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15 Febbraio 2026 - Anno A - VI Domenica del Tempo Ordinario

  • 14 feb
  • Tempo di lettura: 9 min

Sir 15,15-20; Sal 118/119; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37



 

L’amore che salva



“Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”(Mt 5,17).

Questa appena citata è senza dubbio una delle affermazioni più scottanti della predicazione di Gesù. Essa fa luce sul suo rapporto con la legge mosaica. Un rapporto che, com’è noto, ha suscitato non poche polemiche tra Gesù e gli scribi e tutt’ora continua a provocare accese discussioni tra cristiani ed ebrei relative al suo apporto personale alla rivelazione divina: egli ha davvero portato a compimento il piano rivelativo di Dio? Se sì, in che termini va inteso questo compimento? Cosa aggiunge all’itinerario salvifico di Mosè? Qual è la sua novità? In che modo egli propone la salvezza? Dopo la sua predicazione la legge mosaica è da ritenersi ancora valida o del tutto superata? La questione era ampiamente discussa perfino tra gli stessi apostoli all’origine del cristianesimo, come dimostra la disputa sulla salvezza per i discepoli prevenienti dal paganesimo. 

In realtà la polemica ha origine già nella predicazione di Gesù e segue poi, in maniera alquanto concitata, con la predicazione di Paolo, il quale sostiene, a più riprese, il definitivo superamento della fede mosaica a favore della salvezza che scaturisce dalla fede in Gesù, nella misura in cui viene riconosciuto come il Cristo. Alcune sue affermazioni, come quelle contenute nella lettera ai Galati: “l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo”; in quanto “per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno” (Gal 2,16), hanno suscitato un vespaio teologico di non facile risoluzione, teso per lo più a contrapporre la fede alle opere, come fossero due dinamiche salvifiche contraddittorie. In realtà nella stessa lettera ai Galati Paolo sostiene che “ciò che conta non è la circoncisione né l’incirconcisione, ma la fede che opera per mezzo della carità” (Gal 5,6), come a dire che l’uomo si salva sì in virtù della fede in Cristo, ma della fede accompagnata dalle opere di carità. In altre parole è praticando l’amore che l’uomo viene reso partecipe della salvezza divina.

Ma proviamo ora a soffermare la nostra attenzione sulle ragioni che indussero Gesù a fare questa affermazione. Il Discorso sulle Beatitudini si rivelò ben presto così innovativo da divenire motivo di scontro con gli scribi e i farisei, secondo i quali Gesù sembrava voler mettere in discussione l’autorità dei libri fondamentali della Tanakh (Bibbia) ebraica: la Legge o i Profeti. Dianzi a questa accusa Gesù dichiara apertamente: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti … ma per dare compimento”. E a coloro che lo ritenevano trasgressore della legge Gesù afferma in modo emblematico: “Chi trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli” (Mt 5,19). Gesù, dunque, è convinto della solidità della legge e nulla di essa andrà perduto fino alla fine dei tempi: “In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto” (Mt 5,18).

Ciò non toglie che egli faccia una dichiarazioni alquanto provocatoria e apparentemente pretenziosa, da dare adito ai suoi ascoltatori di essere un legislatore superiore allo stesso Mosè: “Avete inteso che fu detto: … ma io vi dico” (Mt 5,21-22). In realtà con questa dichiarazione egli non intende soppiantare la legge, ma neppure considerarla come intangibile. La rivelazione di Dio è sì autorevole, ma ciò non esclude una sua ‘evoluzione’ nella mente dei profeti, i quali con la loro intelligenza spirituale e la loro parola profetica ne dischiudono la progressiva comprensione, rendendola sempre chiara ed esplicita ai loro ascoltatori. In questo senso anche Gesù, alla maniera dei profeti che l’hanno preceduto, offre il suo contributo personale. La questione dibattuta è: se la sua rivelazione vada intesa in modo definitivo, nel senso che porta a compimento tutto il piano rivelativo di Dio. Ritorna perciò la domanda: come va inteso questo “compimento” di cui parla Gesù? Cosa aggiunge rispetto a Mosè e agli altri profeti? Cos’è questo “di più” che, a suo giudizio, dovrebbe perfezionare la legge e garantire la salvezza? Nel rispondere a queste domande cercheremo di capire in primo luogo il senso della legge mosaica e quindi la ragione per cui egli ritiene importante fare una simile affermazione.

A differenza degli scribi[1], Gesù non ha mai svolto una funzione giuridica, nel senso che non ha scritto nuove norme, né ha apportato modifiche o adattamenti al codice legislativo mosaico, ma si è preoccupato invece di esplicitarne il senso originario. La questione, dunque, che egli intende mettere a fuoco è la funzione della legge, la cui essenza è quella di rendere manifesta la volontà di Dio nei confronti dell’uomo. Pertanto l’aspetto principale che va considerato è la condizione che la rende pienamente manifesta. Per Gesù questa condizione è l’amore. Nulla più dell’amore consente di cogliere lo specifico della volontà di Dio. Esso è l’unico requisito che rende l’uomo pienamente libero, senza sottometterlo. Dio non ha dato la legge per assoggettare l’uomo a sé e neppure per costringerlo, come un despota, ad obbedire alla sua volontà, bensì per rivelargli la sua giustizia, così che praticandola l’uomo potesse sperimentare la pienezza della sua umanità[2].

Ma cos’è la giustizia? Biblicamente parlando la giustizia divina prima ancora di assumere una connotazione specificamente giuridica è la fedeltà di Dio alla sua promessa salvifica. In questo senso l’uomo praticandola rimane fedele alla sua alleanza e di conseguenza alla sua proposta di libertà. Il giusto agli occhi di Gesù è essenzialmente un uomo libero. Il suo profilo è quello dell’innocente che agisce senza doppi fini, perciò libero di aderire volontariamente agli insegnamenti di Dio. La legge, quindi, non va considerata come limitativa della libertà dell’uomo, semmai come limitativa del suo male. E anche in questo caso più che uno strumento di giudizio e di condanna, va intesa come una disposizione per mettere il peccatore nella condizione di espiare liberamente i propri peccati ed essere redento (cf. Ez 33,11). Lo scopo in ogni caso è quello di manifestare la giustizia salvifica di Dio. Da qui il dono della legge, come ciò che predispone il cuore dell’uomo a conoscere e attuare la volontà di Dio. Si capisce allora la richiesta di un’intelligenza che consenta di scrutarla e sviscerarne le profondità, così come fa il salmista: “Aprimi gli occhi perché io consideri / le meraviglie della tua legge. / Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti / e la custodirò sino alla fine. / Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge / e la osservi con tutto il cuore”. Questo esplicito desiderio di aderire con tutta la propria intelligenza e libertà alla legge, ci conferma ulteriormente che essa non è data per piegare la volontà dell’uomo o per verificare la docilità del pio ebreo alla volontà di Dio, quanto per renderlo partecipe della vita divina. Per questa ragione essa è motivo di beatitudine: “Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. / Beato chi custodisce i suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore” (Sal 118/119).

L’uomo dunque è veramente libero non quando decide di vivere in modo indipendente dalla relazione con Dio, ma, paradossalmente, quando stabilisce un rapporto intimo e vitale con lui. Quindi la legge, lungi dal vincolare l’uomo, intende aiutarlo ad acquisire quella facoltà che gli consente di discernere il bene dal male. Dio, come afferma, l’autore del libro del Siracide, pone davanti a noi due possibilità: la “vita e la morte” e a “ciascuno sarà dato quello che a lui piace” (Sir 15,17). Il che significa che la “vita” o la “morte” sono le immediate conseguenze delle nostre scelte. Detto in altri termini: chi sceglie di vivere secondo gli insegnamenti divini si apre alla possibilità di sperimentare la pienezza della vita; diversamente chi decide di vivere secondo la logica egocentrica dell’io, si espone alla possibilità della morte spirituale, ovvero a un’esistenza priva della relazione divina[3].

Il problema nasce quando la legge viene trasformata da uno strumento di salvezza a uno di condanna e di sottomissione, tanto da assoggettare l’uomo, fino a renderlo schiavo. Dinanzi a questo evidente pericolo, al quale esponevano gli insegnamenti dei rabbini e dei farisei, Gesù sostiene invece che: “la legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge” (Mc 2,27). Da qui la sua affermazione: “Io vi dico: se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Per costoro, infatti, la giustizia consisteva esclusivamente nel rispettare fedelmente e minuziosamente tutte le norme previste dalla legge mosaica. Per cui una volta osservata la legge ci si sentiva autorizzati ad essere salvati. Per Gesù invece la salvezza è un dono gratuito che non dipende dall’osservanza giuridica delle norme, ma dalla conformità del cuore alla volontà di Dio. La polemica di Gesù non è contro la legge mosaica, ma contro l’interpretazione giuridica che ne davano i farisei.

Pertanto se la legge prevede di “non uccidere”, non basta limitarsi a evitare questo gesto, bensì occorre giungere perfino a non “adirarsi” nei confronti del prossimo (cf. Mt 5,21). Se la legge prevede di “non commettere adulterio”, per Gesù non basta astenersi da questo atto, ma occorre giungere perfino a “non nutrire desiderio di possesso verso la donna d’altri” (cf. Mt 5,27). Se la legge prevede di non “giurare il falso” (Mt 5,33), non basta evitare il giuramento, ma limitarsi a dire “sì” o “no” per attestare l’autenticità della propria parola. Non bastano allora la rinuncia, il sacrificio, l’atto di culto, l’osservanza fedele dei precetti come insegnavano i farisei, ma occorre cogliere lo specifico della volontà di Dio: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 12,7). È a questa volontà divina che l’uomo deve dare il proprio assenso e aderire con tutto se stesso. È l’amore di Dio che trasfigurando la nostra natura umana, la rende partecipe della sua comunione di vita e quindi della sua salvezza. Questo è il “di più” richiesto da Gesù. E ciò nessuna legge può esigerlo se non quella dello Spirito dentro di noi. Lo Spirito è l’unico a persuaderci di amare Dio e il prossimo senza costringerci. Se c’è dunque una legge perfetta questa è quella dell’amore (cf. Mt 5,48). L’unica in grado di rendere l’uomo autenticamente e pienamente libero.

 

 


[1] Gli scribi, o dottori della legge, svolgevano un ruolo importante all’interno della comunità ebraica. Essi erano per lo più teologi, avvocati ma anche e guide del popolo. La loro presenza si comprese in modo particolare durante l’esilio in Babilonia, quando cioè, il popolo d’Israele capì che avrebbe continuato ad esistere nella misura in cui sarebbe rimasto fedele alla Legge mosaica. La questione però che fece subito emergere la loro importanza era quella di tradurre gli imperativi divini in un contesto culturale del tutto diverso da quello israelita. Occorreva perciò conoscere la legge, interpretarla in modo autentico e formulare norme giuridiche che permettessero al popolo di tradurla nel vissuto quotidiano. Il lavoro non era per nulla facile perché si trattava di decretare norme per i vari ambiti della vita: da quello giuridico a quello sociale, da quello religioso a quello morale. Occorreva allora di adattare la Legge a situazioni nuove, non contemplate dalle prescrizioni mosaiche. Si capisce dunque la necessità di aggiungere norme nuove che permettessero di offrire una più agile interpretazione di quei casi controversi e difficili che man mano si venivano a creare nella vita. Tutto ciò dava adito a questioni che comportavano discussioni interminabili e cavillose. Col ritorno in patria del popolo d’Israele essi, dopo la seconda metà del V secolo, furono chiamati a far parte dei tribunali, come stimati consulenti. Al tempo di Gesù il luogo dove essi svolgevano il loro lavoro e dove erano maggiormente consultati, erano le Sinagoghe. Qui avvenivano discussioni che vertevano principalmente intorno alla questione di identificare la volontà divina nelle circostanze della vita quotidiana. E queste erano spesso motivi di conflitti interpretativi. Conflitti nei quali, come attestano i Vangeli, viene coinvolto lo stesso Gesù. 

[2] Rispetto al diritto romano, dove la giustizia assume una connotazione specificamente giuridica, nella Bibbia la giustizia indica la fedeltà di Dio alla sua parola e, di conseguenza, la conformità dell’uomo alla volontà di Dio. Quando Gesù dichiara di essere venuto per gli ingiusti e i peccatori, non chiede loro di espiare i peccati attraverso un sacrificio, né chiede di essere moralmente retti secondo una legge morale, ma di lasciarsi amare per essere reintrodotti nell’alveo originario della relazione con Dio.  

[3] Ciascuno deve perciò decidersi verso cosa orientare la propria vita. Noi siamo ciò che pensiamo e ciò che decidiamo di essere. La nostra esistenza è il risultato delle nostre piccole e grandi scelte di vita. Si tratta allora di capire quante di queste scelte sono condizionate dal male, e quante di esse sono motivate e vengono realmente compiute in vista del bene. L’uomo da solo non è in grado di stabilire ciò che è bene o male per sé. Non sempre ciò che egli ritiene bene si rivela tale e viceversa. La facoltà di decidere l’una o l’altra cosa è propria di Dio. Arrogarla a sé a prescindere dalla relazione con lui è un atto di presunzione. Egli non può acquisirla se non in virtù dell’intelligenza spirituale, di quell’intelligenza cioè illuminata dalla Sapienza divina.

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