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19 Luglio 2026 - Anno A - XVI Domenica del T.O.

  • 18 lug
  • Tempo di lettura: 9 min

Sp 12, 13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43



 

La zizzania e

la misteriosa origine del male



La zizzania e la misteriosa origine del male “Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio»” (Mt 13,24-30).


Dopo la parabola del Seminatore, la liturgia ci propone anche quella del Grano e della zizzania, che insieme a quelle del Granello di senape e del Lievito, fanno parte di un’intera sezione dedicata alle parabole sul regno – sette in tutto – comprese nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Ognuna, a suo modo, contribuisce ad esplicitare la misteriosa realtà del regno predicato da Gesù, del quale ne evidenziano i vari aspetti. La sua complessità, infatti, rimane spesso preclusa a molti dei suoi ascoltatori, ragion per cui Gesù è costretto a ricorrere alle parabole, nella speranza di lasciar intravedere loro “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” (Mt 13,35), delle quali invece parla più apertamente ai suoi apostoli in privato (cf. Mc 4,34). A questo riguardo l’evangelista Matteo riprende ancora una volta il discorso che motiva le ragioni del linguaggio parabolico di Gesù, di cui abbiamo già parlato domenica scorsa, offrendoci in questo modo la possibilità di sviluppare ulteriormente il discorso alla luce della predicazione e delle responsabilità che essa comporta.

Nello specifico, la parabola della zizzania fa luce sulla difficile questione dell’origine del male, sulla sua coesistenza col bene e sulla loro valutazione definitiva che, stando all’interpretazione di Gesù, spetta solo a Dio, l’unico che dispone di una visione escatologica della storia, fuori della quale ogni valutazione etica umana non è che un giudizio parziale.  

Ma proviamo ora ad esplicitare il significato della parabola, lasciandoci guidare dalla stessa spiegazione di Gesù, che insieme a quella del Seminatore e delle cose che contaminano l’uomo (cf. Mt 15,15-20) costituiscono gli unici casi in cui egli si sofferma ad offrirne anche una spiegazione dettagliata del significato, sebbene a giudizio di alcuni studiosi, pare che esse siano state inserite successivamente nella predicazione di Gesù dalla prima comunità cristiana[1], allo scopo di renderle più comprensibili ai discepoli meno attenti. In ogni caso esse affrontano questioni per nulla semplici: come quelle relative alla tipologia dell’ascolto – nel caso della parabola del Seminatore –; e quelle sulle forze nemiche che impediscono al Regno di Dio di radicarsi nel cuore dell’uomo e di espandersi nel mondo – nel caso della parabola della Zizzania –. In particolare quest’ultima affronta la questione della misteriosa incidenza del male nelle scelte umane e le inevitabili conseguenze negative che esse comportano a livello personale e sociale. Da qui la necessità di acquisire le giuste strategie morali per imparare a dominare il male nella difficile lotta della vita spirituale.

Relativamente al problema delle origini del male, la questione, stando ai dati di cui disponiamo, sembra destinata a rimanere avvolta nell’ombra del mistero. Il libro della Sapienza ne tenta un’interpretazione, quando dice che il maligno è entrato nel mondo per invidia dell’uomo, seminando morte e distruzione tra tutti coloro che aderiscono alla sua logica malvagia (cf. Sap 2,23-24). Gesù stesso sembra rifarsi a questa tradizione, quando afferma: “Mentre tutti dormivano venne il nemico” (Mt 13, 25), come a sottolineare la difficoltà a districarsi nel buio arcano della memoria storica, per venirne a capo. La sua azione è così intrecciata con le scelte libere dell’uomo che riesce particolarmente difficile darne una stima etica. Il male viene dall’esterno o meglio dal “maligno”, eppure alberga dentro di noi come una legge tacita, che ci porta ad agire diversamente da quello che vogliamo, intralciando e condizionando i nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre azioni, al punto che pur volendo fare il bene che vogliamo, ci ritroviamo a fare il male che non vogliamo (cf. Rm 7,14-25). Questo stato di cose fa del nostro cuore, ovvero del luogo dove elaboriamo e maturiamo le scelte, un autentico “campo di battaglia”, come afferma Dostoevskij, o un “guazzabuglio”, come ribadisce Manzoni. Spesso vorremmo persino risalire alle sue cause per “sradicarlo”, proprio come i contadini chiedono al padrone di fare con la zizzania, ma quella che può sembrare una chiara e legittima operazione morale, viene impedita da Gesù, convinto com’è dell’impossibilità all’uomo di discernere il bene dal male, visto che perfino dietro le intenzioni più buone, può nascondersi il male, e viceversa. Nonostante gli sforzi morali il male esula dalle nostre possibilità. Spesso è già difficile riconoscerlo, ancora di più estirparlo. Stando alla parabola infatti questa operazione spetta solo a Dio, il solo in grado di distinguere il male dal bene (cf. Mt 13,28-30). Il solo che dispone di una conoscenza appropriata. Impossessarsi di questa sua facoltà è indice di una pretesa inaudita, che l’autore del libro della Genesi 3,1-7 considera alle origini del peccato. All’occhio umano, bene e male risultano così intrecciati da rendere impossibile un reale discernimento. Non è un caso allora che Gesù associ il grano alla zizzania. Queste due piante, infatti, sono molto simili, tanto che potrebbero essere facilmente confuse da un occhio inesperto.

In realtà neppure Gesù ha estirpato il maligno. Lui stesso è stato fino alla fine soggetto alle sue tentazioni. E nonostante la sua vittoria, il male persiste e continua ad esercitare il suo potere sull’uomo e nel mondo. Più che estirparlo egli ci ha insegnato a riconoscerlo, a combatterlo e a dominarlo. L’unico atteggiamento che possiamo avere nei suoi confronti è quello descritto da Paolo, quando dinanzi alle ripetute richieste di essere liberato dalla sua “spina nel fianco”, Cristo gli risponde: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9). Il male infatti è più grande di noi e continuerà ad esercitare il suo potere fino a quando Cristo “consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1Cor 8,6). Per combatterlo è necessaria la grazia che viene da Cristo. La grazia, quando è accolta, si rivela di una straordinaria potenza rinnovativa e redentiva. Essa, come il granello di senape o come il lievito, è una porzione divina apparentemente esigua e limitata, ma dotata di un incredibile forza evolutiva e lievitante, capace di trasformare la propria forma originaria e l’intera pasta della nostra umanità.

  Queste due ulteriori immagini ci offrono, allora, l’occasione per riflettere sull’apparente piccolezza e insignificanza del bene, la cui manifestazione costituisce un criterio per capire la presenza del Regno di Dio nel mondo. Pertanto dovunque ci si prodiga a favore del bene e della giustizia, lì il regno avanza e si consolida. La parabola del granello di senape, tuttavia, costituisce un pretesto per invitare il lettore a considerare le diverse modalità con cui si manifesta il regno di Dio negli ambiti della vita umana. Per aiutare i suoi ascoltatori Gesù offre dei criteri interpretativi per riconoscere il regno di Dio e distinguerlo da quelli del mondo. Il Regno di Dio, infatti, se confrontato con tutti i sistemi filosofici e politici, e gli imperi che si sono susseguiti nella storia, come le diverse forme di potere politico e organizzative sociali, le figure regali, gli stili e i modelli di vita che essi hanno proposto, ci appare come quello meno attraente, eppure è quello che nel tempo si rivela come il più autentico e duraturo. Pensiamo, per esempio, al Vangelo, come possibile modello di vita sociale a cui ispirarsi. Esso difficilmente gode di una stima culturale, politica, filosofica, sociologica, eppure nessuna organizzazione sociale promuove lo sviluppo dei singoli e della comunità, dando loro pienezza di senso esistenziale, quanto il Vangelo. Come non pensare, in questa ottica, a quella schiera innumerevoli di persone che, nel corso della storia, hanno trovato il senso e la pienezza della loro esistenza nell’alveo della vita evangelica, esattamente come gli uccelli che vedono nella chioma dell’albero di senape la possibilità di trovare riparo per sé e per i propri piccoli. Attraverso questa parabola, allora, Gesù intende invitarci a non cedere alle suggestioni del canto delle sirene, ovvero al fascino irresistibile delle realtà del mondo, poiché molto spesso dietro di esse si nasconde la logica perversa del maligno.

Un discorso molto simile vale anche per la Parabola del lievito, con la quale Gesù sembra invitarci a non ridurre il Vangelo o la Chiesa a strumenti per le nostre imprese imperialistiche. Non sono pochi coloro che tacitamente, ancora oggi, continuano ad immaginarli come realtà per affermare l’egemonia religiosa, culturale e politica del cristianesimo nel mondo, come lo è stato all’epoca delle imprese colonizzatrici europee nel “Nuovo Mondo”. E invece con questa parabola Gesù ci ricorda che noi siamo chiamati ad essere solo lievito, non pasta, ovvero pochi, piccoli, limitati e circondati di zizzania, poiché è così che lui intende salvare il mondo. Egli, infatti, non salva in virtù delle opere compiute da noi, ma con la sua misericordia (cf. Tt 3,5), e ciò non viene da noi, ma è un dono di Dio, … affinché nessuno possa vantarsene (cf. Ef 2,8-9). La parabola diventa così un ulteriore monito per ricordarci che siamo e saremo servi inutili: dormiamo o vegliamo il regno di Dio avanza (cf. Mc 4,27). Magari questo modo di agire di Dio può apparirci assurdo, al punto che, come afferma san Paolo, non sappiamo neppure cosa chiedergli o come procedere in modo efficace nella nostra evangelizzazione. Ma è in queste circostanze che lo Spirito, facendosi interprete dei nostri gemiti inesprimibili, dei nostri aneliti più autentici e profondi, li consegna a Dio (cf. Rm 8,26-27), affinché si compia solo la sua opera nel mondo.

Come non rileggere, in questa chiave, la profezia dimenticata dell’allora Card. Ratzinger[2], secondo il quale la Chiesa nel prossimo futuro sembra destinata ad assumere la forma della minoranza evangelica espressa dal granello di senape, a favore di una maggiore autenticità e credibilità. Rispetto a quanti continuano a volerla immaginare potente, essa è invece chiamata a svuotarsi del carattere imperialistico assunto nel corso dei secoli, per assumere la forma del servo, esattamente come ha fatto Gesù, il quale pur essendo di natura divina, spogliò se stesso per divenire una sola cosa con l’umanità, fino a farne proprie le conseguenze del peccato (cf. Fil 2,5-11).  

A conclusione del nostro commento ci chiediamo: cosa intendeva dire Gesù attraverso queste parabole? Secondo una certa mentalità religiosa il Messia avrebbe dovuto creare intorno a sé una comunità di gente pura e santa, e condannare i peccatori alla perdizione eterna. Gesù, con la sua predicazione, aveva effettivamente compiuto dei segni miracolosi che avevano dato adito ad una reale attività messianica, ma contrariamente alle attese, egli non aveva condannato al fuoco eterno nessun peccatore, anzi, li accoglieva con misericordia, rifiutando di esercitare quel giudizio che spetta solo a Dio (cf. Gv 12,47). Questo comportamento inatteso aveva generato persino la crisi del Battista (cf. Mt 11,2-6), il quale s’aspettava un’evidente manifestazione della giustizia divina finale. Gesù invece si limita a gettare il seme del regno, ad operare nel mondo secondo la logica del granello di senape, e a far lievitare la passione per la giustizia, per la pace e per santità di Dio nel cuore delle persone. Tutte azioni apparentemente insignificanti, che contrastano con la mentalità trionfalistica del mondo, ma che rivelano la logica espansiva dell’amore evangelico. Così è per coloro che decidono di sposare la causa di Cristo.


[1] Cf. I Vangeli, traduzione e commento a cura di G. Barbaglio – R. Fabris – B. Maggioni, Cittadella Editrice, Assisi 1978, 316.

[2] Durante un ciclo di lezioni radiofoniche tenuto nel 1969, così Ratzinger tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa: “Siamo a un enorme punto di svolta nell’evoluzione del genere umano … Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare negli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. “Sarà una chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico, flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti … un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”. Allora e solo allora vedranno “quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”.

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