31 Ottobre 2021 - XXXI Domenica del Tempo Ordinario Anno B
- 30 ott 2021
- Tempo di lettura: 6 min
Dt6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28b-34
Amare Dio nella libertà

“Qual è il primo comandamento?” (Mc 12,28), chiese uno degli scribi a Gesù, e questi nel rispondere disse: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza … e il prossimo tuo con tutto te stesso” (Mc 12,29-30; Dt 6,5). Questa risposta di Gesù, pur focalizzando il cuore della legge mosaica, esula da quelle “norme” formulate da Mosè, poi esemplificate e meglio conosciute come “dieci comandamenti”. Infatti essa non è presente, in questi termini, nella versione formulata dall’Esodo (cf. Es 20,1-17), e neppure in quella del Deuteronomio (cf. Dt 5,6-21). Si tratta allora di una sintesi alla quale perviene Gesù, dopo aver lungamente meditato quelle ‘norme di vita’ che sono alla base di ogni forma di relazione con Dio e tra le persone. Più che di “legge”, come di solito vengono definite, si tratta di “parole”, come le definisce il libro dell’Esodo (cf. Es 20,1), o, se vogliamo, di ‘consigli’ che intendono tradurre ed estendere alla vita sociale, l’intenso e profondo rapporto di vita che Mosè intesseva con Dio. Esse perciò prevedono una comunione di vita fondata sull’amore, come giustamente viene sottolineato dal verbo “amerai”. Tuttavia, ‘l’imperativo categorico’ che le connota, non sempre lascia trasparire la libertà, quale condizione fondamentale, nella quale esse necessitano di essere osservate. Fuori dalla libertà tali “parole”, rischiano di essere ridotte solo a norme giuridiche, il cui scopo è quello di piegare l’uomo ad una volontà superiore, intesa come ciò che viola la libertà personale e perciò suscettibile di inevitabili reazioni. In realtà la forma giuridica è solo una veste formale, che ha la funzione didattica di imprimere nelle persone quel processo di formazione alla vita spirituale e di conformazione alla volontà di Dio, propria dell’esperienza religiosa mosaica. Questo aspetto perciò andrebbe riconsiderato alla luce dell’altra fondamentale dimensione di Dio, di cui Mosè, si fa altrettanto interprete speciale: la misericordia, come afferma nel libro dell’Esodo: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato” (Es 34,6-7), o come asserisce anche il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15); o ancora come ribadisce, con una ripetitività litanica il Salmo 135/136: “Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia”, che la CEI 2008 traduce nell’attuale versione: “perché il suo amore è per sempre”.
La misericordia costituisce la chiave di lettura con la quale Gesù rivisita l’esperienza religiosa mosaica, e inaugura la sua vita evangelica. A più riprese, infatti, egli non fa che ribadire la straordinaria esperienza di libertà alla quale essa fa pervenire chiunque diviene oggetto dell’amore di Dio, come testimoniano Zaccheo (cf. Lc 19,1-10) o l’adultera (cf. Gv 8,1-11). Tale esperienza prevede perciò il superamento di quella forma giuridica, tipicamente mosaica, e il raggiungimento di un livello di maturità spirituale che ha nella conoscenza della verità di Dio e nella partecipazione personale alla sua vita d’amore (cf. Gv 8,32), la pienezza della fede cristiana. Non a caso lo scriba ribadisce che Dio merita di essere amato “con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza”, praticamente con tutte quelle dimensioni che esprimono la pienezza della vita spirituale.
La conoscenza e la relazione personale di Dio non sono un optional, ma un dovere che ogni persona è tenuto a eseguire, se intende raggiungere la pienezza della vita. Né la filosofia, né la scienza, né l’arte, né la poesia, né lo sport, né la politica, né la finanza, né qualsiasi altra attività umana, per quanto nobili, autentiche e vere, possono conferire all’uomo la pienezza della vita. Esse sono solo vie, non il fine della vita. Ecco la verità esistenziale che la fede cristiana si sforza di ribadire e promuovere, ma che purtroppo viene costantemente incompresa e disattesa.
“Non sei lontano dal regno di Dio” (Mc 12, 34), risponde Gesù alla replica dello scriba, che condividendo la risposta di Gesù, testimonia di aver colto l’essenza della legge. Egli non è lontano, ma non è neppure giunto al regno. È sulla soglia. È aperto alla novità di Gesù, tanto da lasciarsene interpellare, ma non ha ancora colto la sua essenza. È pronto a compiere il passo definitivo, ma è ancora vincolato alla dimensione giuridica della legge. Un po’ come quel “tale” che rimane condizionato dai suoi beni, pur avendo manifestato un ardente desiderio della vita eterna (cf. Mc 10, 17-22). Cosa gli manca per entrare nel regno di Dio? Lo stesso che mancava a quel “tale”: lasciarsi impregnare dell’amore di Dio. Ecco la novità! Egli amava per dovere, non per amore e perciò non si sentiva libero. Era moralmente integerrimo, ma irrigidito dall’osservanza minuziosa. E questo lo teneva spiritualmente contratto, bloccato, incapace di scoprire che “la legge è fatta per rendere l’uomo libero e non per vincolarlo ad una norma giuridica” (cf. Mc 2,27). L’amore è ciò che rende liberi e Dio va amato nella libertà. Questo è il centro della vita evangelica. Tutta la legge, come afferma san Paolo, è nient’altro che un “pedagogo” (Gal 3,24), che ha la funzione di condurci ad un amore libero e liberante. Lo scopo non è amare la legge, ma amare Dio. Essa è la via e non il fine.
Ma se Dio è infinita misericordia perché non continuare a peccare, dal momento che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia? L’idea di un Dio che ‘comunque perdona tutto, tutti e sempre’ è il pericolo della condotta morale libertina, alla quale si esposero i Romani e che Paolo avverte la necessità di riprendere nella sua lettera (cf. Rm 5,20; 6,1-2.15), in modo analogo a quello fa Giovanni nella sua comunità, dinanzi alle prime forme di eresia gnostica, ovvero di coloro che pensavano di ridurre l’amore evangelico e la relativa salvezza, al solo sforzo intellettivo, limitato a pochi dotati.
Si tratta di rischi, come quello attuale che tende a ridurre la fede alla sola sfera intima e privata, che sono sempre in agguato. Per questa ragione l’amore di Dio va esteso a tutti gli ambiti della vita umana. Non c’è sfera della nostra vita che non ne sia compresa. Tutte le dimensioni della nostra vita sono coinvolte: quella biologica, quella affettiva, intellettiva, spirituale, operativa e soprattutto relazionale. Già, perché l’amore è prima di tutto relazione, relazione con Dio e con l’uomo, con se stessi e col creato. Nella visione biblica e soprattutto evangelica, non è possibile amare Dio e fare a meno dell’uomo. L’amore per lui è imprescindibile da quello per l’uomo. Per questa ragione il primo “comandamento”, come sostiene Gesù e ribadisce lo scriba, è strettamente legato al secondo: “Amerai il prossimo come te stesso” (Mc 12,31), come a voler costituire con esso un tutt’uno imprescindibile. Amare Dio comporta l’inevitabile amore per il prossimo. Non è possibile esercitare l’uno senza l’altro, o sviluppare l’uno a discapito dell’altro. Questa forma d’amore vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici religiosi (cf. Mc 12,33). L’amore per Dio e soprattutto l’amore di Dio costituisce il fondamento dell’amore per l’uomo; esattamente come l’amore per l’uomo costituisce l’inevitabile manifestazione dell’amore per Dio. Nell’amore biblico convergono Dio e il prossimo. Amare Dio e fare a meno dell’uomo significa esporsi al rischio del misticismo; d’altra parte amare l’uomo e fare a meno di Dio, significa esporsi al rischio del filantropismo.
Il desiderio di Dio è che ogni creatura entri in comunione di vita con lui, anzi che diventi come lui: Dio (cf. Gv 10,34). Ma ciò è possibile solo seguendo la via dell’amore per l’uomo. Questa è la novità e il fine dell’incarnazione, che Gesù concretizza col suo amore evangelico e prefigura con la sua unità divino-umana.
Ma perché Dio va amato? E che vantaggio c’è nell’amare Dio e il prossimo come se stessi? Chi ama in questi termini non si espone solo ad una vita di rinunce e limitazioni? Sono giustamente le obiezioni che ciascuno potrebbe muovere nei confronti di questo comandamento biblico, della vita evangelica e, più in generale, della vita religiosa. Non sono domande facili a cui poter dare risposte semplici ed immediate. Occorrerebbe porle a tutti quei poveri dannati che alla fine della vita si ritrovano vuoti e bruciati dalle delusioni, dopo aver investito tutte le proprie energie fisiche, mentali, creative, affettive, economiche e relazionali per cose vane ed effimere; oppure dare la parola a quei santi che, diversamente, hanno avuto ed hanno il coraggio di impiegare tutte le proprie risorse per Cristo e la sua causa evangelica. Personalmente, nel rispondere, vorrei prendere a prestito la considerazione che Gesù fa a quel dottore della legge che gli chiese: “Maestro cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” Lc 10,25), e lui rispose: “fa questo e vivrai” (Lc 10,28), ovvero metti in pratica il comandamento dell’amore. L’amore di Dio è l’unica ragione per cui vale la pena vivere. Mentre tutto passa, il suo amore è l’unica cosa che resta sempre saldo nel tempo, in eterno. Amare Dio e il prossimo con tutte le forze, significa, perciò, investire sul sicuro tutta la propria vita, tutte le proprie energie affettive, creative, intellettive, operative. In ultima analisi, amare Dio e il prossimo significa investire sull’eternità.




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