15 Marzo 2026 - Anno A - IV Domenica di Quaresima
- 4 minuti fa
- Tempo di lettura: 5 min
1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Sal 22/23; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41
Vedere Cristo:
lo sguardo illuminato dalla fede

“In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui siano manifestate le opere di Dio …». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. … Era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero … come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gesù … lo trovò e gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui” (Gv 9,1-41).
“Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8). Sono le parole con cui Paolo ci introduce nel tema di questa quarta domenica di Quaresima, tutto incentrato sulla “luce”. Riletto in questa prospettiva paolina il brano evangelico di Giovanni assume una chiara valenza simbolica. La luce che consente al cieco di vedere non è quella fisica, ma quella spirituale. Del resto, già l’episodio della Trasfigurazione di qualche domenica fa, ci aveva predisposto a questo tipo di interpretazione. Quello di Giovanni si presente, dunque, come un brano particolarmente ricco di spunti riflessivi, dei quali però terremo presente solo quelli che ci aiuteranno a sviluppare ulteriormente il nostro cammino di conversione. In particolare ci soffermeremo sul rapporto che sussiste tra il vedere fisico e il vedere spirituale. Un aspetto questo che ci consentirà di capire la qualità dello sguardo profetico di Samuele, con cui riesce a riconoscere tra i figli di Iesse l’eletto di Dio.
La tradizione filosofica prima e quella teologica dopo, ci riferiscono che esistono diversi modi di vedere che potremmo così definire: fisico, intellettivo e spirituale. Ognuno di questi modi consente di interagire con i diversi livelli costitutivi della realtà. Il vedere fisico ci permette di percepire il suo aspetto sensibile; quello intellettivo di intuire le strutture logiche e astratte che la caratterizzano; infine quello spirituale di cogliere il suo significato e lo scopo della sua esistenza. Esempio, il vedere fisico si limita a osservare e a registrare un oggetto o un fenomeno fisico; il vedere intellettivo conosce le leggi che determinano il suo accadimento nella realtà; il vedere spirituale riesce a penetrare il suo significato intrinseco, ovvero il “perché” quell’oggetto esiste o quel fenomeno accade.
Applicando queste diverse facoltà del vedere all’episodio del cieco nato, notiamo subito che egli, pur riacquistando la vista fisica, non è ancora in grado di vedere dentro la realtà delle cose: egli pur vedendo Gesù non riesce ancora a vedere in lui il Cristo. Può sembrare paradossale, ma la situazione del cieco nato, descrive esattamente quella di alcuni farisei che, al contrario di lui, pur disponendo della vista fisica, fanno fatica a vedere nel miracolo compiuto da Gesù un segno della presenza di Dio operante in lui. Il che ci fa capire che non basta vedere solo fisicamente la realtà, ma occorre anche sviluppare quella capacità percettiva, comunemente definita “intuizione spirituale”, che consente di guardare la realtà oltre la sua dimensione fisica, fino a coglierne l’essenza, ovvero il significato più autentico e recondito. Esattamente come accade a Samuele che grazie al suo sguardo profetico è in grado di distinguere tra i vari figli di Iesse il consacrato del Signore. Una facoltà questa per nulla comune, al contrario necessita di una straordinaria capacità di discernimento, che solo chi gode di una singolare spiritualità e familiarità con Dio può acquisire.
Osservando da vicino il cieco nato e il comportamento di quei farisei, viene da chiedersi: cosa impediva loro di vedere? A uno sguardo più attento prendiamo atto che la loro difficoltà è in realtà anche la nostra. Anche a noi, pur vivendo in un contesto cristiano, manchiamo di uno sguardo profetico, di quella capacità cioè di vedere dentro le cose, come ci suggerisce il termine “intelligere”, da intus legere, che significa “leggere dentro” gli avvenimenti della vita, delle persone, fino a diventare interpreti del pensiero e della volontà di Dio. Senza questo sguardo puro, senza questa intelligenza spirituale, corriamo il rischio di diventare vittime di quei ragionamenti contorti e fuorvianti, tipici dei farisei, che dinanzi all’evidenza della guarigione del cieco, si appellano alla “trasgressione del sabato”, per giudicare Gesù: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». La trasgressione viene assunta a criterio valutativo per giustificare il loro rifiuto di Cristo. Per essi era più importante osservare la legge che guarire un cieco. La difficoltà dei farisei è in ultima analisi la stessa che impedisce ai discepoli di Gesù di vedere oltre la mentalità religiosa e culturale del tempo: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Gv 9,2). “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,3). Ecco la risposta di chi vede la realtà con l’occhio di Dio e sa cogliere anche nelle situazioni più incresciose e drammatiche l’azione misteriosa di Dio.
Anche noi abbiamo bisogno di lasciarci trasfigurare lo sguardo dalla luce di Cristo, per vedere l’azione salvifica di Dio negli avvenimenti della nostra storia. Si rivela perciò carica di significato l’esortazione che Paolo rivolge agli Efesini: “Ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; … per capire ciò che è gradito al Signore … Svegliatevi … e Cristo viilluminerà” (cf. Ef. 5,8.10.14). La vista che san Paolo ci esorta ad acquisire non è quella fisica, ma quella che ci consente di capire la volontà di Dio nella nostra vita. Spesso questa ci appare incomprensibile, misteriosa e non di rado perfino gravosa, specie quando, come Samuele, siamo responsabili della volontà di Dio sugli altri e non disponiamo di quella sua capacità discernitiva che ci consente di farla conoscere loro. Chiediamo allora a Gesù la luce vera, quella che ci permette di vedere l’azione salvifica di Dio e riconoscere nelle trame misteriose della vita la sua volontà, anche nei momenti più bui della nostra storia.




Commenti