22 Dicembre 2024 - Anno C - IV Domenica di Avvento
- don luigi
- 21 dic 2024
- Tempo di lettura: 5 min
Mi 5,1-4a; Sal 79/80; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45
La promessa:
dall’attesa al compimento

“… Appena Elisabetta udì il saluto di Maria … fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo … E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. Allora Maria disse: L’anima mai magnifica il Signore … perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,41-45).
“E tu Betlemme di Efrata così piccola fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele. Egli … pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio” (Mi 5,1.3).
L’altra domenica, citando don Tonino Bello, abbiamo definito Maria: donna dell’attesa. Quest’oggi invece la riconosciamo come: donna del compimento. Maria ci insegna non solo le condizioni per vivere l’attesa, ma ci indica anche la via per portare a compimento la promessa di Dio. È in questa prospettiva che si colloca e si comprende meglio il brano profetico di Michea, che ci lascia intendere la logica con cui Dio attualizza il suo piano salvifico: “E tu Betlemme di Efrata così piccola fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele”. È lo stesso che dire: “E tu Maria così piccola tra tutte le donne, da te uscirà il Figlio di Dio”. Basterebbe porsi in questa scia integrativa, sostituendo il nome di Maria con quello di ciascuno di noi, per riattualizzazione questa profezia nell’oggi della nostra fede. Dio si rivolge sempre a chi è apparentemente piccolo e insignificante per realizzare le sue promesse. Paolo avrebbe certamente replicato dicendo: “Dio sceglie ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, … ciò che è debole per confondere i forti” (cf. 1Cor 1,27). Si capisce perciò la ragione per cui Maria esalta il criterio con cui Dio sceglie le sue persone: l’umiltà, come lei stessa evidenzia “… perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. Lo stesso criterio che porta Gesù a paragonare il Regno di Dio al granello di senape (cf. Mc 4,30-32).
Ma per quanto importante l’umiltà da sé non basta, occorre necessariamente quella condizione che Elisabetta riconosce a Maria, al momento del saluto: “…beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Elisabetta ci aiuta a capire il modo autentico e fecondo con cui Maria vive l’attesa e il compimento della promessa divina. Appare piuttosto chiaro allora che Maria, lungi dall’assumere quell’atteggiamento di sterile passività e deresponsabilizzazione spirituale che spesso caratterizzano la nostra attesa, si abbandona fiduciosamente in Dio, lasciandolo libero di operare in lei le sue meraviglie. Maria vive credendo, anche quando la promessa di Dio le appare ardita e umanamente assurda. È a queste condizioni di totale abbandono e piena disponibilità che Dio si sente libero di manifestare in lei tutta la potenza della sua divinità.
Ma qual è l’opera che Dio ci chiede di realizzare? Per rispondere a questa domanda ci rivolgiamo all’autore della lettera agli Ebrei, di cui la Liturgia ci offre un brano emblematico: “Tu non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né oblazioni per il peccato … un corpo invece mi hai preparato. Allora io ho detto: Ecco io vengo o Dio per fare la tua volontà” (cf. Eb 10,5-9). Noi non abbiamo altra opera da realizzare: né progetti pastorali e neppure sacrifici cultuali, ma solo la volontà di Dio, che Gesù esplicita in modo chiarissimo, quando dice: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13). E cos’è la misericordia se non la piena conformazione della propria volontà a quella di Dio, che noi attuiamo ogni qualvolta ci sforziamo di praticare la purezza di cuore, l’onestà d’intelletto, l’umiltà di spirito, la bontà d’animo, la prontezza di carattere, la disponibilità al perdono.
Significativi a questo riguardosi sono, perciò, i verbi con cui Luca descrive la visita di Maria ad Elisabetta: “Si alzò”, “andò in fretta”, “salutò”. Si capisce subito che essi non vanno intesi in senso letterale, ma simbolico. Più che all’attività fisica, infatti, essi alludono agli atteggiamenti spirituali. Ogni verbo sottolinea il modo con cui Maria, lungi dal custodire gelosamente la singolare grazia di cui viene fatta oggetto, la dona condividendola con Elisabetta. La fede cresce donandola, amava ripetere Giovanni Paolo II. Ed è interessante notare l’ansia spirituale con cui Maria compie questa operazione. Luca ci dice che “si alzò” e “andò in fretta”, lasciandoci intendere in questo modo la rapidità con cui Maria raggiunse la casa di Elisabetta. In realtà i verbi evidenziano il passaggio dall’accoglienza passiva alla condivisione attiva del dono. Il termine greco spoudès, usato da Luca, più che con fretta, andrebbe tradotto con zelo. In questo senso cogliamo meglio la ragione che spinse Maria a recarsi dalla cugina e lo stato d’animo con cui coprì la distanza dei 150 km che separano Nazaret: suo paese natio, da Ain Karim: paese di Elisabetta. Maria è animata dal “fervore” e dalla “passione”, che costituiscono i moti con cui lo Spirito suscita in lei il desiderio di condividere la fede. In altre parole Maria è presa dal desiderio struggente di comunicare quello che stava accadendo nel suo grembo.
È significativo notare che Maria non va dalla mamma, come di solito avviene per una giovane sposa che scopre di essere incinta, ma da Elisabetta. In effetti, chi avrebbe potuto comprendere una situazione così delicata come la sua? Con chi avrebbe potuto condividere quel misterioso concepimento; quella incomprensione di Giuseppe; quelle dicerie della gente sul suo presunto adulterio; quell’incognita sul suo futuro di sposa, senza correre il rischio di essere fraintesa, se non con Elisabetta? Tutti questi pensieri le stavano lacerando il cuore e la mente e più che mai avvertiva il bisogno di condividerli. È emblematico perciò il modo con cui Luca esprime la sintonia d’animo che scatta immediatamente tra di loro. Un’autentica comunione spirituale, così profonda da coinvolgere perfino i loro figli: “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo” (Lc 1,41), per cui la gioia di entrambe diviene anche quella dei due figli: “… il bambino m’è balzato in seno per la gioia” (Lc 1,44).
La condivisione e la comunione d’animo, che scaturiscono da questo brano evangelico, sembrano allora suggerirci una terapia d’urto per contrastare quell’attuale tendenza, così diffusa anche nei nostri ambienti ecclesiali, che induce a privatizzare e spiritualizzare la fede. Contro il rischio di un suo concreto inaridimento, Maria ed Elisabetta ci insegnano a condividere l’opera che Dio compie in noi. Non importa quale sia la dimensione e la rilevanza di questa promessa, perché Dio opera seminando granelli di senape. Sta a noi lasciarli crescere e farli diventare arbusti capaci di dare ristoro e salvezza a quanti volano lontano da noi.




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