top of page

1 Gennaio 2026 - Anno A - Maria Santissima Madre di Dio


Nm 6,22-27; Sal 66; Gl 4,4-7; Lc 2,16-21



 

La maternità spirituale della Chiesa

 

“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42).



Raffaello Sanzio, La Madonna della seggiola (1513-1514), Galleria Palazzo Pitti, Firenze
Raffaello Sanzio, La Madonna della seggiola (1513-1514), Galleria Palazzo Pitti, Firenze

Forse nessun’altra formula evangelica, come questa, sintetizza i temi di questa solennità mariana, alla quale la Chiesa ci invita a volgere l’attenzione nel primo giorno dell’anno. Essa contiene infatti in embrione il tema della Maternità di Maria (cf. Lc 2,21); il dono della filialità divina (cf. Gal 4,6), e il solenne gesto della Benedizione di Dio (cf. Nm 6,24-26; Sal 66). Noi cercheremo di considerarli nel tentativo di sviscerare ulteriormente il mistero dell’Incarnazione di Dio, appena celebrato. Partiremo con la Benedizione di Dio, con la quale la Chiesa apre solennemente questo nuovo anno solare.

Un breve excursus biblico può aiutarci a comprendere meglio il significato di questo straordinario gesto divino[1]. Nell’uso comune la benedizione è un’invocazione con la quale si chiede a Dio di rivestire una persona dei benefici. Essa perciò, come dice il termine, è dire-bene di qualcuno o di qualcosa, affinché sia resa partecipe dell’abbondanza dei doni. La testimonianza biblica ci fa capire che si tratta di un gesto di origine divina e che Dio pratica sulle creature per condividere i suoi doni. È interessante notare che in questi casi la sua formulazione verbale compie ciò che dice. È in questo modo che essa viene impartita da Dio sulla prima coppia, subito dopo averla creata (cf. Gen 1,27-28), auspicando loro: fecondità, discendenza, potere sulla natura e sugli animali. Tale gesto viene poi praticato anche dai Patriarchi per trasmettere a loro volta alla discendenza la propria eredità: così Abramo, Isacco, Giacobbe verso i loro rispettivi figli. Di generazione in generazione tutte le benedizioni sono tese a moltiplicare la discendenza affinché si compia il piano di salvezza contenuto nella promessa salvifica di Dio. Questo modo di pronunciare la benedizione, ci fa capire il potere di cui dispone la parola. Questa non è solo uno strumento comunicativo, ma un modo di esercitare il potere divino che Dio condivide con l’uomo. Tale potere può essere volto tanto al bene quanto al male. La benedizione perciò è esattamente il contrario della maledizione, che prevede invece l’uso negativo della parola, pronunciata per provocare effetti funesti, diventando così causa di maleficio. La parola ha il potere di compiere il bene o il male. Se nel primo caso essa viene pronunciata per invocare la potenza benevola di Dio, nel secondo caso viene pronunciata per evocare la potenza terribile del male. Nell’uso che ne fa Dio la parola è sempre volta la bene; quando invece è egli stesso a pronunciare la maledizione (cf. Gen 3,14-15) è per contrastare le conseguenze del maligno sull’uomo e sul creato. Pertanto la parola di Dio è sempre volta al bene[2].

La Bibbia è costellata di gesti di benedizioni, accompagnate sempre da parole che ne esplicitano il contenuto. La sua formula più nota la troviamo nel libro dei Numeri, che la Chiesa ci propone per la circostanza. Si tratta di un gesto che Dio stesso impartisce sul popolo, attraverso il sacerdote Aronne: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 24-26). Una formula che echeggia anche nel Salmo 66: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la sua via, la sua salvezza fra tutte le genti”. “Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra”. Contenuto della benedizione dunque è: “lunga vita”, “protezione”, “benevolenza”, “prosperità”, “pace”, “timore di Dio”, “conoscenza del suo piano salvifico”. Chi gode di queste cose è benedetto da Dio; è ben voluto da lui. Benedicendo, Dio impregna il creato, l’uomo e la storia del suo bene, orientandoli alla salvezza. Tutta la storia della salvezza è una storia di benedizione.

Collocata all’inizio dell’anno la formula di benedizione diventa così segno di speranza, tesa a volgere lo sguardo oltre le dure, amare e dolorose vicende della vita. In questo senso, come afferma san Paolo, “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” Rm 8,8). La benedizione costituisce una protezione divina, con la quale Dio intende difenderci e ripararci dal male, col suo amore tenero di Padre. È in questa luce che vogliamo immaginare anche Maria: la “benedetta fra le donne”, per la pienezza di grazia di cui è stata colmata (cf. Lc 1,42). Con lei la benedizione divina non è più volta solo ai beni materiali, come accadeva nella visione veterotestamentaria, ma soprattutto a quelli spirituali. Si tratta di venir rivestiti e colmati della sovrabbondante ricchezza dell’amore divino. In questo senso la formula: “Il Signore è con te” (Lc 1,28) che l’Angelo rivolge a Maria, al momento dell’Annunciazione, non è solo un saluto, e neppure solo un auspicio, ma la constatazione di una realtà. È l’accadimento di un evento, ovvero della presenza reale di Dio in una persona. A partire da lei la “pienezza di grazia” viene estesa anche a tutti coloro che condividono con lei la stessa fede nella Parola di Dio. Il che significa che anche noi, nella misura in cui crediamo alla Parola di Dio su di noi, diveniamo madre o padre spirituali, capaci cioè di generare Cristo nel grembo della Chiesa. È di questa grazia che siamo chiamati a colmare tutti gli ambiti della nostra vita sociale e a farlo costantemente, fino alla pienezza dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti. Maria ci insegna dunque il segreto di ogni autentica maternità e paternità spirituale: custodire e meditare ogni Parola che Dio ci comunica per rendere feconde le nostre relazioni, affinché la sua presenza diventi visibile in mezzo a noi. Ecco allora il contenuto, specificamente cristiano, della benedizione di Dio: in Cristo “Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale” (Ef 1,3), per portare ad ognuno la sua salvezza ed in lui partecipare della santità, della verità, della bontà, della bellezza tutta intera di Dio, fino a diventare in Lui causa di salvezza per l’altro. Esattamente come il significato del nome Gesù: “Dio salva”. 

È importante perciò imparare a custodire la Parola di Dio, come fa Maria con le parole che i pastori dicono sul figlio Gesù (cf. Lc 2,19). Meditare la sua Parola significa cogliere il suo senso profondo e svilupparlo fino a farlo diventare origine e fonte di vita evangelica, quella che trasfigura ogni nostra relazione, rendendola riflesso della relazione familiare di Dio tra gli uomini. Pertanto anche noi con lei vogliamo imparare a custodire la pienezza della grazia che già abita dentro di noi con l’eredità filiale lasciataci da Cristo. Grazie a Maria Dio ci ha fatto dono della filialità divina del suo Figlio, come mette bene in evidenza san Paolo nella sua lettera ai Galati: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”. Pertanto non siamo più schiavi, ma figli: “se poi figli, siamo anche eredi per volontà di Dio” (Gal 4,6-7).

Benedizione e maternità/paternità spirituale diventano così le condizioni per generare i figli di Dio nell’oggi della vita ecclesiale. Ecco i doni che Maria ci consegna in questo passaggio d’anno e ci invita a custodirli e a serbarli nel segreto del nostro cuore come i beni più preziosi della nostra fede, per guardare con speranza al futuro della nostra vita spirituale.

 

 

 

 

 

 


[1] Il contenuto della benedizione viene comunemente espresso anche col termine augurio o auspicio. In realtà tra di essi vi è una sostanziale differenza: mentre la benedizione è un atto che Dio condivide con l’uomo, l’augurio è l’arte praticata dall’àugure, che era un sacerdote dell’antica Roma che aveva il compito di interpretare la volontà degli dei, attraverso l’osservazione dei segni con cui si manifestava. Inizialmente il segno era quello del volo degli uccelli: dalla loro tipologia, direzione, solitario o di gruppo e dai versi che emettevano. Più che predire la cosa da fare egli diceva se la scelta decisa riscontrava o meno l’approvazione degli dei. Successivamente l’àugure si dedicò anche all’interpretazione di altri segni, come: fulmini, lampi, tuoni, movimento dei quadrupedi e rettili, il modo di beccare dei polli. L’àugure praticava quest’arte tenendo in mano un bastone ricurvo a forma di punto interrogativo, detto lituo (dal latino litàre che significa offrire sacrifici agli dei, per ottenere auspici favorevoli). Esso veniva usato per segnare uno spazio nel cielo, così da creare un templum. Dal modo con cui gli uccelli passavano attraverso questo spazio si capiva se una determinata azione o decisione era gradita agli dei. La forma del lituo è molto simile a quella del pastorale dei vescovi.

[2] In Dio infatti la parola esplicita il suo amore per mezzo del potere creativo, mediante il quale dà origine alle cose. Grazie alla sua parola ogni cosa viene tratta dal nulla e posta in esistenza. Nel libro della Genesi l’autore esplicita questo potere divino con la seguente formula: “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu” (Gen 1,3). L’evangelista Giovanni definisce la parola di Dio in termini di “Logos - Verbo”, con esplicito riferimento a Cristo, quando dice che: “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (cf. Gv 1,3.10). Dello stesso avviso è anche san Paolo: “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16; 1Cor 8,6). L’identico discorso vale anche per l’autore della lettera agli Ebrei 1,2. La parola è all’origine anche del potere taumaturgico di Gesù: ogni guarigione che egli opera è accompagnata dalla parola, come attesta l’episodio del lebbroso che chiede a Gesù: “Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi” e Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: Lo voglio, sii sanato” (Mt 2-3). Nel Nuovo Testamento non troviamo mai la parola maledizione sulla bocca di Gesù. Egli è solo motivo di benedizione di Dio per l’uomo e per il mondo. Anche nei casi in cui Gesù pronuncia le minacce su persone, cose, città o comunità, lo fa per salvaguardarli dal male e per aiutarli a prendere coscienza delle conseguenze a cui si esponevano con le loro scelte negative, come nel caso dei ricchi (cf. Lc 6,24-26); delle città (cf. Mt 11,21); degli scribi e farisei (cf. Mt 23,13-31); su Israele (cf. Mt 23,33-36); su Giuda (cf. Mt 26,24). Gli unici riferimenti evangelici in cui Gesù fa uso della parola maledizione è Mt 25,41: “Lungi da me, maledetti” e Mc 11,12-24 // Mt 21,17-22 pronunciata sul fico sterile. Per Paolo Gesù addirittura si fa maledizione, per riscattare coloro che erano sotto il potere della maledizione della Legge (cf. Gal 3,13). Gesù diventa così motivo di benedizione da parte di Dio per tutta l’umanità: col suo amore egli trasfigura le forze negative del peccato, insite nell’uomo e nel mondo. In lui e con lui si compie la promessa di Dio ad Abramo, quella di essere cioè segno di benedizione per tutti i popoli (cf. Gen 12,1-3). 

Commenti


© Copyright – Luigi RAZZANO– All rights reserved – tutti i diritti riservati”

  • Facebook
  • Black Icon Instagram
  • Black Icon YouTube
  • logo telegram
bottom of page