top of page

1 Marzo 2026 - Anno A - II Domenica di Quaresima

  • 28 feb
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 3 mar


Gen 12,1-4; Sal 32; 2Tm 1,8-10; Mt 17,1-9


La Trasfigurazione:

uno sguardo oltre il velo della storia

 


Giovanni Bellini, La Trasfigurazione di Cristo (1479), Museo di Capodimonte, Napoli
Giovanni Bellini, La Trasfigurazione di Cristo (1479), Museo di Capodimonte, Napoli

“Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò … in te si diranno benedette tutte le famiglie della terre»” (Gen 12,1-4).

 

“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»” (Mt 17,1-9).

Il cammino di conversione che stiamo cercando di delineare in questo tempo di Quaresima si arricchisce di due brani biblici, apparentemente distanti tra di loro, ma che in realtà costituiscono la cornice entro cui si delinea il profilo della sua identità biblica: La chiamata di Abramo e la Trasfigurazione di Gesù: principio e fine della conversione. Quella di Abramo è una storia di fondamentale importanza per la fede, non solo perché costituisce il primo racconto di conversione che la Bibbia ci abbia registrato e tramandato, ma perché la nostra fede e quindi anche la fede di Gesù, trova in lui la sua origine.  Per questa ragione è a lui che vogliamo guardare per capire l’abc della conversione, ovvero quegli elementi semplici e fondamentali per compiere un’autentica esperienza di fede. Attraverso di lui vogliamo provare ad entrare nella dinamica della fede, senza la quale rischiamo – come purtroppo molto spesso accade di constatare anche tra noi cristiani – di sapere tutto di Dio sotto il profilo cognitivo, senza però riuscire mai a stabilire con lui un reale rapporto di fiducia.

A una lettura rapida del brano biblico emerge subito che in lui la conversione, prima ancora di tradursi in un cambiamento morale, si costituisce come una relazione vitale che scaturisce dalla fiducia che egli decide di stabilire con quel Dio, ancora sconosciuto, che aveva cominciato a bussare alla sua porta e ora gli chiedeva di fidarsi della sua parola. Stando al racconto biblico la relazione che Abramo cominciò a stabilire con Dio fu così intensa e pervasiva, da coinvolgere in essa l’intera sua vita personale, familiare e sociale. Il che ci fa capire che all’origine di ogni conversione c’è sempre un’esperienza d’amore personale con Dio, senza la quale la conversione rischia di limitarsi solo alla sfera morale o intellettiva, riducendosi così a una ideologia religiosa, senza mai trasformarsi in una relazione personale caratterizzata da una fiducia reciproca.

Nel caso di Abramo, infatti, la scintilla ispiratrice che ha dato il la alla sua conversione non è stata un’idea di Dio, ma una “promessa” che Dio gli fa, capace di ridare a lui, anziano e stanco, un motivo per cui continuare ancora a vivere e a sperare. Così l’incipit che dà origine al suo cammino di fede è l’atto di fiducia che egli dà a Dio e precisamente alla sua promessa. L’autore del testo biblico esprime questo primo elemento con la formula: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, …in te si diranno benedette tutte le famiglie della terre»” (Gen 12,1ss). La prima cosa che Dio chiede ad Abramo è quella di uscire dalla sua terra e quindi da sé. È interessante notare che la richiesta che Dio avanza ad Abramo è la stessa che lui compie al momento della creazione. Prima ancora di chiederla ad Abramo è Dio stesso ad uscire da sé. Uscire è un atto estatico (dal greco ekstatikós che significa “uscire fuori di sé”). Uscire è un atto antropologico oltre che religioso. Esso è determinante per tutte le esperienze di fiducia, non solo per quella di Abramo verso Dio, ma anche per quella di Dio verso Abramo. Ma si esce solo fidandosi. Senza fiducia non esiste alcuna forma di fede, né di relazione. La fiducia è fondamentale per uscire, diversamente si rischia di rimane ingabbiati nel sospetto. Non a caso le persone diffidenti difficilmente si aprono a un rapporto di fiducia con l’altro. Questi viene visto sempre come un potenziale nemico, da cui guardarsi con circospezione. La mancata fiducia nella parola dell’altro e di Dio fa rimanere molte persone chiuse in se stesse. E non poche di esse, nel tentativo di rimediare a questo limite personale, cercano di colmarlo con un’adeguata conoscenza teologica, senza sapere che Dio non è un Idea, ma una Persona. Così essi giungono a sapere tutto su Dio, senza mai però riuscire a interagire con lui. Con tutti i drammi esistenziali che ne derivano[1]. Costoro difficilmente trovano il coraggio di uscire dai propri sentimenti carichi di sospetti, diffidenze, dubbi, incertezze e stabilire con l’altro una relazione di reciproca fiducia. In certi casi le difficoltà diventano così radicali da condurre a forme di rigidezza psicologica, mentale, affettiva, se non addirittura a creare dei veri e propri blocchi relazionali. Una simile difficoltà antropologica si ripercuote inevitabilmente anche a livello religioso. Uscire e fidarsi sono, dunque, due movimenti complementari.

Dio chiede ad Abramo di uscire, senza però dirgli dove andare. Questa richiesta potrebbe apparire assurda e invece si rivela decisiva per la fede. Se Dio avesse detto ad Abramo dove andare non ci sarebbe stata alcuna forma di fiducia. Abramo – nomade qual era – avrebbe proseguito il suo cammino appellandosi alla sue conoscenze territoriali. Invece in questo modo Dio verifica subito la sua fiducia. Questi, tuttavia, parte perché intuisce che quella relazione di fiducia gli offre la possibilità di uscire fuori dalla situazione di stallo in cui si trovava la sua vita: senza un figlio e senza una terra da ereditare. Volendo, potremmo dedurre che Dio fa leva su questi limiti di Abramo per propiziarsi la sua attenzione.

La fiducia di Abramo passa dunque attraverso la promessa che Dio gli fa: “Farò di te un grande popolo, e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu possa essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno, maledirò coloro che ti malediranno, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12 2-3). Ciò che muove Abramo sono i beni che Dio gli promette: il figlio, la discendenza, la terra, la benedizione per tutti i popoli. Senza queste promesse, probabilmente, difficilmente Abramo sarebbe uscito dalla città di Ur. La promessa ha perciò una funzione pedagogica importante. Esse, infatti, rispondono perfettamente alle sue esigenze personali: è anziano, ma senza un figlio; è un nomade, ma senza una terra; è possessore di innumerevoli beni, ma senza un benedizione da ereditare ai posteri.

Confrontandola attentamente con la nostra chiamata, notiamo che Dio adotta lo stesso dinamismo anche con noi. E probabilmente, stando a questo livello primordiale di fede, difficilmente saremmo spinti a conoscere Dio e la sua volontà se lui non ci promettesse qualcosa nel quale vedere realizzati i nostro aneliti più profondi. Il rischio che si corre a questo livello educativo è quello di andare a Dio solo per dei beni che egli ci promette. E invece occorre giungere all’esperienza di fede di Giobbe per cominciare a fidarsi di Dio per “nulla” (cf. Gb 1,9), ovvero per lui stesso e non per i beni che egli promette. Ma simili esperienze di fede sono segno di una maturità spirituale che solo col tempo si raggiunge. Abramo ci insegna che la fede è un delicato gioco di reciproca fiducia che nasce dalla relazione con le persone e con Dio, contemporaneamente.

L’idea di associare questo brano a quello della Trasfigurazione di Gesù, secondo la versione matteana 17, 1-9, come fa l’attuale Liturgia, ci lascia intuire un significato ancora più profondo e trascendente della promessa. Se quella fatta ad Abramo si collocava ancora nell’orizzonte della storia terrena. La Trasfigurazione di Gesù ci fa capire che la promessa di salvezza che egli ci ha fatto, potrà realizzarsi solo in un futuro escatologico. La Trasfigurazione di Gesù intende allora abituarci a vedere oltre il presente della storia e a capire che il compimento della nostra vita non è qui, ma nella partecipazione alla vita trinitaria di Dio. Ecco il senso vero, pieno e definitivo della promessa che Dio fa ad Abramo e rinnova a ciascuno di noi. In Cristo ciascuno di noi è chiamato a compiere l’esodo (dal greco éx “fuori” e òdós “via” o “cammino”) da se stessi per entrare nella comunione piena ed eterna di Dio. È a questa realtà che Gesù ci chiama, ed è questa realtà che lui ci lascia intravedere attraverso la Trasfigurazione. È qui che si completa l’esodo esistenziale che la Chiesa ci invita a ricominciare in questo quaresimale. Tuttavia se da una parte Gesù con la Trasfigurazione ci fa alzare lo sguardo dall’orizzonte terreno per proiettarlo in quello escatologico, dall’altra ci fa sperimentare già nel presente la promessa della sua vita eterna, partecipando alla comunione con lui. Stare con lui e in lui significa già pregustare la comunione trinitaria del Padre con lo Spirito. E questa vita di comunione non è aliena dalla vita presente, anzi è la stessa totalmente trasfigurata dallo Spirito. L’eternità non comincia dopo la morte, ma già in questa storia, poiché con l’incarnazione il tempo è già entrato nell’eternità. Essa è la vita nuova in Cristo. E questa non è solo desiderata o sperata; non è solo da venire, ma è già in noi, anzi è già percepibile nella misura in cui impariamo a vedere la realtà con gli occhi stessi di Cristo. E lui non solo ce la lascia intravedere con la sua Trasfigurazione, ma perfino sperimentare nella relazione di fede con lui: “Signore, è bello per noi essere qui!”, dice Pietro a Gesù, a testimonianza di questa effettiva partecipazione. La vita eterna altro non è che la vita in Cristo che sperimentiamo già nel presente, nella sua esperienza d’amore reciproco.

Così dopo la tappa delle Tentazioni, la Chiesa ci invita a meditare sulla Trasfigurazione di Gesù, come a dire che solo chi resiste alle lusinghe del diavolo e rimane fedele alla promessa di Dio, come Abramo, potrà partecipare della sua gloria. La Trasfigurazione si pone perciò come una sorta di sguardo prefigurativo sulla vita divina, un’anticipazione e una conferma della sua promessa di risorgere con lui. La promessa fatta ad Abramo – di essere padre: “di una grande nazione” (Gen 12,2) – trova la sua realizzazione piena in Gesù: padre di una moltitudine di risorti. A questa “vocazione santa” siamo chiamati, “non già in base alle nostre opere, ma secondo … la sua grazia” (Tm 1,9). Si trova così tracciato l’intero percorso della storia della salvezza e che noi siamo chiamati a cominciare e ricominciare durante questo tempo di Quaresima.

 


[1] Molte persone purtroppo nella vita quando giungono al momento in cui hanno chiara coscienza di doversi fidare della promessa che lo Spirito di Dio manifesta loro, cominciano a tergiversare, dubitare, a mettere in discussione la voce cristallina di Dio in loro, con ragionamenti contorti, che sotto il profilo razionale non fanno una grinza, ma ne offuscano gradualmente la chiarezza, fino a renderla opaca; e così, tra una giustificazione e l’altra, finiscono col rimanere chiusi in se stessi, nella terra delle loro idee, abitudini, fatte anche di pratiche religiose, spirituali più o meno buone, ma prive di slanci spirituali. Costoro pur seguendo pratiche spirituali rimangono ancorati al loro io, dando forma ad un’esistenza religiosa fatta di precetti, norme, regole, fedeltà, osservanze e quant’altro. Un cammino di conversione autentico, invece, comincia quando si ha il coraggio di rinunciare a tutte queste dinamiche, consegnandosi a Dio, rimettendo a lui la propria intelligenza, i propri affetti, le proprie conoscenze, le proprie paure, i propri dubbi, nella consapevolezza che a Dio tutto e possibile. 

Commenti


© Copyright – Luigi RAZZANO– All rights reserved – tutti i diritti riservati”

  • Facebook
  • Black Icon Instagram
  • Black Icon YouTube
  • logo telegram
bottom of page