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2 Agosto 2026 - Anno A - XVIII Domenica del T.O.

  • 1 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

Is 55,1-3; Sal 144/145; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21




Date voi stessi loro da mangiare




Scuola bizantina, Mosaico pavimentale dei pani e dei pesci (V sec. d.C.), realizzato nella Chiesa dei pani e dei pesci, Tabgha, Israele.
Scuola bizantina, Mosaico pavimentale dei pani e dei pesci (V sec. d.C.), realizzato nella Chiesa dei pani e dei pesci, Tabgha, Israele.

“Avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.

Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”(Mt 14,13-21).


L’idea liturgica di collocare l’episodio della Moltiplicazione dei pani subito dopo il Discorso parabolico sul Regno, mostra una straordinaria intuizione teologica che rende comprensibile l’inscindibile rapporto che sussiste tra le parole e i fatti nella metodologia predicativa di Gesù. Le parole infatti senza i gesti rischiano di diventare vuoti racconti letterari; i fatti senza le parole rischiano di rimanere incomprensibili gesti prodigiosi. Essi invece sono complementari: le parole esplicitano il significato dei fatti, mentre i fatti attestano il valore profetico delle parole. Questo rapporto costituisce un’unità inscindibile nel piano rivelativo del Regno da parte di Gesù, confermando l’autorevolezza della sua missione divina. Non a caso l’episodio viene presentato come un segno manifestativo della presenza sacramentale di Dio nel mondo. Esso infatti rientra tra quei gesti che attestano la messianicità di Gesù, secondo la visione profetica di Isaia (cf. Is 61,1-2), confermata, per altro, dallo stesso Cristo nel suo discorso a Nazaret (cf. Lc 4,16ss; Mt 13, 53-58).  Questa prospettiva liturgica ci consente quindi di comprendere più in profondità il senso teologico del nostro episodio, prefigurandoci l’evento eucaristico, alla cui luce viene riletto e descritto.

Ma proviamo ora ad entrare nel vivo della scena e a seguire il suo sviluppo storico e teologico. L’episodio viene collocato da Matteo subito dopo la decapitazione del Battista (cf. Mt 14,1-12), evento che sconvolge non poco l’animo di Gesù, al punto da ritirarsi da solo nel deserto a pregare. Ma presto viene raggiunto dalle folle ed egli non rinuncia a mettersi subito a loro disposizione, come se il grido di aiuto proveniente dalla folla, ancora più del deserto, costituisse per lui un vero e proprio “luogo” in cui riconoscere la voce di Dio. È in questo suo darsi all’altro che si delinea la ricca simbologia eucaristica che impregna tutto il racconto. Gesù opera secondo i tempi e i modi dell’azione provvidenziale di Dio, e lo fa con estrema discrezione, senza alcuna ostentazione di sé, ma solo per attestare la presenza operante di Dio in atto. I gesti sono estremamente semplici: “prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla”. Nulla che attiri l’attenzione degli astanti. Anche la narrazione letteraria di Matteo partecipa di questa stessa discrezione rivelativa: il suo linguaggio è sobrio ed essenziale, senza enfasi o fraseggi di parole superflue o esaltanti. Perfino il luogo contribuisce ad avvalorare il riserbo operativo di Gesù. L’episodio avviene nel deserto, là dove, letteralmente, l’uomo non può più fare appello alle proprie risorse, se non affidarsi totalmente alla provvidenza di Dio.

Ed è in questa cornice che entrano in gioco gli apostoli, i quali si adoperano, per quanto è possibile, a presentare a Cristo la situazione di bisogno che si è venuta improvvisamente a creare. Essi si dimenano come possono, proponendo rimedi temporanei e deresponsabilizzanti: “congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Al contrario Gesù li interpella, chiedendo di provvedere alla situazione: “voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16).

L’invito di Gesù potrebbe essere inteso in un duplice modo: il primo, più plausibile dal punto di vista logico, è quello in cui Gesù mette alla prova i suoi discepoli per verificare la loro fiducia nella provvidenza in situazioni limiti come queste. Il secondo, invece, ci rivela un significato più profondo, manifestando il valore eucaristico di questo racconto. Basterebbe, infatti, riformulare il comando di Gesù: “Date loro voi stessi da mangiare”, rispetto a quello enunciato da Matteo, per conferire alla frase un significato completamente diverso. Infatti, mentre nella formula evangelica Gesù invita i suoi apostoli a provvedere da loro al cibo, in questo caso la formula invita gli apostoli a dare se stessi, ovvero a farsi nutrimento per gli altri, il che tradotto a livello liturgico significa farsi sacramento, strumento di salvezza per gli altri. In altre parole Gesù invita gli apostoli a consegnarsi totalmente alla folla, esattamente come farà lui stesso durante la passione. È interessante notare come questo secondo significato scaturisca anche dall’atteggiamento assunto da Gesù poco prima della moltiplicazione dei pani. Egli pur ritirandosi nel deserto a pregare, ebbe compassione per la folla, al punto da essere disposto – avrebbe commentato san Vincenzo de’ Paoli – a “perdere Dio nella preghiera per il Dio che si manifesta nei poveri”.

La fame fisica diventa così l’occasione per provvedere sì a un bisogno contingente, ma nella rilettura evangelica viene interpretata anche come segno evocativo della fame spirituale di Dio, come emerge dalla risposta di Gesù a Satana durante le tentazioni nel deserto: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4). Dare se stessi significa, ancora di più, attuare il comandamento dell’amore di Gesù, secondo il quale “nessun ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (cf. Gv 15, 13). È qui che si rivela ed incarna la logica dell’esistenza eucaristica predicata e praticata da Gesù durante tutta la sua vita. In altre parole, le diverse forme di indigenza materiale che possono verificarsi nella vita ecclesiale e sociale, altro non sono che occasioni per farsi dono per l’altro, convinti dell’assoluta gratuità di Dio: “O voi tutti assetati, venite all’acqua … comprate e mangiate … senza denaro … Su ascoltatemi … porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò con voi un’alleanza eterna” (cf. Is 55, 1-3). Il Salmo 144/145 si rivela così come la sola forma di preghiera con cui rivolgerci a lui: “Apri la tua mano Signore e sazi il desiderio di ogni vivente”.

In conclusione l’episodio evangelico ci dà modo di riflettere sulla pedagogia educativa di Gesù, secondo la quale in circostanze critiche come quelle descritte dal Vangelo, non occorre formulare chissà quale piano pastorale strategico, ma fare come ha fatto lui, servirsi del nostro poco, offerto a Dio nella più assoluta fiducia, convinti che proprio in queste circostanze estreme si attiva la provvidenza divina. È nella nostra pochezza che si manifesta la potenza di Dio (cf. 2Cor 12,9-10). Pertanto è rimanendo ancorati a Cristo che possiamo rivolgerci al Padre con la convinzione di poter ottenere tutto ciò di cui abbiamo bisogno (cf. Gv 15,7; 16,23). La Moltiplicazione dei pani costituisce allora un segno che tutto possiamo in colui che ci dà forza (cf. Fil 4,13).

 

Scuola bizantina, Mosaico pavimentale dei pani e dei pesci (V sec. d.C.), realizzato nella Chiesa dei pani e dei pesci, Tabgha, Israele.

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