2 Aprile 2026 - Anno A - Messa in Cena Domini
- 2 apr
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Es 12,1-8.11-14; Sal 115/116; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15
“Li amò sino alla fine”

“Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena … Gesù … si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto … Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi»” (Gv 13,1-15).
“Li amò sino alla fine” è la formula con la quale l’evangelista Giovanni ci introduce nell’episodio della Lavanda dei piedi, preferito a quello dell’Ultima Cena, di cui parlano i Sinottici e, in modo alquanto inusuale, san Paolo nel brano della prima lettera ai Corinti che la Liturgia ci propone per la circostanza. Si tratta di una formula che evoca l’atteggiamento fermo e risoluto di Gesù nel portare a compimento il piano salvifico del Padre. Ne abbiamo già parlato domenica scorsa, in relazione alla sua salita verso Gerusalemme, dove conclude l’esistenza storica nella drammatica vicenda dalla Passione e Morte. La formula lascia trasparire la convinzione che anima l’amore di Gesù verso Dio e verso il prossimo, la stessa che caratterizza tutta la sua esistenza storica, totalmente spesa a favore dell’altro. È importante perciò rileggere l’intero brano evangelico in questa prospettiva teologica, nel tentativo di cogliere i motivi che lo spingono ad amare oltre ogni limite (cf. Gv 13,15). Lo scopo non è quello di imitare pedissequamente i suoi gesti di servizio, ma di capire il modo con cui anche noi, osservandoli, possiamo attualizzarli nelle nostre relazioni interpersonali. Magari può capitarci di incontrare persone che si sottraggono al nostro amore, come fa Pietro nei confronti di Gesù: “Non mi laverai mai i piedi” (Gv 13,8), o che il nostro gesto rimanga incompreso, come lasciano intendere le parole di Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci” (Gv 13,7), l’importante è amare con la stessa consapevolezza e determinazione di Gesù. È a questa condizione che anche noi possiamo contribuire ad estendere nell’oggi della storia la sua opera salvifica.
Questo atteggiamento di Gesù ci permette di cogliere immediatamente il senso pieno della messa in Coena Domini, con la quale la Liturgia ci introduce nel Triduo Pasquale, vero e proprio fulcro della fede cristiana. Non c’è infatti momento più propizio di questo per aderire alla logica della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. È qui che diventiamo un tutt’uno con lui e con la sua causa evangelica. È qui che abbiamo modo di manifestargli quello che di più autentico e vero ci portiamo nel cuore, come ci ha esortato a fare Mosè durante il cammino quaresimale: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8,2). D’altronde che senso avrebbe celebrare liturgicamente la lavanda dei piedi, se poi nella vita facciamo fatica non solo ad acquisire, ma soprattutto a vivere secondo la logica del servizio? Cosa potrebbe significare porsi al servizio degli altri se poi rinunciamo ad aiutarli a comprendere le ragioni che hanno indotto Gesù a vivere in questo modo? Che senso avrebbe “cingersi il fianco col grembiule”, se poi questo gesto non diventa uno stile di vita quotidiano? E non è forse qui il senso del sacerdozio regale di Gesù, al quale tutti siamo chiamati? Si capisce allora la ragione per cui Giovanni preferisce questo racconto a quello della Cena Pasquale. Egli, in questo modo, non ha fatto altro che tradurre nel vissuto quotidiano quelle parole di Gesù: “prendete e mangiate … questo è il mio corpo”; “prendete e bevete … questo è il mio sangue … versato per voi; fate questo … in memoria di me». È in questo darsi totalmente all’altro che si nasconde il segreto del suo farsi servo. Ecco lo stile di vita che rende autentico e credibile l’annuncio evangelico nell’oggi della fede.
Non si tratta perciò di ripetere un rito, ridotto per altro ad un gesto più o meno formale e spettacolare, come avviene nelle nostre liturgie, ma di recuperare il suo significato originario: “Se dunque io, il vostro Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14). Il che comporta la necessità di acquisire la mentalità di Cristo, per pensare come lui, vivere come lui, agire come lui, relazionarci come lui. Il sacerdozio a cui Cristo ci chiama allora, consiste nel consegnare se stessi, la propria volontà, il proprio io, la propria ragione, la propria intelligenza, la propria creatività, sull’altare della volontà di Dio, specie quando avvertiamo la fatica e il peso della sua attuazione nella vita quotidiana. È qui che siamo chiamati a rinnovare il nostro sì, consapevoli che così facendo entriamo nel silenzio di Dio, lo stesso in cui è entrato Gesù, quando sulla croce ha avvertito tutto il peso della sua assenza, dichiarandone perfino l’abbandono. E tuttavia anche noi, come lui, vogliamo abbandonarci totalmente al Padre, e rimanere in attesa dello Spirito che alimenta in noi la speranza della sua risurrezione.




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