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11 Gennaio 2026 - Anno A - Battesimo del Signore


Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17



 

Il Battesimo:

la vita nuova in Cristo

 

“In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»” (Mt 3,13-17).




Piero della Francesca, Il Battesimo di Cristo (1440-1445 ?), National Gallery. Londra
Piero della Francesca, Il Battesimo di Cristo (1440-1445 ?), National Gallery. Londra

Come abbiamo già avuto modo di osservare durante la celebrazione dell’Epifania, il Battesimo di Cristo, insieme all’episodio delle Nozze di Cana, viene considerato dalla Chiesa come un ulteriore sviluppo del disegno rivelativo di Dio. In questo senso esso costituisce un evento spartiacque tanto per Gesù, quanto per noi, oggi. Per Gesù perché segna la fine della sua vita privata e l’inizio della sua vita pubblica; per noi perché pone fine alla mentalità di quello che Paolo definisce “uomo vecchio” (Rm 6,6), è dà origine alla nostra vita nuova in Cristo (cf. 1Cor 5,7). Il che significa che per mezzo del battesimo anche noi veniamo resi partecipi della stessa eredità filiale di Cristo (cf. Rm 8,16; Ef 3,6). Pertanto la sua collocazione all’inizio del Tempo Ordinario diventa un invito a tradurlo in un cammino quotidiano di conversione, ovvero in una personale adesione e progressiva conformazione della nostra vita allo stile evangelico di Cristo.

I brani biblici che la Liturgia ci offre per la circostanza costituiscono perciò un’occasione per cogliere il significato del Battesimo e soprattutto ciò che esso comporta per la nostra vita personale e sociale. Ci accosteremo ad essi tenendo sullo sfondo l’episodio dei Magi: in continuità col loro cammino di ricerca anche noi vorremmo giungere a riconoscere Gesù come “Signore” e a “prostraci” dinanzi a lui. Anche noi, sulla base delle nostre conoscenze culturali, vorremmo penetrare il mistero della sua identità divina, ponendoci davanti a lui con la loro stessa umiltà e povertà di spirito e con la loro stessa onestà e rigore intellettuale. Meditando sul loro racconto abbiamo come la percezione che il loro cammino tracci profeticamente la parabola esistenziale della nostra vita, quando le nostre conoscenze trovano senso e pienezza nella sapienza teologica.

Ma come si fa a capire che Gesù è Dio? Una domanda questa che, a dire il vero, avremmo voluto porre direttamente ai Magi, per farci spiegare da loro come hanno fatto a intravedere nella fragile carne del bambino Gesù la presenza di Dio? In base a quali criteri hanno interpretato i segni che lasciavano intendere la sua divinità? Come sono riusciti a coniugare in un’unica sapienza il sapere proveniente dalla loro esperienza umana e scientifica, e quello proveniente dalle Scritture? Sono le stesse domande che non avremmo esitato a porre anche al Battista, perché anche lui come i Magi ha faticato a riconoscere il Messia (cf. Mt 11,3) tra la folla che andava a farsi battezzare da lui. Rileggendo, allora, il brano evangelico dei Magi e quello del Battesimo di Gesù cogliamo subito un elemento in comune. Matteo nel raccontarci l’episodio dei Magi ci dice che il loro cammino fu guidato da una “stella” (cf. Mt 2,2.7.9.10), mentre nel descrivere l’episodio del Battesimo ci dice che lo sguardo di Giovanni fu guidato da una “colomba” (cf. Mt 3,16). Nell’uno e nell’altro caso gioca un ruolo decisivo la presenza dello Spirito che si manifesta attraverso la simbologia della “stella” e della “colomba”. In entrambi i casi questi segni vengono interpretati come “luce della Sapienza divina”, che è un dono tipico dello Spirito. Tale Sapienza apre lo sguardo e illumina l’intelligenza dei Magi e del Battista. In altre parole, a tutti Gesù appariva come un uomo tra i tanti, ma essi, più di tutti, seppero intuire in lui la presenza di Dio.

Tra i vari elementi con cui Matteo descrive la scena del Battesimo ce n’è uno in particolare che vorrei evidenziare, perché ci consente di entrare nella logica manifestativa di Cristo e di comprendere più in profondità la dinamica della sua vita battesimale. Questo elemento è la “discrezione” con cui Gesù si presenta al Giordano. Matteo, infatti, descrive Gesù non come un Dio che avanza ostentando la sua divinità, né come uomo potente che esibisce il prestigio della propria classe sociale e politica, ma come un umile servo. Significativo a questo riguardo è perciò la sua decisione di mettersi in fila come un peccatore per ricevere il battesimo. Un gesto il suo che non viene immediatamente compreso neppure dal Battista, che lo considera come un disonore per la sua autorità divina. Egli infatti “voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»” (Mt 4,14-15). Di quale giustizia parla Gesù se non quella relativa alla logica manifestativa di Dio, di svuotarsi cioè della sua divinità (cf. Fil 2,6-7), per portare a compimento il suo disegno di umanizzazione? Durante tutta la sua esistenza Gesù non fa che vivere secondo questa logica che potremmo definire del “granello di senape” (Mc 4,30-32), che consiste nel manifestare Dio attraverso la debolezza della sua carne e l’apparente insignificanza della sua persona umana (cf. 1Cor 1,27-29). L’atteggiamento assunto da Gesù durante il battesimo non fa che confermare la sua decisione di vivere come un peccatore tra i peccatori, e di rimanere fedele a questa decisione fino alla sua morte, fino a quando sulla croce muore come un maledetto che pende dal legno (cf. Gal 3,13). È a partire da questa estrema condizione di abbassamento che egli porta a perfezione la nostra fede (cf. Eb 12,2), traducendola per noi in un cammino di redenzione.

È interessante notare che questo atteggiamento assunto da Gesù sia stato intuito già, a suo tempo, dal profeta Isaia, quando nel descrivere il Messia parla di lui come di chi non ha alcuna forma appariscente. Isaia ci offre così i criteri per comprendere l’identità messianica di Gesù: “Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità … aprirà gli occhi ai ciechi e farà uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (cf. Is 42,2-7). E come a chiosare l’intero discorso, parlando a nome del Signore, Isaia aggiunge: “Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto di cui mi compiaccio. / Ho posto il mio spirito su di lui” (Is 42,1). Praticamente le stesse parole che Dio ripete durante il battesimo di Gesù: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3,13). Gesù esercita la sua missione senza clamore, senza emettere condanne, al contrario, mostrandosi pieno di attenzione verso chi è disprezzato nella dignità personale e sociale, in particolare verso chi vive nella propria carne la drammatica esperienza del peccato. È per questo che viene presentato agli astanti come “l’eletto” e “l’amato”, ovvero come l’uomo secondo il cuore di Dio. È a questo tipo d’uomo che essi dovranno guardare se vorranno vivere in modo battesimale la loro vita. 

Ecco allora tracciato il percorso ordinario della nostra vita battesimale: se i Magi ci insegnano ad uscire fuori dalla cultura d’origine e a lasciarci illuminare l’intelligenza dalla luce della Sapienza dello Spirito, Gesù ci invita a rinnegare fino in fondo la volontà di dominio e ostentazione personale, insita nella nostra umanità. I Magi e Gesù ci invitano a dilazionare i loro atteggiamenti nel corso di tutta la nostra esistenza, così da trasformare la nostra vita in una dinamica battesimale, durante la quale siamo chiamati continuamente a morire a noi stessi e al nostro peccato, per risorgere con lui alla vita nuova (cf. Rm 6,3-11; Col 3,1-6). Si tratta perciò di acquisire un abitus, nel senso più originario del termine, tale da tradurre il battesimo in uno stile di vita, ovvero in una conversione perennemente in atto, attraverso la quale siamo chiamati a conformarci continuamente alla mentalità evangelica di Cristo. Aderire alla dinamica battesimale significa allora partecipare della vita relazionale di Cristo, col Padre nello Spirito. È in questo orizzonte relazionale che il battesimo ci dischiude tutta la bellezza della vita filiale di Cristo.

A questo punto permettetemi un’osservazione alquanto critica: se questa è la logica che Gesù ha assunto durante tutta la sua esistenza, riesce abbastanza difficile capire coloro che, ancora oggi, pur professando la fede in lui e ponendosi alla sua sequela, vivano in continua ricerca dell’affermazione di sé e di un potere personale da ostentare a livello sociale. Non è forse questa una delle più frequenti contraddizioni e palesi controtestimonianze evangeliche che diamo anche a livello ecclesiale?

L’augurio dunque è che il Padre possa ripetere a ciascuno di noi: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!” (Mt 3,17), quale premessa per un’autentica testimonianza di fede nell’oggi della Chiesa e della vita sociale.

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