24 maggio 2026 - Anno A - Pentecoste
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At 2, 1-11; Sal 103/104; 1Cor 12, 3b-7.12-13; Gv 20, 19-23
Pentecoste:
l’epifania dello Spirito

“La sera di quello stesso giorno … alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 19.22-23);
“Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,1-4);
“Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito … A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,4.7).
Quelli appena letti sono i brani biblici con cui, oggi, la Liturgia ci fa fare memoria dell’azione manifestativa dello Spirito, nel giorno in cui la Chiesa ne celebra la sua epifania. Ogni brano, a suo modo, contribuisce ad evidenziare un aspetto manifestativo dello Spirito: alito, respiro, soffio, vento, fuoco, forza …: tutti termini che ci danno l’idea dell’estrema difficoltà a definire la misteriosa realtà dello Spirito, ma anche la straordinaria ricchezza carismatica con cui Egli, sia pure in diversi modi, gradi, forme e ministeri, contribuisce a originare, custodire e realizzare la vita ecclesiale nel mondo. Noi cercheremo di indagarli nel tentativo di conoscere meglio la sua identità, nutrendo la speranza di lasciarci impregnare della sua azione divina.
L’evangelista Giovanni, per esempio, ne parla in termini di “alito”: Gesù “alitò sugli apostoli”, come a voler dire che il dono che egli fa dello Spirito non è qualcosa di “totalmente altro” da lui, ma procede da lui stesso, anzi costituisce il suo “respiro”, la sua stessa essenza vivente. Alitandolo sugli apostoli non fa che trasmettere la sua stessa forza vitale; e lo fa ripetendo il medesimo gesto divino all’origine della creazione, quando “aleggiando sulle acque” (cf. Gen 1,2), Dio le rende brulicanti di vita; analogamente, quando dopo avere plasmato l’uomo, “soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). Anche Cristo, ora, alita lo Spirito sugli apostoli, all’origine della Chiesa, come a trasmettere loro l’essenza che ne garantisce la vita spirituale.
A questo riguardo si rivela estremamente suggestivo e carico di significati il collegamento di questo suo gesto con quello compiuto sulla croce, quando emettendo l’ultimo respiro, consegnò tutto al Padre. Ora, invece, alitandolo sugli apostoli, consegna tutto alla Chiesa. Sulla croce Gesù emise l’ultimo respiro della sua vita terrena; ora, da risorto emette il primo respiro della sua vita gloriosa; abilitando, in questo modo, gli apostoli a vivere secondo lo Spirito (cf. Rm 8). Pertanto lo Spirito di Cristo è l’essenza stessa della vita ecclesiale, senza il quale nulla ha più ragione d’essere, come evidenzia anche il Salmo 103: “Se togli loro lo spirito, muoiono / e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati / e rinnovi la faccia della terra”. Per questa ragione lo Spirito è simbolo della perenne rinascita nella Chiesa, principio che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5).
Non a caso, il suo dono è intrinsecamente legato al battesimo, come mette ben in evidenza Pietro al termine del suo discorso a Pentecoste, quando alla domanda dei suoi ascoltatori: “Che cosa dobbiamo fare?”, risponde loro dicendo: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare” (At 2,37-38). Il battesimo costituisce perciò l’inizio della “vita nuova in Cristo” a cui il suo dono dà origine. Egli “alita” in ogni credente la vita divina. Per questo lo Spirito viene associato da Giovanni anche al perdono dei peccati, secondo il comando che Gesù dà agli apostoli: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro che perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, resteranno non perdonati” (Gv 20,22-23).
Riletto in chiave ecclesiale si chiarisce anche la potente metafora del “corpo” di cui parla Paolo nel suo epistolario, dove nel descrivere la ricchezza dei ministeri ecclesiali, paragona gli apostoli e quanti con loro si fanno promotori della fede in Cristo, alle diverse membra che costituiscono il corpo di Cristo che è la Chiesa: “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la stessa funzione, così anche noi … abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno: chi ha il dono della profezia … chi dell’insegnamento … chi dell’esortazione … chi della presidenza … chi della misericordia” (cf. Rm 12,4-8; 1Cor 12,12). In altri termini la Chiesa altro non è che la manifestazione del corpo di Cristo animato dallo Spirito Santo; perciò anche lei, nella misura in cui si lascia animare da questo Spirito, potrà ripetere con Paolo, “non sono più io che vivo, ma è lo Spirito di Cristo che vive in me” (cf. Gal 2,20).
Al pari di Giovanni e di Paolo anche l’evangelista Luca, nel libro degli Atti, tratteggia una serie di segni manifestativi dello Spirito che contribuiscono a darci l’idea dello straordinario evento prodigioso con cui si manifestò nel giorno di Pentecoste. Egli ne parla in termini di “vento” e di “fuoco”, come a voler sottolineare l’estrema inafferrabilità della sua natura spirituale, che si sottrae a ogni tentativo umano di volerne ingabbiare o padroneggiare la forza. Per questo egli è anche simbolo della libertà, tipica condizione di chi opera svincolato da qualsiasi schema o istituzione umana. Egli, come afferma Gesù, “soffia dove vuole … ma non sai da dove viene e dove va … è invisibile, ma si rende percettibile attraverso i suoi effetti” (cf. Gv 3,8). Si rivela così particolarmente ricco di collegamenti teologici il confronto con la Sapienza, della quale l’autore ne tesse l’Elogio nell’omonimo libro (cf. Sap 7,22-30). È in questa prospettiva sapienziale che trova la sua giusta comprensione il miracolo delle lingue descritto nel libro degli Atti, dove tutto concorre al riconoscimento universale di Cristo salvatore del mondo. È per mezzo dello Spirito che agli apostoli ebbero modo di comunicare questa verità “nelle lingue in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”; ed è per mezzo dello stesso Spirito che i “Giudei osservanti provenienti dalle varie nazioni, riuscivano a capire ciascuno nella propria lingua le grandi opere di Dio” (cf. At 2,4-6.11). Il segno più eloquente dello Spirito, allora non è solo il prodigio delle lingue conferito gli apostoli, ma l’evento comunicativo universale di Dio, attraverso il quale egli rende partecipi tutti i popoli del messaggio di salvezza operato da Cristo. Ciò che Luca, infatti, sembra volerci trasmettere non è tanto la capacità con cui gli apostoli diventano improvvisamente esperti poliglotti – perché di fatto in seguito essi continueranno a parlare solo la lingua da loro conosciuta – ma quella di essersi resi strumenti universali di salvezza parlando la sola lingua dello Spirito: l’amore. Attraverso di loro, infatti, il mistero nascosto da secoli – di cui parla san Paolo nelle sue lettere agli Efesini e ai Colossesi – diventa manifesto a tutti gli uomini (cf. Ef 3,5-6; Col 1,25-27). L’amore è l’unica lingua che consente di declinare nella Chiesa e nel mondo la multiforme manifestazione della salvezza di Dio (cf. 1 Cor 12, 8-10). L’amore è l’unica lingua che ci permette di incarnare tra gli uomini “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (cf. Ef 3,18-19). Ed è in vista di questa fondamentale comunicazione divina che mi piace concludere questo commento con la seguente invocazione allo Spirito:
Preghiera allo Spirito Santo
O Spirito Santo,
tu che sei il nostro creatore
e nell’amore fai nuove tutte le cose,
rivelaci il pensiero di Cristo,
affinché possiamo scrutare la profondità,
l’ampiezza, la lunghezza e l’altezza
del suo disegno salvifico.
Apri la nostra mente
alla conoscenza della sua Parola
e infondi in noi l’ardore per il suo amore evangelico
così che, conformati alla sua immagine di Risorto,
possiamo essere la sua presenza viva,
vera e operante tra gli uomini.
Donaci di accogliere e
portare a compimento la sua opera nella storia,
rivelando, a quanti condividono con noi
l’esperienza quotidiana della fede,
la santità della sua vita trinitaria,
e a quanti, confusi e dispersi dalla logica del peccato,
hanno smarrito la bellezza, il gusto e il sapore
del suo amore misericordioso,
affinché diventiamo tutti
perfetti nell’amore
com’e perfetto il Padre suo
che nei cieli.
Amen




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