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22 Marzo 2026 - Anno A - V Domenica di Quaresima

  • 21 mar
  • Tempo di lettura: 6 min

Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45


Uno sguardo di fede

per vedere oltre la morte


Risurrezione d Lazzaro (XI sec.), Ciclo pittorico della Basilica di Sant'Angelo in Formis, Caserta
Risurrezione d Lazzaro (XI sec.), Ciclo pittorico della Basilica di Sant'Angelo in Formis, Caserta

“Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio … Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,12-14).

 “In quel tempo … Lazzaro di Betània … era malato … le sorelle mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: … «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». … Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro … Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro e disse: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» … Gesù allora, … domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Allora Gesù, profondamente commosso, si recò al sepolcro e … disse: «Togliete la pietra!» … Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato … Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare» (Gv 11,1-45).

“Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi … e darà la vita anche ai vostri corpi mortali” (Rm 8,8-11).

Con la Pasqua ormai vicina la Chiesa ci propone tre brani biblici tutti incentrati sulla risurrezione. Collocati in questo scorcio di tempo quaresimale essi contribuiscono a sviluppare in noi quello sguardo di fede che ci consente di intravedere la vita gloriosa di Cristo oltre la dura realtà della morte. In questo senso essi diventano per noi uno speciale motivo di speranza.

Ma proviamo a individuare i presupposti biblici che ci consentono di fondare e sviluppare un simile sguardo di fede. Nel farlo ci rifacciamo al contesto religioso che fa da sfondo al brano della prima lettura (cf. Ez 37,12-14), dove la profonda crisi spirituale che colpì il popolo d’Israele, a seguito della deportazione in Babilonia, si rivelò – diversamente dalle aspettative – un motivo di profondo rinnovamento spirituale. Tra le diverse voci profetiche che si alzarono in quel periodo di smarrimento, quella di Ezechiele contribuì a far comprendere al popolo le ragioni di quel doloroso epilogo. A suo giudizio quella situazione era nient’altro che la conseguenza di un fallimento esistenziale, scaturito dal tradimento della fede originaria, dovuto alla contaminazione del culto cananaico. Egli rilesse quella rinnovata forma di schiavitù babilonese, alla luce dell’antica alleanza, con la quale Dio aveva promesso al suo popolo la libertà da qualsiasi sottomissione ai popoli stranieri. Malgrado le avversità e le resistenze che comunque riscontrò durante la sua predicazione, Ezechiele trovò i motivi per infondere nel popolo la speranza di un ritorno in patria, che lui formulò col seguente oracolo divino: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele” (Ez 37,12). Le tombe a cui si riferiva il profeta non erano certamente quelle cimiteriali, ma quelle della terra babilonese che si stava rivelando un luogo di aridità spirituale, ancora più del deserto attraversato dai padri. Per avere un’idea dei sentimenti che i pii israeliti nutrivano in questo periodo basterebbe leggere il Salmo 136: “Sui fiumi di Babilonia, / là sedevamo piangendo / al ricordo di Sion. / Ai salici di quella terra / appendemmo le nostre cetre. / Là ci chiedevano parole di canto / coloro che ci avevano deportato, / canzoni di gioia, i nostri oppressori: / «Cantateci i canti di Sion!». / Come cantare i canti del Signore / in terra straniera? / Se ti dimentico, Gerusalemme, / si paralizzi la mia destra; / mi si attacchi la lingua al palato, / se lascio cadere il tuo ricordo, / se non metto Gerusalemme / al di sopra di ogni mia gioia”. Anche il Salmo 129 che la Liturgia ci propone per la circostanza, coglie in profondità lo stato d’animo del popolo: “Dal profondo a te grido, o Signore; / Signore, ascolta la mia voce. / Siano i tuoi orecchi attenti / alla voce della mia supplica. / Se consideri le colpe, Signore, / Signore, chi ti può resistere? / Ma con te è il perdono: /così avremo il tuo timore. / Io spero, Signore. / Spera l’anima mia, / attendo la sua parola. / L’anima mia è rivolta al Signore / più che le sentinelle all’aurora. … / Israele attenda il Signore, / perché con il Signore è la misericordia /e grande è con lui la redenzione. / Egli redimerà Israele / da tutte le sue colpe”.

La speranza che Ezechiele riesce a infondere nel popolo d’Israele si tramuta, nel brano evangelico di Giovanni, in un vero e proprio sguardo di fede, come attestano le parole di Gesù a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?” (Gv 11,25-26). Dinanzi alla malattia che aveva segnato l’effettiva fine di ogni relazione familiare col fratello Lazzaro, Gesù offre a Marta la possibilità di gettare uno sguardo oltre il valico della morte. Quelle parole riaccendono in lei la speranza di rivedere in qualche modo il fratello.

L’aspetto interessante che scaturisce da questo dialogo è che nonostante la distanza temporale che intercorre tra noi e l’episodio evangelico, la promessa che Gesù fa a Marta è la stessa che fa a ciascuno di noi, nel momento in cui percepiamo la disperazione dinanzi alle diverse forme di malattia grave che si presentano improvvisamente nella nostra vita, prospettandoci la morte imminente nostra o di un nostro caro. In simili circostanze anche a noi Gesù fa la stessa promessa e la stessa domanda: “Io sono la risurrezione e la vita … Credi questo?”. L’istanza di Gesù diventa così una sorta di spartiacque dalla cui risposta dipende la svolta che ciascuno di noi può dare alla propria esistenza. Nessuno di noi può prescindere da essa. Il che ci fa capire che la possibilità di una vita oltre la morte non dipende solo dalla qualità della nostra vita morale, magari vissuta pure all’insegna delle beatitudini, ma anche dalla professione di fede in Cristo che siamo chiamati a fare nell’oggi della nostra storia.

Cos’è allora la morte? E soprattutto quali sono le ragioni che l’ha rendono inevitabile nella nostra vita? Sia pure in forma diversa ritorna la questione che i discepoli posero a Gesù dinanzi al cieco nato: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Gv 9,2). E ancora una volta Gesù conferma la sua asserzione: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4). Ecco la risposta di chi vede la malattia e la morte che ne consegue con l’occhio di Dio e sa cogliere in esse le potenzialità della vita eterna. In questo senso tutte le circostanze, anche le più dolorose, possono diventare luogo manifestativo della gloria di Dio, se lasciamo allo Spirito di Dio di operare in noi e “dare la vita anche ai vostri corpi mortali” (Rm 8,11).

La risurrezione di Lazzaro non è certamente una prova dimostrativa della vita eterna, perché di fatto dopo questo evento egli morirà di nuovo, e anche noi, nonostante la risurrezione di Cristo continuiamo a morire, ma certamente costituisce un segno che ci interpella e come tale necessita di una nostra interpretazione. Dopo tutto le stesse parole di Gesù lasciano intendere questo stato di cose: “chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Finché viviamo non siamo ancora in grado di verificare la promessa di Gesù, ma qui sta l’autenticità della nostra fede in lui. La vita eterna dipende dalla nostra disponibilità a condividere la risposta di Marta: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (Gv 11,27).

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