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4 Gennaio 2026 - Anno A - II Domenica dopo Natale


Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18 



 

Lo Spirito dell’intelligenza divina

 

“Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1, 17-18). 



Salvatore Fiume, Natività (1983), Chiesa Maria SS. Annunziata, Comiso (RG)
Salvatore Fiume, Natività (1983), Chiesa Maria SS. Annunziata, Comiso (RG)

Oggi la Liturgia ci invita a compiere un’operazione alquanto impegnativa, che riguarda non tanto l’applicazione pratica della Parola di Dio, quanto una sua riflessione teologica. Dopo aver celebrato l’evento incarnativo di Dio, siamo invitati a compiere un atto di intelligenza spirituale. Ogni brano biblico ci sprona, a suo modo, a scendere nelle profondità del mistero divino, per farci “comprendere a quale speranza Dio ci ha chiamati e quale tesoro di gloria racchiude la sua sapienza”. La sua comprensione, stando al passo paolino della Lettera agli Efesini, rimane fondamentale ai fini della stessa salvezza, come a dire che senza un’adeguata comprensione teologica la stessa salvezza rischia di essere vanificata. Da qui l’esortazione di Paolo a chiedere a Dio “uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui”. Si tratta allora di imparare a dare ragione dell’evento incarnativo di Dio, specie a chi nutre una visione culturale e una fede religiosa diversa da quella cristiana.

È interessante notare come già gli apostoli si sforzassero, a loro modo, di compiere questa operazione durante la vita di Gesù e soprattutto dopo la sua morte. Tra costoro si distinsero certamente Giovanni, Pietro e soprattutto Paolo. Costui infatti pur non appartenendo alla stretta e originaria cerchia dei discepoli di Gesù, fu tra i primi a cogliere la novità e la profondità teologica del suo disegno salvifico. Anche Giovanni dà prova di una straordinaria penetrazione del mistero di Cristo: infatti, rispetto agli evangelisti Matteo e Luca che descrivono l’evento natalizio di Gesù con uno stile narrativo espresso nei cosiddetti racconti dell’infanzia, egli lo sintetizza, come è noto, nella celebre formula contenuta nel suo Prologo: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Una formula questa che presenta evidenti richiami con quella veterotestamentaria contenuta nel libro del Siracide: “Allora il creatore dell’universo mi diete un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” (Sir 24,8), dove l’autore preannuncia la personificazione della Sapienza divina con l’immagine della tenda che viene impiantata nella terra d’Israele, praticamente la stessa immagine usata poi da Giovanni quando dice: “… venne ad attendarsi in mezzo a noi”, tradotta poi con il verbo “abitare”. Per Giovanni la Sapienza divina che pervade il cosmo e orienta la storia dell’umanità, si incarna nella persona del Cristo, espresso in termini di Logos (in latino “Verbo”), il quale condivide con Dio la stessa vita eterna fin dal principio, come attestano i primi versetti del suo Prologo: “In principio era il Verbo, / e il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio” (Gv 1,1-2; cf. Sir 24,9). Il Logos costituisce per Giovanni la chiave interpretativa non solo per capire il senso del cosmo, ma tutto il disegno sapienziale che Dio dischiude durante la storia della salvezza. Infatti “tutto è stato fatto per mezzo di lui / e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1,3). Questo Logos è la “vita che illumina l’esistenza degli uomini” e consente alla loro intelligenza di scrutare le profondità della Sapienza di Dio. Col Prologo Giovanni dà così prova di una delle prime incursioni teologiche compiute dalla tradizione cristiana.

Ma cos’è che rende possibile una simile penetrazione del disegno salvifico di Dio? Nel rispondere a questa domanda trovo estremamente illuminante il passo della prima lettera di Paolo ai Corinti, dove dice: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, /né mai entrarono in cuore di uomo, / queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1 Cor 2,9-12). Se c’è una condizione che ci consente di indagare il mistero di Dio questa scaturisce dall’azione dello Spirito di Dio nella nostra intelligenza. Il che significa che non basta la sola ragione umana (“lo spirito dell’uomo”) per cogliere il senso profondo della Sapienza di Dio, ma occorre anche lo Spirito di Dio. È lui che ci consente di gettare lo sguardo nelle profondità del mistero di Dio e “conoscere l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo” (Ef 3,18) per noi.

A questo dono tuttavia vanno affiancati anche gli atteggiamenti di Maria che lei assume dinanzi agli eventi e alle parole che Dio le rivolge nei momenti cruciali della sua vita, come quelle dell’Angelo al momento dell’Annunciazione (cf. Lc 1,26-38), quelle della cugina Elisabetta, al momento della Visitazione (cf. Lc 1,39-56); quelle dei Pastori, al momento della nascita di Gesù (cf. Lc 2,8-20); quelle di Simeone, al momento della sua Presentazione al Tempio (cf. Lc 2,22-40). In tutte queste circostanze Maria non si lascia sfuggire nulla; ma si rivela sempre assorta e concentrata nel capire il loro significato. L’evangelista Luca traduce questi atteggiamenti coi seguenti termini: ascoltava, custodiva e meditava (cf. Lc 2,19). Maria si rivela sempre un’osservatrice attenta verso tutto ciò che di straordinariamente grande accadeva in lei e intorno a lei.

Tra tutti questi termini mi preme evidenziare quello di meditare che consiste nello sforzo di trovare un collegamento significativo tra gli eventi e le parole. Il termine greco usato da Luca è sym-ballein (da cui simbolo) che letteralmente significa “mettere insieme”. Tale operazione riflette esattamente quell’atto compiuto dall’intelligenza umana, quando nel mettere insieme tutte le informazione che scaturiscono dall’osservazione della realtà, dall’esperienza pratica scaturita dalla frequentazione quotidiana della vita e dallo studio delle varie discipline, ne coglie il loro significato. Un significato che, invece, rimane nascosto a chi vive con superficialità e disattenzione la vita. Osservare con attenzione, ascoltare con interesse, custodire con cura, riflettere con diligenza e meditare con profondità le parole e le opere di Dio, costituiscono gli atteggiamenti fondamentali per un’autentica conoscenza teologica.

Per giungere alla salvezza non basta solo un atto di fiducia in Dio, ma occorre anche la comprensione della sua promessa. La salvezza è un mistero di fede che non esclude la ragione, al contrario la presuppone e la coinvolge totalmente, senza tuttavia assolutizzarla. La fede come atto di fiducia e la fede come comprensione di senso[1] sono intimamente e inscindibilmente legati l’uno all’altro. L’uno non può sussistere senza l’altro.

Nella prospettiva biblico-cristiana la Sapienza non si limita ad essere solo una visione teorica del mondo, come nel caso della filosofia, ma indica prima di tutto il piano d’amore di Dio sul mondo, che Egli dischiude concretamente attraverso eventi, circostanze, luoghi, parole, gesti e persone nel corso della storia. Tutta la storia biblica a partire da Adamo, passando per i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, e poi per Mosè, i Giudici, i re, i profeti fino a Gesù è nient’altro che il modo con cui Dio ha progressivamente incarnato nella storia di un popolo il suo piano salvifico. In questo senso Cristo costituisce l’evento e il luogo della salvezza di Dio. La sua incarnazione ci dice che la salvezza non dipende solo dall’osservanza fedele di una norma morale o di un precetto religioso, come accade nelle altre religioni, ma scaturisce dalla partecipazione che egli ci fa dell’amore divino. Salvarsi significa aderire e condividere questo amore che trasfigura dall’interno la nostra umanità. Se c’è allora una ragione che giustifica la sua incarnazione questa sta nelle parole di Paolo agli Efesini: quando dice che in Cristo il Padre: “Ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1, 4-5). La realtà verso la quale egli orienta la nostra umanità è quella della filialità divina, di cui Cristo ci offre la via, ovvero le condizioni per parteciparla e farla nostra. Ecco allora il senso del Natale: il Verbo si fa figlio di Maria, perché ciascuno diventi figlio di Dio.

 


[1] La dottrina cristiana patristica e medioevale esprime tutto questo con la formula: fides qua creditur e fides quae creditur.

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