07 Febbraio 2021 - 5° Domenica del Tempo Ordinario Anno B
- don luigi
- 7 feb 2021
- Tempo di lettura: 5 min
Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1 Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39
La salvezza è nell’oggi della fede

Per chi si accinge a leggere il Vangelo di Marco non può fare a meno di notare che gli inizi dell’attività pubblica di Gesù sono fondamentalmente caratterizzati da due aspetti: la predicazione (cf. Mc 1, 14) e la chiamata dei primi discepoli (cf. Mc 1,16-20). Se la liturgia della Parola di queste ultime domeniche ci ha dato modo di soffermaci più o meno estesamente sulla chiamata, evidenziandone l’origine, le caratteristiche, le condizioni, gli sviluppi e le conseguenze; quest’oggi, essa ci invita a meditare sulla predicazione di Gesù e più specificamente su ciò che essa comporta per la vita delle persone e del mondo.
L’evangelista Marco riassume tutta la predicazione di Gesù in un unico contenuto: l’annuncio del Regno di Dio (cf. Mc 1,15). Esso non è una realtà sconosciuta, ma la vita stessa di Dio. Il Regno non è neppure una visione idealizzata del mondo, ma lo stesso mondo impregnato e trasfigurato dall’amore di Dio. Esso costituisce il principio e il fine che dà senso alla predicazione e alla chiamata di Cristo. Porsi alla sua sequela significa perciò condividere, con lui e come lui, la sua realizzazione nel mondo. Predicare e chiamare al Regno costituiscono perciò un unicum: l’una è imprescindibile dall’altra. Il Regno di Dio si realizza nel mondo nella misura in cui coloro che accolgono la chiamata di Cristo si decidono a condividere la logica della sua vita evangelica. Costoro lasciano intravedere, con la loro testimonianza, la realtà escatologica del mondo, così come Dio lo ha da sempre pensato, voluto e desiderato. In questo senso il Vangelo altro non è che il Regno incarnato nel mondo.
Gesù realizza il Regno di Dio nel mondo in un duplice modo: parlando e operando. Parole ed opere costituiscono gli elementi fondamentali della sua predicazione evangelica (cf. Lc 24, 19). Anch’esse non sono mai disgiunte le une dalle altre, ma sempre complementari: mentre le opere danno testimonianza delle parole (cf. Gv 5,36), le parole esplicitano il senso delle opere compiute (cf. Mc 8, 17-21). I miracoli sono le opere che Gesù compie per realizzare il Regno di Dio nel mondo. Essi sono i “segni ” che consentono di riconoscere la sua identità messianica (cf. Lc 4,18-19; Mt 11,4-5) e quindi prove della presenza operante di Dio in lui. Emblematico a questo riguardo e il passo Lucano nel quale Gesù afferma: “Se invece io scacco i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il Regno di Dio” (Lc 11,15). Egli compie tali segni non in virtù della sua divinità, ma per mezzo della preghiera (cf. Mc 1,35), attraverso la quale fa spazio all’azione salvifica di Dio in lui. L’opera di Gesù consiste dunque nel realizzare il Regno di Dio nel mondo e nel rivelare la sua origine divina. Pertanto l’accusa che gli viene mossa di essere posseduto da Belzebul (cf. Mc 3, 22) costituisce una bestemmia gravissima che Gesù traduce come peccato contro lo Spirito Santo (cf. Mc 3, 28). La gravità di questo peccato sta non solo nel ritenere Gesù posseduto da uno spirito impuro (cf. Mc 3,30), ma nel rifiuto libero e volontario dell’azione salvifica che Dio compie attraverso di lui. Non è un caso quindi che il primo miracolo di Gesù attestato da Marco è quello di un esorcismo, attraverso il quale Gesù libera l’uomo e il mondo dalla forza occulta e malefica del demonio. La guarigione dell’uomo posseduto da uno spirito impuro ne è l’esempio (cf. Mc 1, 23-26). Realizzare il Regno significa allora sottrarre l’uomo e il mondo al potere del maligno.
Guarire i malati, salvare i peccatori significa, per Gesù, riportare l'uomo alla sua originaria relazione col Padre. È qui che l’uomo coglie il senso della sua esistenza, che consiste nel porsi al servizio di Cristo (cf. Mc 1,31), come lascia intendere la guarigione della suocera di Pietro; esattamente come Cristo si pone al servizio del Padre nella realizzazione del suo Regno. Fuori da questa relazione tutto appare assurdo e incomprensibile. La riflessione che Giobbe fa sull’esistenza dell’uomo sulla terra, ne è la prova. Una considerazione quella di Giobbe che la Bibbia non fa mistero a presentare in tutto il suo duro realismo e spietata crudezza. Spesso la vita appare avara e terribilmente caratterizzata dalla vacuità e soprattutto dalla sofferenza, come lascia intendere questa sua amara considerazione: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario? ... I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non vedrà mai più il bene” (Gb 7,1). L’immagine del mercenario rende l’idea di una vita che non concede nulla gratuitamente, ma solo attraverso un duro lavoro quotidiano; mentre quelle della spola è del soffio sottolineano la rapidità e l’inconsistenza del suo passaggio. Nulla dà garanzia della solidità ed eternità dell’esistenza. È chiaro che si tratta di una riflessione non ancora illuminata dalla speranza della risurrezione, tuttavia è una riflessione che scaturisce da una lettura onestà e autentica della realtà, capace di attraversare il mistero del dolore senza lasciarsene schiacciare e neppure cedere alle lusinghe o illusioni (cf. Gb 7,3), che scaturiscono dalla tradizione teologica degli amici, i quali vedono nella teoria della retribuzione la sua migliore interpretazione. Malgrado tutto Giobbe rimane fedele a Dio, al punto da interpretare la stessa sofferenza non come una conseguenza del peccato, come sostenevano i suoi amici, ma come una prova attraverso la quale Dio conduce l'uomo alla maturità della fede. La sofferenza, così, lungi dall’essere schivata e rifiutata, diventa per Giobbe il luogo in cui Dio plasma il cuore dell’uomo, per conformarlo alla sua volontà e renderlo partecipe della sua vita divina. L’esperienza della sofferenza consente a Giobbe di fare emergere la forma più autentica e gratuita della sua fede in Dio: egli non crede per propiziarsi la benevolenza di Dio, ma solo per Dio stesso, lasciandolo libero di donare gratuitamente la sua salvezza. Ecco il nuovo orizzonte teologico al quale apre il libro di Giobbe.
Ma cos’è la sofferenza? Come Giobbe anche Gesù non si sofferma a darne una spiegazione astratta, attenta cioè solo ad evidenziare la loro capacità speculativa. Più che una conseguenza del peccato essa è un luogo manifestativo della potenza salvifica di Dio, come afferma lo stesso Gesù dinanzi alla notizia della grave malattia che aveva colpito l’amico Lazzaro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio” (Gv 11,4).
Nonostante l’opera di Cristo la sofferenza è e rimane un mistero. Egli, tuttavia, lungi dal considerarla una causa di allontanamento da Dio, come purtroppo accade per molti di noi, la vive come una condizione dalla quale lasciarsi interpellare. Come tale essa può divenire un luogo di senso e perfino d’incontro con Dio. Occorre fare presto dunque: l’annuncio del Regno non ammette dilazionamenti. La salvezza è nell’oggi della fede. È per essa che Paolo si prodiga senza misura, donando tutto se stesso a favore di quanti non stati ancora raggiunti dall’annuncio evangelico: “Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,23). Lasciamoci dunque coinvolgere da questo pathos paolino affinché anche noi, come lui, possiamo diventare partecipi (v. 23) dello stesso Vangelo di Cristo.




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