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28 Giugno 2026 - Anno A - XIII Domenica del T.O.

  • 27 giu
  • Tempo di lettura: 8 min

2Re 4,8-11.14-16; Sal 88/89; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42



 

L’ospitalità evangelica



“Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto” (Mt 10,41).

 

“Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era un’illustre donna, che lo trattenne a mangiare … In seguito ella disse al marito: … Facciamo una piccola stanza, superiore, in muratura, … (arrediamola); così venendo da noi, vi si potrà ritirare” (2Re 4,8-10).

 

Sebbene il tema principale di questa liturgia sia quello dell’ospitalità evangelica è anche vero che la sua argomentazione diventa comprensibile se inserita nell’ambito del discorso missionario (cf. Mt 10), che stiamo sviluppando in queste domeniche. Diventa perciò opportuno richiamare alla memoria le istanze legate all’evangelizzazione, per la quale gli apostoli si sono preparati durante il loro discepolato con Gesù e che ora stanno per compiere non senza timore, ma anche entusiasmo.

Tra le varie esortazioni ed esigenze che Gesù rivolge ai suoi apostoli la radicalità non passa inosservata: la sua evangelizzazione comporta dedizione, abnegazione, altruismo, disinteresse, fervore. Chi si dedica alla sua causa non può rimanere inoperoso, indifferente, rinunciatario, apatico; ma deve mostrarsi dinamico, attivo, solerte, sollecito, pronto, industrioso, creativo; in altre parole deve aver condiviso e sposato la stessa passione di Gesù. Solo chi ha maturato e ha assimilato queste istanze può comprendere la totalità dell’amore richiesta da Gesù: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”[1]. Si tratta di un amore esclusivo che potrebbe spaventare chi è abituato a vivere le relazioni e gli affetti umani in modo superficiale e ad anteporli al suo; oppure ad adattare il Vangelo alle proprie esigenze sociali e culturali, rimanendo sostanzialmente attaccato alla propria vita, alle proprie idee, all’affermazione e alla realizzazione di sé. A costoro Gesù dice senza mezzi termini: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà”. A coloro che, invece, avranno il coraggio di lasciarsi espropriare la mente e il cuore dalle esigenze del suo Vangelo, ribadisce con altrettanta decisione e convinzione: “chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. La dedizione a lui e al suo Vangelo non ammette mezze misure, ambiguità o ambivalenze. A suo giudizio non è possibile ispirarsi ai principi morali e spirituali del Vangelo e poi continuare ad essere profondamente egocentrici o attaccati alla propria vita come fosse un oggetto di possesso personale. In altre parole finché la fede in lui viene considerata e vissuta solo per garantirsi un equilibrio morale o per assicurarsi uno status quo personale e sociale, questa non è lontana dall’essere ridotta a qualcosa di superfluo, appiccicaticcio, di cui svincolarsi e fare a meno. Per chi vive questo tipo di fede e respira questa mentalità religiosa anche Gesù rischia di passare come un’estremista, un intransigente o un “radicalizzato”, per usare un termine attualmente in voga, dal quale è opportuno guardarsi e valutare con cautela le sue richieste, ritenute troppo impegnative, integraliste, totalitarie ed esclusiviste. Il suo Vangelo, infatti, a giudizio di costoro, presenta molti tratti di una ideologia utopica che serve solo a suggestionare gli animi ingenui, ma che difficilmente attecchisce nella mente dei cosiddetti dotti ed esperti della vita. Se questo è l’atteggiamento riservato a Gesù e al suo Vangelo, non da meno è quello verso i suoi apostoli: “se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Da qui le parole che ci introducono direttamente nel tema liturgico di questa domenica: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. Accogliere gli apostoli non significa solo limitarsi a un gesto di cordialità e gentilezza, ma comporta l’ospitalità del Vangelo nel proprio cuore e nella propria mente e quindi l’adesione allo stile di vita che ne consegue.

Quello dell’ospitalità è un tema che nella Bibbia assume una particolare rilevanza teologica, perché costituisce un autentico segno di attenzione verso l’altro, al quale, la legge mosaica riserva un amore pari a quello verso se stessi e verso Dio. Per questa ragione l’ospite è sacro. La sua presenza è foriera di una realtà divina e come tale merita di essere accolto nella propria casa. In questo senso gli onori che gli vengono riservati sono indice dell’ospitalità rivolta a Dio, considerato come l’ospite per eccellenza che più di tutti merita di essere accolto e integrato nella propria vita. Le conseguenze che scaturiscono da questa ospitalità, possono rivelarsi determinanti, come fa notare acutamente l’autore della lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità, alcuni praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2). Basti pensare all’ospitalità di Abramo nei confronti dei tre uomini sconosciuti (cf. Gen 18,1-10), per capire la straordinaria avventura divino-umana che ne può conseguire. Essa può costituire, perciò, un vero e proprio evento di svolta nella vita personale e comunitaria del popolo israelita.

La Bibbia è costellata di questi gesti di accoglienza[2], come quello di Gedeone, grazie al quale fu resa possibile la vittoria contro i Madianiti (cf. Gdc 6,11-24); o ancora quello di Elisabetta che rese feconda la sua sterilità (cf. Lc 1,5-23). Non mancano poi i casi di accoglienza rivolta ai profeti, come quello della vedova di Zarepta di Sidone che accogliendo il profeta Elia ebbe modo di sfamare se stessa e il figlio (cf. 1Re 17,1-16), o ancora quello, citato nella prima lettura, della donna Sunemita, che per aver fatto costruire addirittura una stanza ben arredata per il profeta Eliseo, ha la gioia di “stringere un figlio fra le braccia” (2Re 4,16); così come non va taciuta quella più nota di Marta e Maria nei confronti di Gesù, ospitato in diverse occasioni nella loro casa a Betania (cf. Lc 10,38-42), diventando in questo modo il presupposto della risurrezione del fratello Lazzaro. In tutti questi casi la pratica dell’ospitalità comporta non solo il compimento del comandamento dell’amore verso il prossimo (cf. Lv 19,18; Mt 22,34-40), ma anche quella di essere generosamente ricompensati da Dio, il quale non esita a manifestare la sua giustizia, come fa con Abramo, che per aver creduto alla promessa di Dio, gli viene accredita la discendenza come giustizia (cf. Gen 15,6). Si deduce allora che la pratica dell’ospitalità, quando viene esercitata nella gratuità dell’amore, non è mai disgiunta dalla ricompensa divina: “Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché mio discepolo, non perderà la sua ricompensa” (Mt 10,42). Gesù stesso la raccomanda ai suoi apostoli durante la missione: “Gratuitamente ricevete, gratuitamente date” (cf. Mt 10,8). Anch’essi sono tenuti a donare gratuitamente la salvezza e la pace a quanti si mostrano accoglienti nei loro confronti, perché: “chi lavora ha diritto alla sua ricompensa” (Lc 10,7). 

Quando viene praticata nei confronti degli apostoli l’ospitalità assume un significato ancora più profondo. Essa costituisce per Gesù un segno di gratitudine verso di lui e verso il Padre, considerato come il principio di ogni mandato missionario. Praticandola, infatti, assistiamo ad una reale identificazione di Gesù con i suoi apostoli e di lui col Padre. Non si tratta solo di un’empatia morale, come quella che accade nell’amore verso i piccoli, dove Gesù si identifica con loro (cf. Mt 25,40), ma di un’identificazione ministeriale. Gesù parla degli apostoli come di coloro che parlano e agiscono in sua persona. Essi sono chiamati a compiere tra gli uomini l’opera di Cristo, esattamente come Cristo compie l’opera del Padre nel mondo (cf. Gv 6,29). Pertanto attraverso di loro egli rivela non solo l’origine trinitaria della sua identità personale, ma anche quella del suo ministero. Essi, come Gesù, devono insegnare amando e parlare operando (cf. Lc 24,19). Una dimensione ‘sacramentale’, quindi, quella che si viene a creare tra Gesù, gli apostoli e il Padre, vero presupposto della comunione ecclesiale, che rende visibile la comunione trinitaria, dove la reciproca accoglienza consente a ciascuno di essere autenticamente se stesso e di riconoscersi pienamente nell’altro[3]. Nell’accogliere l’apostolo viene accolto Cristo. Questo significa farsi un tutt’uno con lui, fino a pensare, parlare ed amare con Cristo in lui, esattamente come ha fatto Cristo, quando incarnandosi, ha assunto tutta la nostra umanità. Paradossalmente questa forma di accoglienza, contrariamente a quello che possiamo pensare, invece di annullare la nostra identità personale e culturale, ci fa pienamente noi stessi, permettendoci di cogliere la presenza dell’altro come luogo di relazione autenticamente umana, ovvero come dono di sé all’altro.

Ricapitolando possiamo dire che la pratica dell’ospitalità, biblicamente intesa, non si limita a un gesto di estemporaneo altruismo verso l’altro, dettato da una pur sincera e leale forma di filantropia o volontariato umano, ma costituisce in primo luogo un segno di accoglienza della Parola di Dio, intesa come ascolto, adesione e pratica della sua volontà. Pertanto prima ancora di essere estesa al prossimo l’ospitalità va rivolta a Dio, poiché è lui che fonda e giustifica l’amore verso l’ospite. Praticarla gratuitamente significa lasciare Dio libero di manifestare la sua generosa e smisurata ricompensa divina, che varia a seconda della persona accolta, come può essere quella riservata a un profeta, a un giusto, a un apostolo, a un piccolo. Accogliere un profeta significa allora essere ricompensato col dono dell’autorevolezza profetica: nessuno nella comunità esplicita il senso della Parola di Dio come lui. Accogliere un giusto significa invece essere ricompensato col dono della giustizia divina, diventare cioè garante della fedeltà di Dio del compimento della sua promessa nella storia (cf. Mt 10,41). Accogliere un apostolo significa essere ricompensati col dono della presenza operante di Cristo, di cui l’apostolo è simbolo vivente nel mondo. Accogliere un piccolo significa essere ricompensati col dono della semplicità evangelica (cf. Mt 10,42). Accogliere, in ogni caso, significa aderire alla logica di vita di cui queste figure si fanno promotori, condividerne e attuarne lo stile evangelico nel vissuto quotidiano.

Così esposta l’accoglienza costituisce un inevitabile criterio di verifica, che ci consente di rivedere il modo con cui la esercitiamo nell’oggi della nostra vita ecclesiale, sociale e culturale. Basterebbe rileggere alla sua luce i comportamenti assunti nei confronti di coloro che chiedono ospitalità nei nostri territori, verso i quali, in nome della difesa del territorio, dell’identità culturale e nazionale, della salvaguardia della propria stabilità sociale e lavorativa, fatichiamo a riconoscere loro perfino i diritti degli ospitanti. È in questa luce che possiamo giungere ad accogliere l’ospite come noi stessi, secondo la logica della regola d’oro: “Fai all’ospite ciò che vuoi che l’ospite faccia a te” (cf. Mt 7,12).

 

 

 

 

 


[1] È interessante notare che Gesù chiede la stessa totalità e dedizione sia ai figli che ai genitori, il che lascia intendere che la chiamata all’amore evangelico non è un affare solo giovanile, come molto spesso è stato inteso questo passo, bensì riguarda tutti, senza distinzione di età o condizioni sociali.

[2] Accogliere significa ammettere l’altro presso di sé, così come egli è, senza doverlo piegare a noi stessi. La sua pratica, come suggerisce il significato del temine latino ad cum legere, richiede un’operazione di reciproca accettazione, dove entrambi i soggetti sono invitati a una vicendevole apertura all’altro da sé. Pertanto essa non si limita ad ospitare momentaneamente l’altro nel proprio territorio o nella propria casa, né ad alloggiarlo in nome di una norma morale, giuridica o di una disposizione politica, per di più dettata da un’emergenza occasionale; e neppure in nome di una manifestazione generosa personale o di benevola tolleranza comune. Se sono vere e autentiche le considerazioni bibliche finora esposte, allora è anche vero che oggi più che mai siamo chiamati a riconsiderare le origini e la dimensione sacrale dell’ospitalità. È chiaro che quando l’ospitalità viene viziata da fattori culturali, politici, sociali o rivestita di fanatismo religioso, diventa motivo di conflitto più che occasione di sviluppo umanistico. 

[3] L’evangelista Luca ci trasmette questo stesso detto di Gesù con una variante “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato” (cf. Lc 10,16), lasciandoci intendere che negli apostoli è Cristo stesso che parla. Pertanto accogliere la loro parola, significa accogliere la parola di Cristo, riconosciuta come Parola di Dio. “Proprio per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete ricevuta non quale parola degli uomini, ma come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete”, dice san Paolo ai Tessalonicesi (1Ts 2,13).

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