che le “tribolazioni”, le “persecuzioni”, le angherie, le offese, insomma tutte le diverse forme di prove a cui viene sottoposto un discepolo, inducano a ricredersi. Questo è il significato del seme caduto sul terreno sassoso (cf. Mt 13,5.20-21).
Un terzo tipo di ascolto è quello di coloro che non si curano affatto di eliminare dalla propria vita tutto ciò che impedisce alla Parola di Dio di crescere e svilupparsi. Tale ascolto si verifica quando una persona, pur aderendo al Vangelo di Cristo e pur progredendo in esso, non si decide mai a tagliare radicalmente con la vita precedente, sperando in questo modo di trovare un felice compromesso tra le due logiche di vita, ignaro del pericolo che questa operazione comporta. Questa prassi religiosa, abbastanza comune tra i cristiani, rischia, prima o poi, di svuotare o soffocare alla radice la vita della Parola. È il compromesso a cui aspira il giovane ricco, che pur nutrendo il desiderio per la vita eterna, non ha il coraggio di lasciare tutte le ricchezze terrene, precludendosi in questo modo la pienezza della vita eterna. Ecco le conseguenze a cui espone il seme caduto tra gli spini (cf. Mt 13,7.22).
Un quarto tipo di ascolto è quello legato alla pratica diligente della parola di Dio. Costoro non si limitano solo a comprenderla e ad assimilarla, ma anche a metterla in pratica: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Chi è dunque il vero discepolo di Cristo se non colui che “ascolta la parola di Dio e la mette in pratica” (Lc 8,21). “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7,24). È chiaro, dunque, che la tipologia di ascolto preferita da Cristo non è quella di chi si limita a un ascolto momentaneo; e neppure quella di chi, mosso da facili entusiasmi, giunge perfino a raccogliere qualche progresso spirituale; tanto meno quella di chi, animato dal desiderio della conoscenza teologica, si sforza di studiare la Parola e scrutarne le profondità, senza aderivi mai pienamente; ma quella di chi giunge a un’adesione totale del cuore e a un’obbedienza libera e gioiosa alla Parola di Dio, al punto da spendere per essa tutta la propria vita. A costoro Cristo non parlerà più in parabole, poiché “è venuta l’ora in cui parlerà loro apertamente del Padre” (Gv 16,25). Essi hanno raggiunto una tale affinità con la Parola, da conoscere perfino “i segreti del mistero del regno dei cieli” (Mt 13,11). Si sono così integrati con Cristo da averne assimilato il pensiero. La visione del regno di cui sono fatti partecipi non desta in loro più alcun dubbio. Essi vengono perciò considerati “beati”, perché hanno il privilegio di ascoltare e vedere ciò che neppure i profeti e i giusti prima di loro ebbero modo di ascoltare e vedere (cf. Mt 13,16-17). Per questa ragione la conoscenza che hanno acquisito di Dio, verrà loro moltiplicata, e “saranno nell’abbondanza” (Mt 13,12). Diversamente, a coloro che si sono contenuti nel vivere la Parola, perché frenati o condizionati dalle seduzioni del mondo, “sarà tolto anche quello che hanno” acquisito con i loro sforzi. Si comprende allora il senso della citazione del profeta Isaia (cf. Mt 13,14-15; Is 6,9-10), con la quale Gesù mette in guardia i suoi ascoltatori dalle possibili conseguenze negative a cui essi vanno incontro, quando si mostrano superficiali, indifferenti o addirittura ostili al suo insegnamento. Tuttavia, ed ecco qui la novità interpretativa che Gesù fa della citazione profetica: mentre Isaia preannuncia uno scenario negativo per coloro che non si dispongono all’ascolto, Gesù trasforma questo loro limite in una condizione favorevole, che esalta la magnanimità di Dio, sempre pronto ad elargire la sua salvezza a chiunque: “pur non convertendosi io li guarisca!” (cf. Mt 13,15).
Queste diverse tipologie d’ascolto pongono Gesù nella condizione di spiegare anche la ragione per cui lui parla in parabole: alla domanda fattagli dagli apostoli: “Perché a loro parli con parabole? Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato” (Mt 13,11). La parabola costituisce perciò uno stratagemma comunicativo al quale Gesù ricorre pur di farsi comprendere dai suoi ascoltatori, la cui durezza di cuore è tale da essere diventati del tutto insensibili a qualsiasi stimolo che venga dallo Spirito, esattamente come la strada indurita dal calpestio della gente che impedisce a qualsiasi seme di attecchire nel terreno. A quanti raggiungono un simile livello di durezza e insensibilità spirituale Gesù non può parlare apertamente del mistero di Dio, semplicemente perché costoro non dispongono di nessuna struttura mentale e spirituale atta a comprendere perfino la più semplice nozione di Dio. La parabola diventa così un pretesto che offre a Gesù la possibilità di manifestare la gratuità della salvezza di Dio: essi pur non comprendendo diventano comunque destinataria della sua misericordia (cf. Mt 13,15).
In conclusione possiamo dire che questo brano evangelico ci interpella tutti, poiché tutti siamo, al tempo stesso, seminatori e ascoltatori della Parola. Tutti siamo chiamati a sperimentare la salvezza che Dio ci dona, attraverso un ascolto attento e diligente, e tuttavia a spargerla con larghezza e generosità, senza cedere alla tentazione di farne un oggetto di possesso personale. La salvezza è sì un dono gratuito di Dio, ma presuppone anche la nostra responsabilità.
[1] La particolarità di questa parabola sta nel fatto che di essa disponiamo anche una rara spiegazione fatta direttamente da Gesù, durante la quale egli chiarisce anche la ragione di questo suo linguaggio, come evidenzieremo nel corso del commento.
[2] L’uno o l’altro titolo dipende dal punto di vista che s’intende evidenziare: quello del seminatore o quello dell’ascoltatore.
[3] Essa costituisce una delle preghiere quotidiane più care all’Ebreo di tutti i tempi, poiché – come fa notare il Card. Ravasi – contiene un’intensa professione di fede e di amore nei confronti del Signore (cf. G. Ravasi, Akoúo: ascoltare, udire, in Id., Famiglia Cristiana - 7 luglio 2023).




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