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23 Novembre 2025 - Anno C - Solennità di Cristo Re dell’Universo


2Sam 5,1-3; Sal 121/122; Col 1,12-20; Lc 23,35-43


La regalità salvifica di Cristo



Cristo Pantocratore (1148-1166), mosaico bizantino, Cattedrale di Cefalù
Cristo Pantocratore (1148-1166), mosaico bizantino, Cattedrale di Cefalù

“Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso. Sopra di lui c’era anche una scritta: Costui è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce … (gli) disse: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Gli rispose: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,37-38).

 

“Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele. Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele a Ebron … ed unsero Davide re d’Israele” (2Sam 5,2-4).

 

Sono i brani biblici con cui la Liturgia della Parola di oggi delinea il tema della regalità biblica, nella sua duplice versione: politica: quella di Davide e spirituale: quella di Cristo. Una differenza, a dire il vero, da sempre nota, ma non sempre interpretata e vissuta in modo autentico da coloro che hanno ricevuto da Dio il mandato divino di guidare il popolo alla salvezza. Noi cercheremo di mettere a fuoco le caratteristiche specifiche dell’una e dell’altra, per meglio coniugare nel vissuto quotidiano le rispettive esigenze. Tutta la nostra vita sociale ed ecclesiale è contesa tra queste due tensioni polarizzanti, che chiaramente non vanno né eluse né contrapposte, ancora meno minimizzate, ma interpretate e vissute in un equilibrio che sia al contempo umano e divino.

Nella Bibbia la regalità prima ancora di essere una forma di potere è un servizio che il re è chiamato a svolgere a favore del popolo. Eppure solo di rado viene vissuta in questa forma. A questo riguardo i libri storici della Bibbia non esitano a descrivere gli abusi perpetrati da coloro che si sono susseguiti sul trono regale nel corso della storia, come attesta l’episodio di Davide con Betsabea e Uria suo marito (cf. 2Sam 11). Dinanzi a queste evidenti deviazioni morali, assai significativa si rivela la preghiera rivolta a Dio da Salomone all’inizio del suo regno, quando giovanissimo e inesperto, si ritrovò ad ereditare il regno d’Israele da Davide suo padre. Avvertendo il peso della grave responsabilità egli chiese a Dio il dono della Sapienza, per esercitare il suo mandato “secondo il cuore di Dio” (1Sam 13,14): “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” [1] (1Re 3,9). Salomone – come fa notare Benedetto XVI – pregò Dio di concedergli “un cuore docile”, che tradotto per noi significa chiedere “una coscienza che sa ascoltare, che è sensibile alla voce della verità, e per questo è capace di discernere il bene dal male … Il re d’Israele, pertanto, deve cercare di essere sempre in sintonia con Dio, in ascolto della sua Parola, per guidare il popolo nelle vie del Signore, la via della giustizia e della pace”[2].

Questa citazione del papa ci fa capire che chiunque è chiamato a esercitare il mandato del governo nel mondo o nella Chiesa ha il compito di farlo, come Salomone: nello spirito della sua docilità. La nostra vita di fede, infatti, per quanto sia caratterizzata da una evidente tensione spirituale, non è mai avulsa dalle esigenze della vita sociale. Per cui ciascuno è chiamato a trovare continuamente un equilibrio tra queste due realtà. “Regalità politica” e “regalità spirituale” lungi dal contraddirsi o annullarsi a vicenda, costituiscono un tutt’uno inscindibile che necessita di essere vissuto con discernimento e nella dovuta distinzione, senza confusione né inclusione o esclusione[3].

Eppure nonostante ciò non sono mancati nella storia e tutt’ora non mancano, casi in cui si assiste a un’univoca interpretazione politica e perfino usurpazione di questo mandato. E ciò spiega le ragioni storiche che hanno portato la Chiesa ad istituire la solennità di Cristo Re dell’Universo.

Si tratta di una festa relativamente recente. Essa, infatti, è stata istituita da Pio XI nel 1925, in un contesto sociale e politico dove, almeno in Europa, si andavano affermando tra le più crudeli forme di dittature, come il “nazismo”, il “fascismo” e il “comunismo”. Forme di governo che negavano anche i più elementari diritti umani. Nel tentativo di contrastare l’avanzata di questi regimi totalitari, Pio XI ritenne opportuno ribadire la regalità di Cristo. Una proposta la sua che, a giudicare dall’esito storico, rimase inascoltata. Anche gli attuali conflitti bellici tra Russia e Ucraina e Israele e Palestina attestano la permanenza di una mentalità politica tesa al dominio spesso avallata da un fondamento religioso. Come spiegare questo atteggiamento? La risposta, a mio avviso, sta nella scarsa credibilità che diamo alla lettura religiosa della vita, e al piano salvifico di Dio verso tutti i popoli. Da qui l’esigenza di rileggere l’esistenza umana alla luce di quel triplice sguardo di cui abbiamo parlato domenica scorsa, ovvero profetico,escatologico e apocalittico che ci educa a considerare Cristo come colui nel quale tutta la storia umana e cosmica trova il suo senso e compimento. Esattamente come espresso da san Paolo nella sua lettera ai Colossesi, quando dice che in Cristo “furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” (Col 1,15-17).

Ma quali sono state le ragioni che hanno portato Paolo ad esprimere questa straordinaria intuizione teologica? Per rispondere alla domanda è opportuno riassumere il percorso storico-teologico in cui si è sviluppata l’idea della regalità nell’ambiente israelitico[4]. Il brano liturgico della prima lettura ci riferisce l’investitura davidica da parte dei rappresentanti delle dodici tribù d’Israele. Ma rispetto a quelli degli altri popoli i re d’Israele, non si sono mai autodivinizzati, alla maniera dei faraoni, per intenderci. Al contrario hanno sempre manifestato la coscienza di essere solo i “rappresentanti di Dio” presso il suo popolo. Questo modo di intendere il titolo regale fu espresso in Israele con la formula: “Unto del Signore”, ovvero “colui che viene consacrato da Dio, profeta, re o sacerdote”, con la specifica funzione di guidare il popolo alla salvezza. Secondo una concezione diffusa nell’antico Oriente questa formula corrispondeva anche al titolo di “Figlio di Dio” o “Salvatore del popolo”. Ed è proprio su questa interpretazione che si innesta la visione messianica della regalità di Cristo.

In almeno tre circostanze i Vangeli ci attestano di questo titolo regale attribuito a Cristo e precisamente: al termine dell’episodio della moltiplicazione dei pani (cf. Gv 6,15); durante il processo nel pretorio (cf. Gv 18,37-38) e nell’episodio della sua crocifissione, come attesta il brano evangelico di oggi (cf. Lc 23,37-38). In nessuno di questi tre episodi Gesù lascia intendere una forma politica o temporale della sua regalità. A togliere ogni equivoco è la risposta che egli dà a Pilato durante il processo, quando dice: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36), come a dire che lo scopo del suo regno non è quello di esercitare un dominio, ma un servizio reso nella forma dell’amore evangelico[5]. Questa importante testimonianza ci fa capire che il mandato regale dispone di una imprescindibile dimensione antinomica, tesa, nello stesso tempo, alla trascendenza e all’immanenza, ovvero ad “essere in questo mondo senza essere di questo mondo”[6]. Per comprendere questa tensione antinomica occorre cogliere il senso della beatitudine evangelica: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5,5), secondo la quale il desiderio recondito di padroneggiare il potere e di esercitare il dominio con la forza e la violenza che alberga nel cuore di coloro che aspirano a governare le nazioni, va tramutato a favore di un comportamento paziente, docile e fiducioso teso alla realizzazione della promessa di Gesù: “erediteranno la terra”. È questa promessa che appaga il cuore dei miti. D’altra parte che vantaggio c’è nel conquistare il mondo se poi si perde la propria anima? A giudizio di Gesù la mitezza consente di ricevere in eredità la terra, senza perdere la propria vita o rovinare se stessi (cf. Lc 9,25).

Si spiega così la paradossale forma di regalità descritta dal brano evangelico. Gesù, pur riconosciuto come re, viene rappresentato in uno condizione di estrema impotenza, quando sulla croce gli viene chiesto di appellarsi al suo potere divino per salvarsi: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (Lc 23,37), egli sceglie di affrontare la morte rinunciando ad ogni forma di potere, svuotandosi perfino della sua divinità. Perché questa rinuncia? Perché questo modo di esercitare la sua regalità? Non avrebbe potuto seguire la suggestiva tentazione di sfruttare il potere divino a suo vantaggio, come gli suggerì Satana nel deserto (cf. Mt 4,1-11). Non è forse questa la tentazione a cui cedono la maggioranza dei politici? E chi di essi quando viene avversato dai nemici non ricorre ai poteri o all’immunità parlamentare per difendersi? Nell’atteggiamento di Cristo si profila tutta la nostra difficoltà a cogliere la logica evangelica della sua regalità. Egli, infatti, a differenza di coloro che continuano a nutrire l’innato desidero di dominare l’altro e conquistare il mondo, trasforma questa ambizione in un servizio teso alla salvezza: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Tra voi però non sia così, ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il figlio dell’uomo infatti non è venuto per esser servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,42-45). Una logica la sua comprensibile solo alla luce di un totale rinnegamento di sé, come quello compiuto dal malfattore che non chiede a Gesù nulla per sé, né di essere liberato dalle sofferenze della croce, ma di condividere la sua condizione con lui fino in fondo, come presupposto per accedere al suo regno: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. E Gesù, senza mezzi termini, gli risponde: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,42). Il malfattore crede senza indugio alla sua regalità, espressa nel cartiglio posto sopra la testa di Gesù: “Questi è il re dei Giudei” (Lc 23,38). Tra tutti i presenti egli è l’unico a cogliere il senso salvifico della regalità di Cristo. Per questo egli viene introdotto immediatamente nel paradiso. Per lui il regno non si attualizza in questa o quella forma di governo e neppure si identifica con un atteggiamento di dominio, ma nella forma della salvezza: “oggi sarai con me nel paradiso”. È questa la forma regale che consente di riconciliare tutte le cose con Dio, come afferma Paolo nella sua lettera ai Colossesi: “per mezzo di Cristo e in vista di lui che sono riconciliate tutte le cose” (cf. Col 1,19). In Gesù l’intero creato trova la definitiva riconciliazione con Dio. Ecco lo scopo e l’essenza della regalità di Cristo nel mondo.

 

 

 

 

 


[1] Questa preghiera rivela tutta la grandezza dell’animo di Salomone ma anche l’estrema generosità di Dio, come traspare dal suo seguito: “Al Signore piacque che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare. Dio gli disse: Poiché hai domandato questo e non hai domandato per te né lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause, ecco io faccio come tu hai chiesto. Io ti concedo un cuore saggio e intelligente, come te non ci fu alcuno prima di te né sorgerà dopo di te. Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria come nessun re ebbe mai”.

[2] Poi il papa prosegue dicendo: “Ma l’esempio di Salomone vale per ogni uomo. Ognuno di noi ha una coscienza per essere in un certo senso “re”, cioè per esercitare la grande dignità umana di agire secondo la retta coscienza operando il bene ed evitando il male. La coscienza morale presuppone la capacità di ascoltare la voce della verità, di essere docili alle sue indicazioni. Le persone chiamate a compiti di governo hanno naturalmente una responsabilità ulteriore, e quindi – come insegna Salomone – hanno ancora più bisogno dell’aiuto di Dio. Ma ciascuno ha la propria parte da fare, nella concreta situazione in cui si trova. Una mentalità sbagliata ci suggerisce di chiedere a Dio cose o condizioni di favore; in realtà, la vera qualità della nostra vita e della vita sociale dipende dalla retta coscienza di ognuno, dalla capacità di ciascuno e di tutti di riconoscere il bene, separandolo dal male, e di cercare pazientemente di attuarlo e così contribuire alla giustizia ed alla pace” (Benedetto XVI,Angelus, 24 luglio 2011).

[3] Si capisce allora il senso della preghiera di Salomone. Diversamente la storia ci riferisce casi in cui il mancato equilibrio ha portato a ridurre il potere della regalità spirituale a quello politico e temporale o, al contrario, a rivestire di un potere divino a quello chiaramente terreno.

[4] Gli Israeliti, influenzati dagli regni adiacenti, sentirono l’esigenza di assumerne la forma politica della monarchica con cui organizzare la loro vita sociale. Ma sin dall’inizio Dio, attraverso i profeti, ha sempre manifestato forte riserve per questa organizzazione politica e sociale. Evidentemente però essa esercitava una suggestione non indifferente, per cui gradualmente il popolo decise di farla propria. Così, dopo il periodo storico caratterizzato dal governo dei Giudici, essa, fu definitivamente istituita, e prima con Saul e, dopo di lui, con Davide e Salomone, il regno d’Israele raggiunse la sua forma più gloriosa.

[5] È interessante notare che molti cristiani, in diverse epoche storiche, pur disponendo di questa testimonianza così chiara e inequivocabile, hanno continuato ad invocare “venga il tuo regno” (cf. Mt 6,9-13; Lc 11,2-4) più in chiave politica e temporale che nel senso proclamato da Cristo. Condizionati dal contesto culturale e giuridico dell’Impero Romano, per esempio, essi giunsero ad organizzarlo alla maniera di uno Stato. L’Impero Bizantino e il Sacro Romano Impero sono solo alcuni di questi tentativi.

[6] Cf. Lettera a Diogneto.

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