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29 Marzo 2026 - Anno A - Domenica delle Palme

  • 27 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Mt 21, 1-11; Is 50, 4-7; Sal 21/22; Fil 2, 5-11; Mt 26, 14-27, 66


La logica segreta della “passione”





“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, … e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore! A gloria di Dio Padre” (Fil 2,5-11).

 

Il brano paolino della lettera ai Filippesi 2,5-11 costituisce una straordinaria prospettiva teologica con cui accostarci all’intera Liturgia della Parola di questa Domenica delle Palme, tutta incentrata sui racconti della Passione e Morte di Gesù. La parola chiave di questo brano è: kenosi, il cui significato evoca quel processo di radicale svuotamento della condizione divina operato da Gesù durante tutta la sua esistenza storica, che va dal concepimento fino alla morte di croce. Un atteggiamento questo che scaturisce dalla libera e volontaria decisione di vivere in totale solidarietà con la condizione umana. Ed è con lo stesso atteggiamento solidale di Gesù che anche noi vogliamo introdurci nel clima spirituale della Settimana Santa, durante la quale vorremmo predisporci a vivere con maggiore consapevolezza l’evento Pasquale, convinti che, come dice san Paolo, nella misura in cui partecipiamo delle sue sofferenza parteciperemo anche della sua gloria (cf. Rm 8,17).  

Proviamo perciò a fare nostro il criterio spirituale che ha guidato Gesù a rimanere fedele al piano d’amore salvifico del Padre, anche quando prende coscienza che ciò avrebbe comportato l’inevitabile passaggio attraverso la passione. Lo facciamo seguendo l’itinerario che va dal suo Ingresso in Gerusalemme fino alla sua morte in croce, durante il quale Gesù appare visibilmente determinato a portare a compimento la sua missione, come traspare già dal versetto profetico di Isaia che preannuncia l’immagine messianica di Gesù attraverso quella del Servo sofferente: “Il Signore Dio mi assiste, / … per questo rendo la mia faccia dura come / pietra, /sapendo di non restare confuso” (Is 50,7; cf. Ez 3,8-9). Ad avallare questo aspetto contribuisce anche l’annotazione che l’evangelista Luca fa nel descrivere l’atteggiamento risoluto con cui Gesù si dirige verso il luogo della sua passione: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli indurì la faccia e s’incamminò verso Gerusalemme” (Lc 9,51). A livello spirituale questo atteggiamento lascia trasparire l’amore radicale di Gesù, che non sfugge neppure davanti alla violenza che si andava accanendo contro di lui. Egli, lungi dal lasciarsi condizionare dall’accoglienza gloriosa dei gerosolomitani, prosegue nella sua missione convinto di attualizzare, nell’oggi della sua persona, la profezia messianica di Isaia, alla cui luce rilegge la sua sofferenza: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio / e io non ho opposto resistenza, / non mi sono tirato indietro. / Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, / le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; / non ho sottratto la faccia / agli insulti e agli sputi” (Is 50,5-6). Una determinazione questa di Gesù che non scaturisce dal coraggio dell’eroe che affronta impavido la sua battaglia, ma dall’intima certezza di non essere abbandonato da Dio. Ed è in virtù di questa certezza che egli ha modo di perseverare fino in fondo alla sua missione, anche nelle circostanze limiti, come quella a cui viene sottoposto.

Questo atteggiamento di Gesù ci interpella e ci invita a riflettere sul modo con cui anche noi viviamo le nostre piccole o grandi sofferenze quotidiane, nelle quali la “passione” che lui ci chiede di condividere non è tanto quella fisica, che difficilmente potrà ripetersi su di noi con la stessa e inaudita violenza, ma quella spirituale che scaturisce dalla decisione di assumerci il peso delle nostre responsabilità; specie quando questa comporta la decisione libera e volontaria di rinnegare noi stessi per amore di Cristo e della Chiesa, svuotandoci di tutti quei contenuti egocentrici che contribuiscono ad accrescere la nostra immagine, il nostro nome e la nostra persona a livello sociale. È a questo livello che partecipiamo della stessa kenosi di Cristo. Ed è in questi momenti che permettiamo allo Spirito di far risuonare in noi la voce di Gesù che ci ripete: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove” (Lc 22,28).

Durante queste prove può anche accadere di sperimentare alcune forme di cedimento, come è avvenuto ai discepoli (cf. Mt 26,56) nel caso del tradimento di Giuda (cf. Mt 26,14-20. 47-50), o in quello del rinnegamento di Pietro (cf. Mt 26,33-35.68-75). La fedeltà a Cristo non dipende dal nostro coraggio di sfidare le circostanze avverse, come afferma Pietro: “Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”, ribadito subito dopo: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò” (Mt 26,33.35); o come afferma quel tale a Gesù: “Signore ti seguirò dovunque tu vada” (Mt 8,19), e ancora Tommaso, che alla decisione di Gesù di passare per Gerusalemme, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16), ma dalla grazia di Dio e dalla preghiera di Gesù (cf. Mt 22,31-32) che ci sostengono e ci persuadono perfino nei momenti in cui la debolezza e la fragilità di Gesù possono diventare per noi motivo di scandalo: “Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: ‘Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26,31).

E non è escluso che l’incunearsi della prova possa condurci anche ad un vero spossamento dell’anima, come quello sperimentato da Gesù durante la preghiera nel Getsemani (cf. Mt 26,36-56), dove arriva a provare perfino una sudorazione ematica, segno evidente della sua profonda angoscia: “Allora Gesù andò con i discepoli in un podere, chiamato Getsèmani … e cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me” (Mt 26,37-38). Quest’angoscia sembra perfino sprofondare nel baratro dell’abisso quando sulla croce sperimenta il totale abbandono del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (cf. Mt 27,46).

Osservando il modo con cui Gesù rimane “docile” e “mite” in questa circostanza, viene da chiedersi come e quando abbia maturato una simile forma di altruismo perfino verso coloro che si spingono oltre ogni misura nel manifestargli la loro brutale violenza? Come non lasciarsi interpellare da una simile testimonianza d’amore a Dio e all’uomo? Ed è paradossale che tra tutti coloro che lo avevano seguito durante la passione, solo un centurione si lascia scalfire da quella inaudita testimonianza, da giungere a dire: “Davvero costui era Figlio di Dio” (cf. Mt 27,54). Sorprende questa straordinaria testimonianza di fede che lascia trasparire la singolare modalità con cui Dio rende partecipi della sua rivelazione gente ritenuta così marginale alla sua storia salvifica. Si ripete anche qui la stessa situazione capitata al Battista dove alcuni soldati erano tra coloro che si lasciarono interpellare dalla sua predicazione (cf. Lc 3,14).

E seppure dovesse capitare di non riuscire a seguire Gesù lungo la via della passione, chiediamo almeno la grazia di accogliere il suo corpo esamine nel sepolcro del nostro cuore, come accadde a Giuseppe che “prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia” (Mt 27,59-60), e di farlo con la speranza che “lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti … darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo dello stesso Spirito che abita in noi” (cf. Rm 8,11).  

 

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