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8 Marzo 2026 - Anno A - III Domenica di Quaresima

  • 3 giorni fa
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Aggiornamento: 3 giorni fa


Es 17,3-7; Sal 94/95; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42


La sete d’eternità




“In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar …: qui c’era un pozzo di Giacobbe. … Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». … Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». … Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». … Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete»” (cf. Gv 4,5-15).

Tema dominante di questa terza Domenica di Quaresima è certamente quello dell’acqua, ma ciò non esclude la presenza di altri temi, come quello della mormorazione del popolo nel deserto; della prova a cui viene sottoposto Dio (cf. Es 17,3-7); della fede, della salvezza mediante la grazia, della speranza, della disponibilità a dare la propria vita per gli altri (cf. Rm 5,1-2.5-8); del messia; dell’Adorazione di Dio in spirito e verità; della volontà di Dio; dell’impegno personale di cui necessita la realizzazione del Regno di Dio nel mondo (cf. Gv 4,5-42), tutti temi importanti, ma che la sede non ci consente di trattare estesamente, ragione per cui riteniamo opportuno riferirci ad essi nella misura in cui ci consentiranno di sviluppare ulteriormente il cammino di conversione che stiamo cercando di tracciare e vivere in questo tempo liturgico.

Ripercorrendo il cammino fin qui fatto, notiamo che dopo le condizioni morali che ci sono state offerte nel giorno delle Ceneri; e gli elementi spirituali per fronteggiare il nemico durante le Tentazioni, abbiamo avuto, domenica scorsa, la possibilità di intravedere, attraverso la Trasfigurazione, la realtà pasquale verso la quale siamo orientati. Collocato in questa prospettiva teologica il tema dell’acqua acquista una valenza simbolica che ci permette di comprendere più in profondità le parole di Gesù alla Samaritana: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.

Ma proviamo ora a sviluppare il nostro tema, attraverso i brani biblici che la Liturgia ci propone. È interessante notare come la simbologia dell’acqua tragga le sue origini già nel contesto narrativo della storia d’Israele, dove si rivela di fondamentale importanza per la sussistenza del popolo nel deserto. La sua carenza, accanto alla scarsità di cibo che il popolo sperimenta in questo luogo arido e brullo, diventa ben presto motivo di “mormorazione” contro Mosè, verso il quale comincia a nutrire sentimenti di sospetto e di sfiducia, a causa delle attese andate deluse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” (Es 17,3).

La mormorazione è un atteggiamento tipico di chi ha sempre da ridere nei confronti degli altri, specie se superiori. Apparentemente può sembrare un sentimento innocuo, ma a lungo andare, può portare all’inasprimento del cuore e perfino alla sclerocardia, ovvero a quella condizione di chiusura interiore, insensibilità e resistenza spirituale che rende difficile qualsiasi forma di apertura fiduciosa verso gli altri. La tradizione spirituale biblico-cristiana parla di questo sentimento in termini di “indurimento del cuore” (cf Sal 94/95, 8). Perciò se non adeguatamente riconosciuto può trasformarsi in un vero e proprio rifiuto di Dio, tanto da inficiare seriamente o addirittura vanificare, qualsiasi tentativo di conversione. Il popolo d’Israele, a causa di questo sentimento, rese molto difficile la vita a Mosè, durante il cammino esodale, generando – in diverse occasioni – una resistenza sfacciata e dura alla sua persona e alla sua missione. L’aspetto interessante che emerge dal nostro brano è vedere come questo sentimento, manifestato inizialmente nei confronti di Mosè, cominci ad essere nutrito anche verso Dio, sospettato di mancato intervento a favore del suo popolo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. Non solo Mosè ma anche Dio viene messo alla prova. Mettere alla prova Dio costituisce una vera e propria forma di peccato: “Non mettere alla prova il Signore tuo Dio”, dice Gesù durante le sue tentazioni (Mt 4,7). Si tratta di un sentimento di sfiducia, che induce a mettere in dubbio la presenza di Dio e a verificare la sua protezione nei casi estremi, come quello in cui Satana cercò di indurre Gesù a buttarsi giù dal pinnacolo[1]. È un atto di superbia, perché si pretende che Dio intervenga al momento opportuno, secondo le disposizione delle nostre aspettative ed esigenze, così da avere una prova inconfutabile della sua esistenza.

Per capire la gravità di questo sentimento è importante calarsi nel vissuto del cammino esodale del popolo d’Israele. Mosè aveva faticato non poco a farsi riconoscere come liberatore inviato da Dio. Molti gli avevano creduto e perciò l’avevano seguito; altri invece preferirono rimanere in Egitto, convinti che quel sogno di Mosè li esponesse troppo ai rischi e alla vita precaria del deserto. Essi preferirono perciò la sicurezza della schiavitù, all’ebrezza della libertà. La schiavitù consentiva loro di godere almeno di un sicura stabilità alimentare, la libertà invece li esponeva al rischio della precarietà esistenziale. Tra quelli che si lasciarono convincere, non mancarono coloro che, dinanzi alle prime difficoltà, persero ben presto l’entusiasmo per quell’ideale di libertà auspicato da Mosè. Essi pensavano di raggiungerla a buon grado, mentre invece si profilava irta di difficoltà; incapaci di capire che quella a cui voleva condurli Dio non era solo una libertà sociale, bensì morale e soprattutto spirituale.

È interessante notare che la difficoltà del popolo d’Israele è la stessa che sperimentiamo anche noi, oggi, dopo i primi ed entusiasmanti passi di conversione, specie quando cominciamo a capire che il suo cammino non è affatto idilliaco, e soprattutto verifichiamo che essa non corrisponde alla nostra idea di libertà. Quella a cui ci invita Dio, infatti, non dipende dal grado di autonomia individuale, così da vivere in totale indipendenza dagli altri, semmai di stabilire con essi una relazione esistenziale armonica, per vivere, agire e pensare in sintonia con la propria dimensione umana e spirituale. Più che dalle persone occorre imparare a svincolarsi da ogni forma di condizionamento interiore, culturale e sociale. La libertà intesa come indipendenza induce al fallimento della vita (cf. figliol prodigo, Lc 15, 11-32); quella spirituale, invece, apre alla pienezza dell’essere.

È su questo tipo di libertà che ci induce a riflettere il dialogo di Gesù con la Samaritana. Questa donna, superata l’iniziale diffidenza nei confronti di Gesù, si lascia progressivamente coinvolgere da quelle strane parole evocative di una qualità di acqua a lei sconosciuta: “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Sebbene queste parole le appaiono dapprima assurde e incomprensibili, si rivelano ben presto cariche di tenerezza, dolcezza e attenzione. Esse sono affabili, vere, autentiche, sincere e soprattutto profondamente luminose per la sua esistenza. Le riscaldano il cuore. Ascoltandole, si sente inaspettatamente interpretata e compresa. Mai nessun altro uomo aveva osato parlarle in quel modo. L’amore che Gesù le manifesta è delicato, puro, discreto, pervasivo; del tutto diverso da quello fisico, duro, ambiguo e superficiale degli uomini ai quali, troppo facilmente e frequentemente, si era concessa nel corso della sua vita. Esso le scioglie improvvisamente le tensioni e le paure interiori, sentendosi pienamente libera di aprirgli il cuore e fare memoria del suo passato. Aprendosi si sente inspiegabilmente purificata e rinnovata dal di dentro, come inondata dalla piena di un fiume carsico che la pervade di misericordia. La gioia che ne scaturisce è traboccante, incontenibile e persuasiva, da coinvolgere perfino i suoi concittadini Samaritani, i quali ascoltandola chiesero a Gesù di “rimanere con loro per alcuni giorni”. Questo amore e solo questo amore può dare origine alla conversione.

La Samaritana ci conferma che la conversione, evangelicamente intesa, non scaturisce né si limita solo a un’operazione morale e neppure dipende dall’intensificazione di quelle pratiche devozionistiche, tipicamente popolari, che la riducono a un sentimentalismo intimistico, ma nasce dalla concreta esperienza della grazia divina che Cristo infonde nel nostro cuore. È a partire da questa esperienza che si comprende il vero culto auspicato da Gesù alla Samaritana. Né sul monte né nel tempio Dio chiede di essere adorato, ma nella cella segreta del proprio cuore, dove la relazione con lui è più viva che mai. È questo il vero luogo dove amare Dio in “spirito e verità”. Ed è qui che l’uomo ha modo di sperimentare la pienezza della libertà e appagare quella sete d’eternità che nasce dalla nostalgia[2] di Dio.

 


[1] “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”» (Mt 4,6).

[2] Il termine nostalgia deriva dal greco nóstos (ritorno) e álgos (dolore), il cui significato è quello di una ferita aperta dal tempo e nasce dal desiderio di ritornare a casa. Non si tratta solo di un ricordo volto al passato, ma di una sofferenza generata dall’assenza di persone, luoghi, cose, eventi di cui si avverte un forte bisogno di farle presto ritorno, e dai quali la vita ha momentaneamente separato. A livello spirituale questo sentimento dice il desiderio struggente di ritornare all’originaria e fondamentale relazione con Dio, dopo un trascorso lontano da lui.

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