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5 Dicembre 2021 - Anno C - II Domenica di Avvento


Bar 5,1-9; Sal 125/126; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6


Il Battista:

un’attesa con discernimento


Il tema dell’attesa, sul quale abbiamo concentrato la nostra attenzione domenica scorsa e per il quale ho ritenuto opportuno suggerirvi anche una forma di preghiera, come quella del Rosario, per contemplare quelli che potremmo definire I misteri dell’attesa, costituisce l’atteggiamento specifico con cui testimoniare la fede nel vissuto quotidiano dell’Avvento. Occorre più che mai prendere coscienza che l’oggi della nostra fede sta nel vivere in vista della seconda venuta di Cristo. Per questo – come afferma san Paolo – “in attesa che Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in noi … è necessario che la nostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, affinché possiamo distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo” (cf. Fil 1,6.9-10). L’Avvento, dunque, come ogni tempo liturgico forte, è un invito che la Chiesa ci rivolge per riandare alle radici della nostra fede e l’attesa costituisce senz’altro uno degli atteggiamenti religiosi originari.

Tra le figure profetiche che meglio ci aiutano a comprendere questo aspetto e a tradurlo in una testimonianza autentica di fede, vi è senza dubbio quella di Giovanni il Battista. L’evangelista Luca, attento storico qual è, ci riferisce una serie di dati che contribuiscono a farci capire l’estrema importanza che assume lo sforzo di calare la nostra testimonianza di fede in un preciso momento storico. I nomi, i ruoli, i riferimenti geografici, le date e gli avvenimenti che lui ci riporta in questo breve brano evangelico (cf. Lc 3,1-2) non intendono riferirci il suo repertorio culturale, ma ci dicono il tentativo di collocare la fede del Battista in un preciso contesto sociale e culturale. Senza questo sforzo la nostra fede rischia di rimanere avulsa dalla realtà, perciò poco credibile e attendibile.

Nel tentativo di favorire una simile testimonianza di vita ci sforzeremo di individuare le tappe fondamentali del cammino di fede del Battista. Egli giunge alla comprensione della sua vocazione e della sua missione non senza difficoltà. Difficoltà provenienti non solo dall’indigenza del suo ambiente familiare, ma anche dal travagliato contesto sociale, che come il nostro, era attraversato da profonde tensioni politiche, culturali e religiose. La stessa attesa messianica, di cui lui si fa promotore, era costantemente minacciata dalle varie idee religiose che circolavano intorno alla identità e missione salvifica del Messia, tra le quali quella politica, di cui gli stessi apostoli erano convinti sostenitori, sino al momento dell’Ascensione di Gesù al cielo (cf. At 1,6). Ormai adulto Giovanni sceglie di vivere nel deserto. Una sorta di romitaggio cenobitico il suo. Sembra infatti che egli non viva completamente da solo, ma insieme ad altri. Una comunità dallo stile di vita molto sobrio, incentrata prevalentemente sullo studio della Legge e dei Profeti. Ed è proprio grazie a Isaia che egli scopre la sua vocazione profetica, in particolare quelle sue parole: “Una voce grida: nel deserto preparate la via del Signore …” (Is 40, 3-5), gli si rivelano significative per la sua missione. In esse coglie l’oggi dell’attesa messianica, che diventa lo specifico del suo mandato. Isaia gli rivela la chiave interpretativa per comprendere il significato dei segni che si susseguono nel suo tempo storico, dai quali intuisce che il Messia è alle porte. La sua venuta è imminente e l’attesa volge al termine. I tempi sembrano maturi per accoglierlo. Tuttavia non era affatto facile riconoscerlo. Da qui l’impegno per un profondo discernimento spirituale. Egli, infatti, ancora più degli altri profeti che hanno preannunciato la venuta del Messia, è colui che ha saputo riconoscerlo nel presente della storia. L’evangelista Giovanni, nel riferirci questa sua capacità discernitiva, ci riporta l’episodio e le parole con le quali egli seppe individuarlo tra la gente: “Ecco l’agnello di Dio … Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare … mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,29.33-34). Il Battista ci dice allora che non basta vivere l’attesa, occorre che essa sia accompagnata dal discernimento. Discernere non è una pratica semplice, anche noi come lui facciamo spesso fatica a riconoscere la presenza di Dio negli eventi, nelle persone, nelle circostanze della vita quotidiana, perciò necessitiamo dello stesso Spirito, per rimanere “integri e irreprensibili” nella fede durante l’attesa, senza lasciarci confondere o distrarre da ciò che è superfluo, così da concentrare l’attenzione solo sull’essenziale.

Ma il Battista va oltre: l’attesa necessita sì di un discernimento, ma anche di un annuncio concreto che ha nella pratica del battesimo la forma più efficace e concreta per favorire il cammino di conversione, a cui l’attesa mira. Comincia così a predicare e a battezzare presso il Giordano. La sua predicazione scuote gli animi delle persone. Non solo il popolo, ma via via anche i ceti più abbienti si lasciano coinvolgere. Persino gli scribi, i farisei e i sacerdoti si sentono interpellati. Egli è così convincente e credibile da essere perfino scambiato per il Messia. Ma il Battista ha una chiara visione della sua identità e della sua missione. Pur disponendo di tutte le prerogative messianiche egli sa di essere solo la “voce” della “Parola”, per la quale si sente chiamato a preparare, raddrizzare, colmare, abbassare, spianare i cuori e le menti perché essa sia accolta e vissuta.

Interroghiamoci dunque: a cosa alludono questi verbi nella nostra vita spirituale e con quali atteggiamenti ecclesiali e sociali essi vanno tradotti? Nel tentativo di rispondere a queste domande si profila davanti a noi tutta l’attualità di questa figura profetica. Perciò il Battista non si limita a rimanere un personaggio del passato, ma si identifica con chi, come lui, ha il coraggio di farsi interprete della voce di Dio che parla ancora alle coscienze delle donne e degli uomini di tutti i tempi. Giovanni è un profeta scomodo, la sua voce e perfino la sua presenza, non lascia tranquille le coscienze. Egli ci rimprovera gli agi e soprattutto lo stile di vita borghese al quale abbiamo ridotto il vangelo. Ci sprona a non adagiarci sugli allori del passato, ma a farci attenti osservatori delle mutate condizioni sociali, culturali e religiose, e soprattutto interpreti dei segni con i quali Dio continua a manifestarsi nel tempo. La sua profezia ci dice che non basta custodire tenacemente i valori religiosi della nostra tradizione, quando gli stessi si rivelano inefficaci nel generare una reale e profonda conversione al vangelo. A che pro continuare a celebrare il Natale se viene ridotto ad una pura tradizione culturale e, peggio ancora, a un pretesto economico? La sua voce ci dice che non basta neppure limitarci a denunciare queste forme riduttive della fede, se poi risultiamo non solo privi di credibilità, ma giungiamo perfino a offrire delle contro testimonianze.

Preparare, raddrizzare, colmare, abbassare, spianare diventano così i verbi che tracciano il cammino della nostra conversione, nel deserto dell’attuale condizione sociale, culturale e religiosa. I burroni, i monti, i colli, le vie tortuose costituiscono perciò metafore di tutto ciò che impedisce allo Spirito di tracciare il cammino di riconciliazione con Dio, dentro e fuori di noi. Essere profeti nell’oggi significa allora rendere presente, attuale, vivo ed operante il Cristo nel nostro contesto ecclesiale e sociale, praticando il suo comandamento dell’amore. Nulla più dell’amore rende credibile la nostra testimonianza. Nulla più dell’amore prepara la venuta di Cristo. Più che monti e colli da spianare oggi dovremmo abbattere i muri della nostra arroganza, orgoglio, odio raziale, che in diversi modi e forme si vanno ergendo nella nostra Europa e tra di noi e perfino nelle nostre comunità familiari. Si tratta di sentimenti paradossali se pensiamo al passato della nostra tradizione spirituale, e che oggi sembrano costituire vere e proprie forme di esilio, dalle quali ci riesce difficile uscire. Lasciamo dunque che la voce del Battista e quella del profeta Abacuc, risuonino ancora forte dentro di noi, affinché, insieme a loro, possiamo gridare a ogni uomo e donna del nostro tempo: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” (Lc 3,4). “Guardate verso oriente” (cf. Ab 5,5), poiché di là verrà la salvezza. Allora anche noi possiamo proclamare col salmista: “La nostra bocca si aprirà al sorriso e la nostra lingua si colmerà di gioia, poiché grandi cose fa il Signore per noi” (cf. Sal 125/126, 2).

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