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22 Febbraio 2026 - Anno A - I Domenica di Quaresima

  • 21 feb
  • Tempo di lettura: 6 min

Gen 2,7-9; 3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11


La tentazione:

una prova di perseveranza



Domenico Morelli, Le tentazioni di sant'Antonio (1878), Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Domenico Morelli, Le tentazioni di sant'Antonio (1878), Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma

“Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”» (Mt 4,1-11).

Dopo averci introdotto nella Quaresima col rito delle Ceneri, la Chiesa ci descrive questo Tempo Liturgico come un itinerario di conversione alla vita evangelica di Gesù. Un itinerario che va spalmato nel lasso di tempo di quaranta giorni. Si tratta chiaramente di un numero simbolico, il cui significato è evocativo di un ciclo completo, entro il quale siamo chiamati a prendere coscienza delle radici della nostra fede e più precisamente dell’evento salvifico di Cristo, cosi da crescere e maturare nella logica pasquale che scaturisce dalla sua risurrezione. Una conversione che evidentemente è destinata ad essere rinnovata ad ogni stagione della nostra vita e per questo suscettibile sempre di un rinnovato vigore spirituale. In questo senso la conversione lungi dall’esaurirsi nel breve tempo della Quaresima, necessita di essere estesa a tutta la nostra vita, cadenzata da tappe che ne favoriscono la progressiva crescita spirituale.

Prima tappa di questo cammino di conversione è la decisione di ritornare a Dio, dopo l’esperienza di una prolungata lontananza da lui. Significative perciò sono le parole del profeta Gioele che la Liturgia ci ha proposto già mercoledì scorso: “Così dice il Signore: Ritornate a me con tutto il cuore ... ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore …” (Gl 2,12-13). Si tratta di una decisione che scaturisce dall’esigenza di fare memoria dell’amore del Padre, del quale si percepisce l’assenza nella propria esistenza. La stessa che caratterizza la vita del figliol prodigo, dopo l’amara e deludente esperienza lontano dalla casa del padre: “Allora rientrò in se stesso e disse … mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (cf. Lc 15,17-19). Una decisione che va quindi maturata interiormente nella piena libertà, senza la quale il cammino di conversione rischia di rimanere circoscritto all’interno di un obbligo morale e religioso, che difficilmente condurrà alla piena redenzione di sé. Occorre perciò aver sperimentato la delusione e il disinganno di tutte quelle idee seduttive di una vita orientata alla ricerca di sé, del successo personale e della propria glorificazione. Finché queste idee continueranno ad esercitare su di noi fascino e seduzione sarà molto difficile intraprendere un serio cammino di conversione.

L’attuale Liturgia ci aiuta a prendere coscienza di tutto questo stato di cose attraverso la lettura e la meditazione del brano biblico tratto dal libro della Genesi, che fa luce sulla misteriosa realtà del peccato. Ma cos’è il peccato? Da dove ha origine? Con quale forme si manifesta nella nostra vita? E perché mai esercita tanto fascino su di noi? Il libro della Genesi descrive questa realtà in termini di “serpente” che evidentemente è solo una figura simbolica con la quale si allude alla dinamica sinuosa e strisciante con cui si insinua nella nostra vita. Non è facile stabilire la sua origine: se cioè sia esterna o interna all’uomo. Il racconto biblico l’attribuisce a “Satana” dall’ebraico Saātān, che significa “avversario”; tradotto poi in latino con “Diavolo” che significa “divisore”, “ingannatore”, “accusatore”, tutti significati che descrivono quelle dinamiche relazionali che si vengono a creare tra Dio e l’uomo, nel momento in cui questi si lascia suggestionare dalle insidie di Satana. Stando al libro di Giobbe, Satana è una creatura che fa parte della corte celeste ed ha il compito di informare Dio di tutto ciò che accade sulla terra (cf. Gb 2,1ss). Invidioso dell’unione che Dio intesse con l’uomo fa di tutto per sottrarlo alla benevolenza divina e insinuare in lui l’idea di fare a meno di Dio fino a considerarlo il suo antagonista: “Se voi mangiaste dell’albero, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3,5) [1].

Malgrado questi tentativi l’origine e l’identità di Satana ci rimangono misteriose, perché risalgono alla notte dei tempi (cf. Mt13,24-30), ovvero a quella fase ancestrale della nostra vita della quale non conserviamo precisi ricordi e per questo ci rimane preclusa. Ad ogni modo quella propostaci dall’autore biblico è una interpretazione fatta alla luce dell’esperienza di fede compiuta dal popolo ebraico a seguito della liberazione dalla schiavitù egizia e del cammino esodale verso la terra promessa, durante il quale Dio rivelò a Mosè le “parole” con cui il popolo avrebbe imparato a conformare la propria vita a quella di Dio. La tradizione spirituale che si ispira a questo racconto, ci insegna che per svincolarsi dal peccato, occorre conoscere e capire le dinamiche con cui esso si manifesta nella nostra vita. E tuttavia per vincerlo non basta conoscerlo, occorre anche lottarci e per lottarci non basta fare affidamento alla nostra sola volontà, alla nostra tenacia, abilità e virtù, occorre appellarsi alla potenza della Parola di Dio. In altre parole bisogna imparare a stabilire un equilibrio tra il nostro impegno umano e la grazia che Dio ci elargisce attraverso la nostra fede nella sua Parola.

Ma proviamo ora a ripercorrere questo itinerario partendo dal termine “tentazione”, il cui significato etimologico è “testare”o “tastare” la superficie di una sostanza per verificarne la consistenza. In questo caso la realtà da verificare è quella della fede, per capire fino a che punto essa è in grado resistere alle suggestioni di Satana. Dio, attraverso lo Spirito, conduce Gesù nel deserto (cf. Mt 4,1), per sottoporlo a questa prova. E Gesù liberamente si lascia guidare e sottoporre ad essa. Egli non ha altre prove da superare se non quelle relative alla sua missione e alla sua identità messianica. Tutte e tre le prove ruotano intorno a questa duplice incarico. Ogni tentazione, infatti, non fa che verificare il modo di come Gesù avrebbe dovuto e potuto disporre del suo potere divino nelle circostanze limiti della vita: come quello della fame; quello del dubbio e quello della gestione di tale potere nel mondo. In ogni caso Gesù non strumentalizza mai il potere divino ai suoi fini personali, né quando si ritrova digiuno per soddisfare le sue esigenze alimentari; né per verificare la reale presenza di Dio; né per orientare la sua missione verso una gloria personale. In ogni circostanza Gesù ha un solo obiettivo: rinnegare se stesso a favore solo della manifestazione gloriosa di Dio. È in questo totale svuotamento di sé che egli attinge da Dio tutta la forza necessaria per vincere il male. È interessante notare che egli durante le sue tentazioni, “pur essendo Dio” (cf. Fil 2,5), non si appellò mai ai suoi poteri divini, ma vi si sottopose al pari di ogni altro uomo. Egli rinunciò a ogni privilegio che avrebbe potuto favorirlo nella sua lotta, attestando in questo modo il potere della Parola di Dio, come emerge al termine di ogni tentazione: “Sta scritto …”, per ribadire che solo grazie a una perseverante fedeltà e fiducia alla sua Parola è possibile dominare le trame suggestive del male. Ne scaturisce un itinerario di vita nel quale ciascuno di noi può trovare le condizioni per comportarsi in simili situazioni. Egli ristabilisce nell’uomo il requisito originario della sua filialità divina, grazie alla quale ogni persona ha modo di poter sperimentare la potenza e la pienezza della propria umanità. Ecco l’opera di conversione di cui l’uomo necessita, che come aveva intuito il profeta Gioele consiste nel tornare a pensare e a vivere la vita nell’orizzonte relazionale di Dio.

 

 


[1] Anche l’immagine dell’albero con cui l’autore biblico esprime la tentazione dell’uomo di arrogarsi il potere di decidere il bene e il male ha un valore simbolico. L’idea di associare l’albero alla conoscenza nasce probabilmente dall’affinità della loro struttura: entrambe dispongono di una radice, di un tronco di una ramificazione, di una chioma, di fiori, di frutti. E come ogni albero cresce e si sviluppa, s’inaridisce e secca a seconda se viene irrigato dall’acqua o se ne viene privato, così la conoscenza si sviluppa e cresce se viene orientata al bene o al male. Stando all’autore biblico la capacità di decidere cosa sia bene e cosa sia male può essere compiuta solo se si mantiene la relazione con Dio. Dio è il criterio e il principio primo per operare un simile distinzione Nessun uomo dispone di una conoscenza pari a quella divina per operare questo discernimento. La sua conoscenza infatti è legata solo ad un frammento, la vita è invece una realtà molto complessa e articolata e non sempre è possibile verificare nell’immediato l’attendibilità dell’uno e dell’altro valore. Appropriarsi di questa facoltà significa volersi equiparare a Dio.


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