11 Febbraio 2024 - Anno B - VI Domenica del Tempo Ordinario
- don luigi
- 10 feb 2024
- Tempo di lettura: 5 min
Lv 13,1-2.45-46; Sal 31/32; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45
La lebbra nell’oggi della vita ecclesiale

“Venne a Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: Se vuoi puoi purificarmi! Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii purificato! E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” (Mc 1,40.42).
La guarigione del lebbroso che ci viene documentata in questo brano evangelico, non è altro che uno dei tanti episodi con i quali l’evangelista Marco delinea il ministero di Gesù in Galilea, descritto nei primi sette capitoli del suo racconto (cf. Mc 1-7,23). Un ministero costellato da una serie di attività che vanno dalla predicazione del regno alla chiamata dei discepoli; dalle discussioni sulla legge alle parabole sul regno; dalle guarigioni agli esorcismi. Tutte opere che contribuiscono, a loro modo, ad attestare l’identità messianica di Gesù, che Marco, pur lasciando trapelare qua e là da alcune anticipazioni come quella che lui stesso fa all’inizio del suo Vangelo (cf. Mc 1,1) o quella che fa pronunciare allo spirito impuro (cf Mc 1,24), lega strettamente al cosiddetto “segreto messianico”, di cui questo brano ci offre un primo esempio: “Guarda di non dire niente a nessuno” (Mc 1,44), dice Gesù al lebbroso, intimandogli severamente di divulgare la notizia della sua guarigione.
Da una prima lettura di questo brano evangelico sembra allora che la guarigione del lebbroso e il segreto messianico, costituiscano gli elementi sui quali l’evangelista Marco intende invitarci a soffermare la nostra attenzione, che noi vorremmo stimolare con alcune domande: qual è il senso di questo episodio evangelico? A quale forma di malattia possiamo paragonare la lebbra, oggi? Come mai Gesù proibisce al lebbroso di divulgare la notizia della sua guarigione? La divulgazione non avrebbe contribuito a diffondere la sua fama? Che forse questo veto fa parte della metodologia rivelativa di Gesù? In tal caso come rivela la sua identità, secondo quale logica? E quali disposizioni interiori chiede ai suoi interlocutori, per evitare che il suo ministero messianico venga frainteso?
Si profila così il senso di questo episodio evangelico e la ragione per cui Marco lo associa a quello che gli studiosi definiscono il “segreto messianico” e che egli considera come una sorta di espediente narrativo, che consente al lettore di partecipare della dinamica rivelativa di Cristo, il cui mistero si dischiude a lui nella misura in cui si lascia coinvolgere personalmente dalla predicazione di Gesù, ponendosi alla sua sequela. Pertanto, al pari dei primi discepoli, anche il lettore è chiamato a compiere il loro stesso cammino di fede, così da essere guidato alla rivelazione dell’identità divina di Cristo, che culmina nella professione di fede compiuta da Pietro (cf. Mc 8,27-29), seguita da quella del centurione sotto la croce (cf. Mc 15,39), posta praticamente alla fine del racconto evangelico.
Questo segreto viene gradualmente svelato dai vari miracoli, tra i quali quello della guarigione del lebbroso, col quale Gesù prende chiaramente posizione critica nei confronti della Legge. Mosè, stando alle prescrizioni del Levitico 13,1-17, prevedeva che chiunque venisse contagiato dalla lebbra, aveva l’obbligo di presentarsi al sacerdote, il quale una volta attestato il contagio, era tenuto ad allontanare il lebbroso dalla comunità. La lebbra era considerata tra le più gravi malattie del tempo, dalla quale era difficile guarire: gli unici casi di guarigione, attestati nell’AT, sono quelli Maria: la sorella di Mosé (cf. Nm 12,10-15) e di Naaman il Siro, capo dell’esercito del re di Aram (cf. 2Re 5,1-14). La malattia era così devastante sotto l’aspetto fisico che il libro di Giobbe la definisce l’anticamera della morte, e il lebbroso come “il primogenito tra i morti” (cf. Gb 18,13). La sua gravità era giudicata a livello morale: peggiore era la malattia, più grave era il peccato commesso. Da qui l’accusa di impurità e la sua relativa esclusione dalla vita religiosa e comunitaria. Lo stesso discorso valeva anche per chiunque entrasse in contatto con il lebbroso o per qualsiasi oggetto egli toccasse: tutto diventava impuro come lui. La purificazione prevedeva un rituale che solo il sacerdote era tenuto a svolgere, al termine del quale se egli attestava che i segni dell’impurità erano scomparsi, l’impuro poteva essere reintrodotto nella comunità (cf. Lv 14,1-32). È chiaro che i provvedimenti mosaici sono determinati anche da uno scopo precauzionale, teso a salvaguardare il bene della comunità. In un contesto povero di cure mediche, l’esclusione probabilmente costituiva il rimedio più efficace per una terapia preventiva.
La guarigione di questo lebbroso offre a Gesù l’occasione per manifestare il suo dissenso nei confronti dell’interpretazione mosaica della lebbra, considerata causa di impurità morale. Per Gesù invece la lebbra non ha alcun rapporto con la sfera morale. Essa è una malattia fisica, che può contagiare chiunque, indipendentemente dalla condotta morale. Pertanto se c’è una causa di impurità questa non è dovuta alla lebbra, ma al peccato, che l’uomo compie nel suo cuore. È qui che si annida il concetto di impurità. Ed è qui che deve avvenire la purificazione. La vera guarigione pertanto non consiste solo nel ristabilimento della salute fisica, ma nella purificazione morale, grazie alla quale è possibile essere reintrodotto nella comunione con Dio. Dissociando la malattia dalla condotta morale Gesù considera il lebbroso una persona come tutte le altre, anzi, proprio a causa della malattia, ancora più meritevole della sua “compassione”, e quindi di essere reintegrato nella comunione con Dio e nella vita comunitaria. Ecco lo scopo della sua missione.
È chiaro che oggi la lebbra non è più considerata come al tempo di Gesù. E questo grazie anche alle attuali ricerche scientifiche e cure mediche che sono state compiute nei suoi confronti. Anche a livello morale nessuno si sogna più di associarla al peccato. Rimangono però alcuni interrogativi: qual è allora la ragione per cui Marco ci trasmette questo episodio del lebbroso? Quale significato assume per noi la lebbra? A quale forma di malattia potremmo paragonarla oggi? E perché Marco associa questa guarigione al “segreto messianico”? Il racconto evangelico diventa allora un pretesto per un rinnovato sguardo sulla situazione della nostra fede in Cristo nell’attale contesto ecclesiale. A giudicare da alcuni sintomi della nostra vita comunitaria sembra che la lebbra più contagiosa e diffusa sia quella dell’individualismo. Nulla più di questo atteggiamento esistenziale ci isola da noi stessi, dagli altri e da Dio, precludendoci ogni forma di relazione. Ne scaturisce che la vera purificazione di cui abbiamo urgentemente bisogno sia quella mentale e culturale, ovvero di tutte quelle idee e stili di vita che noi assumiamo in modo indiscriminato dal mondo, e che ci inducono a compiere scelte di vita dettate dall’autosufficienza, dalla diffidenza, dall’indipendenza dall’altro, da Dio e dal creato; con le relative e drammatiche conseguenze che ne derivano a livello relazionale, esistenziale, morale, religioso, spirituale.
In questa luce anche il “segreto messianico” assume un suo preciso significato. Esso ci insegna che la fede in Cristo non va ostentata o dichiarata alla maniera dello spirito impuro (cf. Mc 1,24), che ne attesta sì la verità, ma rimane solo a livello intellettivo e verbale, senza tradursi cioè in una reale conversione, che ne comporta la vera trasformazione esistenziale e morale. Riconoscere l’identità di Cristo significa allora aderire alla logica evangelica della sua vita. È a queste condizioni che la conoscenza della verità di Cristo rende veramente liberi (cf. Gv 8, 32), e dunque diventa salvifica. Tutte le altre forme di messianismo generano solo inganni politici e malintesi culturali. In questa prospettiva i miracoli costituiscono “segni” che rivelano la presenza operante di Dio in Gesù, il quale opera con discrezione, secondo la logica del granello di senape (Mc 4,30-32). È questa la modalità con cui il Regno si svela, cresce e si diffonde nel mondo.




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