8 Maggio 2022 - Anno C - IV Domenica di Pasqua
- 7 mag 2022
- Tempo di lettura: 6 min
At 13,14.43-52; Sal 99/100; Ap 7,9.14-17; Gv 10,27-30
Il Pastore della vita eterna

Nel contesto dei Racconti delle apparizioni che la liturgia ci sta proponendo in queste domeniche di Pasqua, ci sorprende l’immagine del Buon Pastore di oggi. Apparentemente fuori luogo, essa ci svela, in realtà, un significato profondamente teologico che evidenzia l’opera salvifica di Cristo, compiuta attraverso la Risurrezione. Chi è il Risorto se non il Pastore che conduce coloro che ascoltano la sua voce alla vita eterna? (cf. Gv 10,28). Cos’è la Risurrezione se non un preludio alla comunione d’amore che sussiste tra Cristo e il Padre? E cos’è la Passione e Morte se non la via per accedere alla vita nuova in Cristo? Riletto alla luce della Pasqua il tema del Pastore si rivela perciò in tutta la sua sorprendente verità. E in questo contesto appare indissociabile da quello della “via” e del “posto”, ai quali Gesù fa riferimento durante il Discorso di Addio, quando rivolgendosi agli apostoli dice: “Io vado a prepararvi un posto … (poi) ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Gv 14,2-3).
Il tema del Buon Pastore lo troviamo nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, dove Gesù è coinvolto all’interno di una diatriba, nella quale i Giudei gli chiedono un’esplicita dichiarazione sulla sua identità divina: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” (Gv 10,24). Dinanzi a una simile domanda che potrebbe ridurre la risposta ad un’argomentazione astratta, Gesù preferisce lasciar parlare le opere: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore … Io è il Padre siamo una sola cosa” (Gv 10,25-26.30). Un poco oltre egli ribadisce ulteriormente la sua risposta: “Se non compio le opere del Padre mio non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10,37-38). E qual è questa opera del Padre alla quale Gesù fa riferimento se non quella della sua risurrezione? Cosa più di questa attesta l’identità divina di Cristo? La risurrezione diventa in questo caso l’“opera”, la “via” e il “luogo” della vita eterna. Essa è l’evento che rivela l’intimo e speciale rapporto che sussiste tra Gesù e il Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,29).
La questione dunque non è la mancata dimostrazione di Gesù, ma il rifiuto che i Giudei continuano a ostentare anche dinanzi all’evidenza. Nessuna dimostrazione è efficace, quando lo scetticismo e il negazionismo pervadono gli animi degli interlocutori. In realtà essi non credono non perché Gesù è incapace di attestare la sua divinità, bensì perché non accettano la sua metodologia rivelativa che esula dalle loro attese, tutta concentrata sulle parole. Per Gesù invece la vera testimonianza è quella che viene dal Padre (cf. Gv 5,32; 8,18), dagli altri, come quella del Battista (cf. Gv 5,33) e dalle opere (cf. Gv 10,25); nulla più di esse attestano la sua origine divina[1]. Ma la loro diffidenza è dovuta soprattutto al fatto che essi sono fuori dalla relazione di fede con lui: “Voi non credete perché non siete mie pecore” (Gv 10,26). Non dispongono cioè di quella conoscenza intima e profonda che scaturisce da una relazione interpersonale, come quella dell’amore evangelico. In altre parole il loro scetticismo scaturisce da un’apriori e ostinata presa di posizione contro Gesù. Si rifiutano di prendere parte alla vita di comunione con Cristo e perciò si precludono la possibilità di cogliere e verificare la verità della sua testimonianza. Contro questa ostinata e testarda forma di scetticismo nessuna argomentazione o testimonianza è in grado di far cambiare idea.
Come non rileggere in questa chiave la polemica dei Giudei contro Paolo e Barnaba, riferitaci dal libro degli Atti, quando dinanzi al crescente numero dei fedeli che si univano ai discepoli di Cristo, cominciarono a esternare le più bieche forme di gelosia e invidia, contrastando con “parole ingiuriose le affermazioni di Paolo” (At 13,45)[2]. Non soddisfatti dalla testimonianza degli apostoli, giunsero a “sobillare la classe dei nobili e dei notabili della città”, fino a scatenare una violenta persecuzione contro Paolo e Barnaba, i quali dinanzi ad un rifiuto così evidente si ritrovarono costretti a volgere il loro annuncio evangelico ai Gentili: “Era necessario che fosse prima di tutto proclamata a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani, come il Signore stesso ci ha ordinato: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra” (At 13,46-47). Un passo, quello appena citato, che fa luce sulle ragioni che determinarono la decisiva svolta della predicazione degli apostoli fuori dai confini della fede ebraica. Fatti che evidentemente costituiscono ancora oggi una dolorosa frattura che solo una rinnovata rilettura evangelica e una paziente misericordia potranno risanare.
Cosa fare dunque per entrare nel recinto relazionale di Gesù? La risposta ce la offre lo stesso Gesù: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27). Ascoltare, conoscere e seguire qualificano le condizioni per assimilare la sua mentalità, la sua vita e comprendere le sue parole. Tra Cristo e i discepoli si viene a creare un intimo nesso di comunione che consente di partecipare della stessa relazione che lui ha col Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Questa unità o comunione d’amore tra Cristo e il Padre nello Spirito, costituisce la vita eterna. È familiarizzando con essa, o più chiaramente, è praticando l’amore evangelico di Cristo che si fa esperienza della vita eterna. La salvezza, alla quale accediamo attraverso la risurrezione di Cristo, è tutta qui: in questa partecipazione personale alla comunione d’amore trinitario che Cristo offre a chi decide di entrare in relazione con lui. Pertanto, chiunque, ponendosi alla sequela di Cristo, può partecipare della sua salvezza. Chi ne partecipa entra nella comunione eterna col Padre che salvaguardia dalle possibili forme di perdizione e rende immune il nostro spirito dalle azioni diaboliche di coloro che cercano di strapparci dalla mano di Dio. Essi “non andranno perduti in eterno e nessuno li strapperà dalla mano del Padre” (Gv 10,28.29).
La salvezza, dunque, è per tutti, ma purtroppo non tutti ne partecipano. Esiste la reale possibilità di perdersi. Le ragioni che la permettono possono essere svariate, tra le quali quelle di chi si lascia dominare dalla dinamica dell’invidia e della gelosia. “L’invidia è la carie delle ossa” dice il libro dei Proverbi 14,30, un tarlo che lasciato operare può diventare distruttivo per la persona. C’è tuttavia una condizione che può bloccarne l’esercizio ed è quella del passaggio attraverso “la grande tribolazione” (cf. Ap 7,14), come la definisce Giovanni. Noi potremmo tradurla in termini di “rinnegamento di sé”, lo stesso che Gesù chiede a chiunque decide di mettersi in ascolto della sua parola. Per poter dare la vita eterna Gesù ha dato in primo luogo la sua vita fisica. Evidentemente Cristo non chiede a tutti questa forma di testimonianza, ma certamente ci chiede di morire a noi stessi. Si tratta perciò di lasciarsi seriamente interpellare dalle Parole di Gesù e verificare se effettivamente esse non sono di vita eterna, come lui stesso afferma in questo brano evangelico (cf. Gv 10,28). Occorre allora il coraggio di rivedere radicalmente le proprie convinzioni e lasciarle trasfigurare dalla luce dello Spirito. Egli solo conosce fino in fondo i pensieri di ogni cuore. Lui e lui solo potrà pacificarci con Dio, con quella pace che Cristo annuncia all’indomani della sua Risurrezione (cf. Gv 20,19-20). Poiché solo un cuore puro potrà vedere Dio (cf. Mt 5,8), ovvero la salvezza che lui ci offre in Cristo Gesù[3]. Riletto in questa luce il tema del Buon Pastore ci offre perciò la possibilità di una riflessione teologica sull’Evento Pasquale, così necessaria per chi intende scoprire le ragioni della propria fede.
[1] Per Gesù una testimonianza basata solo sulle parole non è sufficiente, poiché chiunque può dire di sé quello che ritiene opportuno, occorre perciò una testimonianza altrui che garantiscono la vericità della sua parola. [2] L’ingiuria, tanto per precisare, non è appena appena la critica spicciola che viene solitamente fatta nelle questioni quotidiane, ma una sorta di diffamazione che a livello legale costituisce un illecito civile, passibile perciò di pena civile. [3] Sembrano perciò molto interessanti i suggerimenti che vengono dal libro della Sapienza: “Cercate il Signore con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui. I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio; l’onnipotenza messa alla prova, caccia gli stolti” (Sap 1,1-3).




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