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9 Agosto 2026 - Anno A - XIX Domenica del T.O.

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1Re 19,9a.11-13a; Sal 84/85; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33


La fede nel contesto

della “cultura liquida”



Lorenzo Ghiberti, Pietro cammina sulle acque salvato da Gesù (1422-1424), Formella realizzata per il portale nord del Battistero di San Giovanni in Firenze. Originale nel Museo dell'Opera del Domo di Firenze.
Lorenzo Ghiberti, Pietro cammina sulle acque salvato da Gesù (1422-1424), Formella realizzata per il portale nord del Battistero di San Giovanni in Firenze. Originale nel Museo dell'Opera del Domo di Firenze.

“Signore, se sei tu comandami di venire verso di te sulle acque”. E Gesù gli disse: Vieni! Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: Signore, salvami! E subito Gesù tese la mano. Lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato? Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: Davvero tu sei il Figlio di Dio” (Mt 14,28-33).

“In quei giorni, essendo giunto Elia al monte di Dio, l’Oreb, entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore… dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna” (1Re 19,9a.11-13).

Quelli appena narrati sono episodi che ci raccontano due fondamentali esperienze di fede, compiute rispettivamente da Pietro e da Elia, in circostanze particolarmente difficili della loro vita: Pietro, durante l’attraversata notturna del lago; Elia, durante un improvviso periodo di crisi. Entrambi rischiano la morte: Pietro a causa della tempesta; Elia a causa della regina Gezabele, che ha decretato la sua condanna. L’uno e l’altro episodio ci offrono l’occasione per mettere in evidenza il contesto, spesso doloroso e critico, entro cui accade la fede.

Fa da sfondo a questi due episodi il tema della “preghiera”, ben evidenziato da Matteo, il quale ritrae Gesù in un momento in cui “congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare” (Mt 14,23). L’evangelista non fa passare inosservato questo aspetto apparentemente marginale, ma determinate per la stessa esperienza di fede. Per lo stesso Gesù essa si rivela determinante: egli infatti non compie nulla al di fuori da questo alveo relazionale della sua vita spirituale; come attesta anche il brano precedente, dove prima della moltiplicazione dei pani, viene detto che: “Gesù … si ritirò in disparte in un luogo deserto” (Mt 14,13). Anche gli altri evangelisti menzionano questo dato, notando che Gesù spesso si reca a pregare da solo in disparte. In particolare Luca ci fa capire che la preghiera precede, accompagna ed orienta tutte le scelte e gli avvenimenti salienti della sua vita.[1] Di solito egli prega nella solitudine, di notte, nel deserto o su un monte. E pregando lascia trasparire l’intenso rapporto divino che sussiste tra lui e il Padre. Osservandolo si capisce che egli a differenza nostra prega con gusto e vivo piacere personale; mentre per noi è spesso legata al dovere e per questo facile a scadere in una vuota e tediosa monotonia. Per lui la preghiera costituisce la condizione per essere ascoltato dal Padre (cf. Gv 11,41-42), e lo stesso insegna a fare anche ai suoi discepoli (cf. Gv 15,7). Ad ogni modo la testimonianza di Gesù ci stimola ad un rapporto più intenso e personale col Padre. Per questo essa è la linfa necessaria della nostra esperienza di fede. Ed è con questa prospettiva che intendiamo rileggere gli episodi di Elia e di Pietro, i quali ci offrono diversi spunti di riflessione. Il primo dei quali riguarda il contesto critico entro cui si sviluppa la fede.

Che la fede cresca soprattutto in circostanze pericolose lo attesta la vicenda di Elia: il profeta è costretto a fuggire dalla regina Gezabele che lo perseguita a causa della sua manifesta opposizione alla religione di Baal in Israele, della quale aveva sterminato ben quattrocentocinquanta profeti, a seguito del sacrificio compiuto sul monte Carmelo (cf. 1Re 18,20-40). Egli, stanco di essere incalzato dal suo decreto, trova rifugio sul monte Oreb, sul quale chiede a Dio di manifestare la sua presenza. Ma diversamente dalla sue aspettative Dio gli si rivela in modo del tutto inconsueto: non più attraverso il “terremoto”, il “vento impetuoso”, il “fuoco divorante”, tutti segni teofanici tipici della tradizione mosaica, ma attraverso il “mormorio di un vento leggero”. Il nuovo linguaggio comunicativo di Dio costringe il profeta ad una più raffinata sensibilità spirituale. La brezza leggera diventa così metafora di un atto interiore. Essa allude al moto leggero dello Spirito che accade nelle profondità del cuore, come suggerisce la caverna, nella quale si era rintanato. E proprio lì Dio va a scovarlo, per riportarlo all’originario atto di fede, simile a quello compiuto da Abramo. Come allora al Patriarca anche ora ad Elia, Dio chiede di uscire da sé, dal suo dolore, dal suo io. Forte di questa rinnovata esperienza divina, Elia si reca fuori dalla caverna, coprendosi il capo col suo mantello, esattamente come aveva fatto Mosè, dopo le sue esperienze teofaniche sul Sinai (cf. Es 3,6; 34,33).

Questa innovativa manifestazione divina, diventa per noi un monito ad aprirci ai linguaggi comunicativi di Dio sempre nuovi, imprevedibili e creativi; a non accontentarsi dei soliti cliché religiosi, spesso irrigiditi dalle abitudini alienanti della nostra spiritualità vuota e formale, più legata ai precetti, alle regole, agli schemi che non alla perenne novità dello Spirito che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21, 5). Anche noi allora, come Elia, siamo invitati a scendere nelle profondità dell’esperienza della fede, a saperne interpretare i segni dei tempi, le condizioni che ne consentono il progresso. 

 Simile a quella del profeta è anche l’esperienza di fede compiuta da Pietro. Anch’essa, infatti, accade all’interno di un contesto difficile, come quello della tempesta marina. Intanto ci sorprende il verbo che introduce tutto il racconto: “Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva” (Mt 14,22). La presenza di questa voce verbale al passato remoto: “costrinse”, sembra collegare la crisi di fede di Pietro e dei discepoli a un’iniziativa di Gesù. È lui che chiede agli apostoli di “precederli sull’altra riva, mentre congedava la folla”. Non è sempre facile risalire alle cause delle nostre crisi. Interpretarle poi come situazioni originate da Dio, ci sconcerta perfino. Eppure le crisi costituiscono il banco di prova più efficace per verificare la consistenza della nostra fede. 0per questa ragione, stando alla lettura interpretativa della Bibbia, esse vengono fatte risalire direttamente a Dio, comprese come sono nella logica della sua misteriosa pedagogia divina. Lo stesso Gesù le ha interpretate e vissute in questa chiave, come attestano le tentazioni a cui fu sottoposto prima di iniziare la sua predicazione pubblica (cf. Mt 4,1-11). Riconoscere Dio, perciò, all’origine delle nostre crisi esistenziali significa aver raggiunto una maturità spirituale, secondo la quale “tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio” (Rm 8,28).

Certi di questa originaria azione divina anche noi ci accingiamo a salire sulla barca della nostra esistenza, e a entrare, senza indugio, nelle nostre tempeste spirituali, convinti di essere da lui guidati, anche quando, come i discepoli, facciamo fatica a riconoscere il volto di Cristo, fino a scambiarlo per “un fantasma” (Mt 14,26). L’evangelista esprime tutto questo modo misterioso di vivere la vita, con un particolare apparentemente marginale, in realtà molto significativo: “Verso la fine della notte” (Mt 14,25), letteralmente “alla quarta veglia”, quella che accade tra le tre e le sei del mattino, quando si avverte tutto il peso e la stanchezza di una nottata vissuta tra “resistenza e resa”, per usare un’espressione del noto teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, senza tuttavia giungere a risultati positivi; al contrario, sperimentando il totale fallimento di ogni nostra azione (cf. Lc 5,5) e per giunta abbandonati anche delle persone più care. A rendere ancora più grave e drammatica la circostanza è il coinvolgimento collettivo. Rispetto a quella di Elia, l’esperienza di fede raccontata da Matteo non riguarda solo Pietro, ma tutti i discepoli. Si tratta dunque di una crisi comunitaria, che noi potremmo reinterpretare in termini ecclesiali, come quella che stiamo vivendo in questo preciso periodo storico, dove non pochi sono tentati di abbandonare la fede. Ma proprio in queste circostanze Gesù si fa riconoscere con la sua parola di speranza: “Coraggio, sono io, non abbiate paura” (Mt 14,27). Ecco la situazione limite che induce Pietro, a pronunciare quelle straordinarie parole di fiducia: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque” (Mt 14,28).

È emblematica questa richiesta di Pietro. Camminare sulle acque è un atto scientificamente impossibile a causa della liquidità del mare e della ineludibile forza gravitazionale. Senza escludere la storicità di questo episodio, esso assume per noi una valenza simbolica, il cui significato ci riporta immediatamente a quello della fede, l’unica capace di dare consistenza alla precarietà della nostra esistenza, non a caso definita “liquida” a causa di una cultura che si rivela incapace di offrire dei punti di riferimento stabili e consistenti. Consapevole di questa precarietà esistenziale Pietro chiede a Gesù di attraversarla in virtù della fede in lui. Gesù acconsente e dice: “Vieni!”. Pietro si fida, esattamente come aveva fatto all’origine della sua chiamata: “Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5). La sua fiducia, tuttavia, dura finché i dubbi non prendono il sopravvento in lui, che mettono in discussione le sue certezze. I tempi della maggiore fede sono anche quelli della maggiore prova. Essi scatenano dentro di noi le forze più avverse e ostili a Dio. In simili circostanze tutti, indipendentemente dalla fede che nutriamo per Cristo, veniamo come assaliti dalle forze del male, di cui sperimentiamo la potenza devastatrice, facendoci percepire le conseguenze più estreme dell’ateismo. Ma proprio in queste circostanze, riaffiora in noi la voce più autentica della nostra umanità che ci fa gridare: “Signore, salvami” (Mt 14,30). “E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31). La salvezza alla quale giunge Pietro non è quella che proviene dalla nostra volontà morale, ma quella che scaturisce dall’infinita misericordia gratuita di Cristo. Solo quando, come Pietro, sperimentiamo questo abisso oscuro della nostra esistenza a causa del totale fallimento delle nostre possibilità, si compie il vero atto di fede. È qui che anche noi come i discepoli, veniamo confermati dalla Chiesa e invitati a riformulare la nostra professione di fede in Cristo: “Davvero tu sei il Figlio di Dio” (Mt 14, 33).

A cosa allude, dunque, questo episodio di Pietro che cammina sulle acque? Per capirlo proviamo a collocare la domanda nell’attuale contesto storico, particolarmente caratterizzato da una crisi epocale che sta coinvolgendo tutti i settori della nostra vita; dove perfino i millenari riferimenti religiosi, morali, spirituali, esistenziali, filosofici che sono stati acquisiti non senza una faticosa ricerca sapienziale, vengono messi in discussione e addirittura abbandonati. Un po’ come accade a Pietro, il quale, benché avesse dato prova di una fede straordinaria in Cristo, si lascia poi assalire dai dubbi. Egli sembra tracciare così la parabola della millenaria storia della fede cristiana: dopo il periodo aureo della fede dei secoli passati, tutto sembra sbriciolarsi sotto i colpi del nichilismo, relativismo, edonismo … In una simile situazione vivere si rivela un’impresa davvero difficile; e non poche volte accade di vedere persone sprofondare in un’angoscia esistenziale, dalla quale non è affatto facile uscire, incapaci come siamo di trovare e dare senso alla vita in simili circostanza. Come non fare memoria in questi contesti delle parole di Gesù che dice: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30). Prestare fede a queste parole, può rivelarsi determinante per la nostra vita. Esse offrono la possibilità di camminare sulla superficie liquida e precaria della nostra esistenza. La fede diventa così la condizione spirituale che più di tutte ci impedisce di sprofondare nel caos della vita e di gettare lo sguardo oltre l’attuale crisi esistenziale.


[1] Gesù prega in occasione del battesimo (cf. Lc 3,21); prima di scegliere i dodici (cf. Lc 6,12); prima di insegnare il Padre nostro (cf. Lc 11,1); prima della confessione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo (cf. 9, 18); nel Getsemani (cf. Mt 26, 36-44); sulla croce (cf. Lc 23, 46; Mt 27, 46).

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