28 Dicembre 2025 - Anno A - Santa Famiglia
- don luigi
- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 9 min
Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23
Lo stile di vita della famiglia di Nazaret

“Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figlie sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore” (Sir 3,2-6.12-14).
Nella prima domenica dopo Natale la Chiesa ci invita a riflettere sulla realtà della Famiglia e lo fa in un contesto sociale in cui la sua identità è seriamente minacciata sotto il profilo culturale, istituzionale e giuridico. La famiglia sembra essere diventata la cenerentola della realtà sociale, verso la quale si stenta a promuovere una visione politica che ne favorisca lo sviluppo sociale e culturale. Spesso risulta fuori perfino dai piani economici. Nulla o poco si fa per custodire la sua consolidata istituzione. Dinanzi poi all’insorgere di nuove formule e modelli di vita familiare che mettono fortemente in discussione il suo tradizionale modello sociale, da più parti si profilano tentativi che intendono mettere mano a una sua rifondazione etica e giuridica. A livello cristiano questa operazione comporta una vera e propria sfida. Da qui l’impellente bisogno di riscoprire le fondamentali ragioni teologiche che ne hanno garantito la sussistenza nel corso dei secoli e ne hanno giustificato l’autenticità a livello antropologico nelle varie epoche culturali.
Ma prima ancora di descrivere il modello biblico-cristiano della famiglia è opportuno chiedersi: cosa s’intente per famiglia? Partendo da una considerazione alquanto generica, possiamo dire che la famiglia è costituita da un nucleo di persone, unite da un rapporto di parentela, determinato da un legame consanguineo e affettivo. Questo legame viene originariamente deciso da due persone, solitamente un uomo e una donna, che istituiscono un vincolo matrimoniale, dal quale ha origine un prole. Così intesa la famiglia risulta fondata da un legame di tipo monogamico, costituita da: genitori, fratelli, sorelle uniti da un vincolo di parentela che condividono lo stesso luogo abitativo, gli stessi pasti, gli stessi oggetti e le diverse responsabilità che ne conseguono. Stando ad alcune ricerche etnografiche compiute su diverse aree geografiche, sociali e culturali, questo modello di famiglia sembra godere di una visione antropologica universale. Esso, ad eccezione di casi particolari, è all’origine dell’esistenza individuale e costituisce il nucleo primordiale che dà forma a quel processo formativo d’identità personale e sociale di ciascuno di noi.
Forte di questa entità naturale la Bibbia propone un modello di famiglia avallato anche dalla volontà divina, come attesta il celebre passo del libro della Genesi dove è scritto: “Poi il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile … Il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo … Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 18.22.24). Stando a questo passo si intuisce che la dimensione affettiva tra l’uomo e la donna viene posta all’origine della loro relazionale matrimoniale, riconosciuta come la condizione fondamentale che dà origine a quel processo che consente a ciascuno di realizzare pienamente se stesso nell’altro da sé. In altre parole, tanto l’uomo quanto la donna non avrebbero modo di realizzare la loro identità personale e sociale rimanendo soli, ma solo nella reciproca relazione affettiva. Questa forma di affetto tra l’uomo e la donna è ‘naturalmente’ predisposta anche alla generazione procreativa. La prole che ne scaturisce, infatti, è determinata dalla loro unione fisica. Pertanto il matrimonio fondato sull’unione dell’uomo e della donna riflette non solo l’ordine naturale, ma anche quello divino. I due infatti, malgrado la loro diversità, sono chiamati a diventare “una sola cosa”, a fare cioè della propria vita un dono di sé all’altro. Così inteso il matrimonio assume una dimensione sacramentale in quanto costituisce il riflesso dell’amore tra Cristo e la Chiesa, attraverso il quale essi collaborano per portare a compimento il disegno salvifico di Dio sull’umanità.
Questa visione biblico-cristiana pur determinando, nel corso di due millenni, una notevole incidenza a livello sociale e culturale, da essere riconosciuta come un ideale di vita matrimoniale – dando origine tra l’altro anche a robusti valori umani – dinanzi al pluralismo culturale e religioso diffuso nella nostra società occidentale, è entrata in crisi. A metterla in discussione sono anche le nuove forme di convivenza umana, come quella “di fatto” e tra gli stessi sessi, che nel frattempo, favoriti anche da una crisi religiosa e umanistica, si sono rapidamente diffusi nel nostro tessuto sociale. Non che nel passato tali modelli fossero del tutto assenti, ma l’attuale novità sta nel fatto che essi sono approvati da riconoscimenti giuridici ed etici inediti che ne avallano la loro fattibilità a livello sociale.
Cosa fare dinanzi a un simile scenario? La semplice riproposta di un modello biblico di famiglia, tra l’altro assai lontano nel tempo e nella mentalità, potrebbe apparire un’operazione controproducente e inefficace, dettata più dalla nostalgia che da una reale convinzione. Tale modello necessita perciò di essere sostenuto dai vari documenti magisteriali[1] che nel frattempo hanno cercato di interpretare le nuove istanze antropologiche e morali nel rinnovato contesto socio-culturale. Da qui l’esigenza di una coscienza critica capace non solo di giustificare la propria scelta religiosa, ma anche di tradurla in una prassi quotidiana di vita familiare, ecclesiale e sociale. È chiaro che la sede non ci consente di ripercorrere i vari testi biblici e i vari documenti magisteriali proposti dalla Chiesa, per questo ci limiteremo ad evidenziare solo alcuni aspetti che scaturiscono dall’attuale Liturgia della Parola.
È interessante notare che la testimonianza biblica sulla vita matrimoniale, più che da una riflessione di tipo teorico, scaturisce da un’esperienza di tipo sapienziale, dove converge una stratificazione secolare. Il libro del Siracide, per esempio, è una raccolta di insegnamenti di vita che ruotano attorno alla ricerca della sapienza che fluisce dall’osservanza della Legge mosaica. Lo scopo dell’autore è quello di offrire ai suoi ascoltatori i principi e i criteri per avere una vita quanto più conforme alla volontà di Dio. Egli offre numerosi consigli su come vivere in modo giusto, onesto, generoso, prudente la vita quotidiana compresa quella matrimoniale e familiare. Vengono perciò trattati argomenti come l’amicizia, il rispetto per i genitori e gli anziani. L’onore dei genitori, a cui fa riferimento il nostro brano, non nasce da una forma di riconoscenza per l’amore ricevuto, non si riduce neppure ad una relazione di convenienza dei figli verso i genitori, ma è stabilito direttamente da Dio: “Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, [e] ha stabilito il diritto della madre sui figli” (Sir 3,2). Il suo inserimento nel decalogo: “Onora il padre e la madre” (Es 20,12) fa capire quanto esso non sia semplicemente una forma di rispetto, ma risulti fondamentale ai fini delle relazioni familiari e perciò è alla base del diritto e dell’identità della famiglia e delle singole persone che la costituiscono. Nella misura in cui tale comandamento viene osservato, dice l’autore del Siracide, ne derivano alcune conseguenze, del tipo: “l’onore espìa i peccati” (v. 3), “genera gioia” (v. 5), fa “vivere a lungo” (v. 6), “procura consolazione e accumula tesori” (vv. 3.5), “fa esaudire le preghiere” (v. 5), “sarà tenuto presente nel giorno del giudizio, come sconto dei peccati” (v. 14). Secondo san Paolo, l’“onore dei genitori” educa alla “sottomissione” (Col3,18), e “all’obbedienza” (20). Il brano del Siracide individua anche alcune circostanze limite dove è necessario continuare e mantenere il rispetto: come la “vecchiaia”, le “contrarietà” (12), quando “perdono il vigore e il senno” (13); e secondo Paolo nell’“esasperazioni, nell’inasprimento e nelle ostilità” (cf. Col 3,19.21). Tale comando nella formulazione del Siracide è rivolto solo ai figli, in Paolo invece, esso viene esteso anche ai genitori: “Voi, padri, non esasperate i vostri figli, [non li] scoraggiate” (cf. Col3,21).
L’onore, tipicamente veterotestamentario, viene tradotto da Paolo, nel brano della lettera ai Colossesi, in amore, dove assume una modulazione lessicale che lascia intendere i diversi toni che lo caratterizzano. Esso si manifesta sotto forma di “misericordia”, “compassione”, “bontà”, “benevolenza”, “umiltà”, “mansuetudine”, “mitezza”, “pazienza”, “longanimità”, “sopportazione”, “perdono”, “gratitudine” … Tutte queste forme manifestative trovano la loro perfezione nell’“agape”, ovvero nell’amore che comporta il dono di sé all’altro, fino a quello della vita. Da esse scaturisce la “pace”, ovvero la comunione con Dio in Cristo (cf. Col3,12-15). L’amore inoltre, nella formulazione paolina, “educa”, “forma”, “ammaestra” e “ammonisce” anche (16).
Il brano evangelico evidenzia, invece, altri aspetti, deducibili sia dalle circostanze a cui è sottoposta la Famiglia di Nazaret, sia dall’atteggiamento dei membri che la compongono, in particolare Giuseppe. Un quadro per nulla idilliaco quello che emerge dal Vangelo di Matteo. Oltre alle difficoltà logistiche che hanno preceduto e accompagnato il parto di Maria, evidenziato dalla liturgia del Natale, la Famiglia di Nazaret appare, sin dall’inizio, nella morsa di una persecuzione, che la costringe alla fuga in Egitto. Un aspetto questo per nulla diverso dall’attuale circostanza, dove più che di persecuzione occorrerebbe parlare di esilio ed emarginazione culturale. In un panorama così ambiguo non è sempre facile capire l’Egitto dove trovare riparo e difesa per l’attuale famiglia. Anche l’Egitto ‘culturale’, infatti, come nella storia biblica, ha sempre un atteggiamento ambiguo: ci sono circostanze dove si riveste da dominatore ed altre da protettore. Le cose non vanno certamente meglio nella propria terra, dove l’Erode di turno non sembra avere un volto chiaro, ma di certo dispone di una strategia che svuota dall’interno le relazioni fondative del matrimonio e della famiglia.
Ma in tutto questo panorama alquanto complesso emerge la straordinaria figura di Giuseppe che tacitamente sembra indicarci l’atteggiamento pratico e quotidiano da assumere in simili circostanze. In primo luogo l’attenzione. Nonostante la marginalità del suo ruolo egli appare l’unico capace di leggere e interpretare, con perspicacia spiritualità, le avversità sia sociali sia culturali che minacciano il bene della sua neo famiglia: (cf. Mt 2,13)[2], ma anche i cambiamenti che, se da una parte, sembrano apparentemente favorire e promuovere la sua vita familiare: (cf. vv. 19-20)[3], dall’altra, lo invitano alla prudenza: (cf. v. 22)[4]. Dall’attenzione trapela l’ascolto della Parola di Dio che l’aiuta a discernere le difficoltà: (cf. v. 22)[5].
La sua paternità responsabile lo induce a custodire gelosamente il figlio e la moglie, durante i momenti più critici. Essi costituiscono per lui i beni inalienabili, per i quali bisogna anteporre tutto, i propri progetti, perfino se stessi. Giuseppe, insieme a Maria, non sono certamente tipi da arrendersi alle avversità e agli ostacoli. Essi sanno di dover realizzare una vocazione, per cui non smettono di sognare, ovvero di lasciare spazio a Dio nella loro vita. È nel sogno che Dio entra nella vita di Giuseppe e attraverso di lui in quella della sua famiglia. Il sogno è il luogo entro il quale non è facile cogliere i contorni esatti dell’azione di Dio. Questa sfugge sempre ad ogni tentativo di dominio umano. Il sogno genera in lui la speranza, che trascende tutte le difficoltà. Nel sogno egli intuisce l’ideale di famiglia a cui Dio li chiama.
Sarebbe opportuno rileggere le relazioni familiari, oggi, alla luce di queste indicazioni bibliche. Sulla loro base potremmo ora chiederci: quanti come Giuseppe, sia pure nella semplicità discreta e silente, sanno mettersi in ascolto della volontà di Dio, nella difficile e contorta complessità della realtà attuale? Quale esperienza evangelica guida, accompagna ed orienta la ricerca dei genitori nel panorama culturale contemporaneo? Quanti riescono a rendere visibile la presenza di Gesù in mezzo a loro, secondo l’ideale evangelico tracciato da Mt 18,15-20? Quanti sono in grado di fronteggiare lo strapotere egemonico della cultura contemporanea con una vita condotta secondo l’umile stile di vita nazaretano, in attesa che la gloria di Dio si manifesti attraverso il piccolo virgulto del loro amore coniugale? Personalmente ritengo che solo chi si sa guidato dall’intima e misteriosa presenza dello Spirito può realmente distendere nella storia il piano di Dio sulla famiglia e sull’umanità, come fanno Giuseppe e Maria. È con questo senso pratico che essi ci propongono un modello e uno stile di vita familiare a cui guardare nelle circostanze difficile della nostra vita.
[1] Humanae vitae (1968) di Paolo VI; Familiaris consortio (1981), Mulieris dignitatem (1988), Evangelium vitae (1995) di Giovanni Paolo II; le varie catechesi che papa Benedetto e papa Francesco hanno dedicato a questo tema nel corso del loro pontificato; nonché la Carta dei diritti della famiglia (1983) e Al Servizio della vita (1992) del Pontificio Consiglio per la Famiglia, per citarne solo alcuni.
[2] “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”.
[3] “Un angelo […] gli disse: “Alzati […] e và nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”.
[4] “Avendo però saputo che era re della Giudea Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi”.
[5] “Avvertito in sogno, si ritirò nella regione della Galilea”.




Commenti