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18 Gennaio 2026 - Anno A - II Domenica del Tempo Ordinario


Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34



 

I criteri per riconoscere Dio

 

“Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio …Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo!” (Gv 1, 33-34.29).

 


Francisco de Zurbarán, Agnus Dei (1635-40), Museo del Prado, Madrid
Francisco de Zurbarán, Agnus Dei (1635-40), Museo del Prado, Madrid

Questa appena letta è la straordinaria “testimonianza di fede” che il Battista rende a Gesù in occasione del suo battesimo. Già domenica scorsa abbiamo avuto modo di commentare la versione matteana dell’episodio del battesimo, oggi la Chiesa ce lo ripropone nella versione giovannea, non tanto per ritornare sull’evento in sé, quanto per far luce sui criteri di discernimento che consentono al Battista di riconosce nell’uomo Gesù il “Figlio di Dio” e “l’Agnello che toglie i peccati del mondo”.

A una lettura più attenta del testo prendiamo atto che il brano evangelico che stiamo per commentare è una reinterpretazione teologica dell’episodio che l’evangelista Giovanni opera all’indomani della risurrezione di Gesù, alla cui luce egli, insieme agli apostoli, comprende la sua identità divina. Per questa ragione ci accosteremo al testo nel tentativo di ripercorrere il cammino di fede che egli intende proporre ai suoi lettori[1].Per addentrarci nell’argomento ci lasceremo guidare da alcune domande: come e dove Govanni ha acquisito i criteri per operare il suo discernimento? In che modo è pervenuto alla conoscenza dell’identità divina di Gesù?

Partiamo dai versetti nei quali Giovanni dichiara di non conoscere Cristo prima dell’evento battesimale. Per ben due volte egli afferma: “Io non lo conoscevo” (Gv 1,31.33). Ci stupisce questo aspetto della sua vita. Sappiamo infatti che i due erano cugini e che Gesù, sia pure per un breve periodo, fu discepolo del Battista, per cui ci sembra strano che prima di questo episodio essi non avessero mai avuto modo di confrontarsi su simili argomenti. I “Vangeli dell’infanzia” non dicono nulla in merito, se non quell’episodio tanto misterioso quanto emblematico della visita di Maria ad Elisabetta, quando ancora nel grembo della madre, Giovanni “sussultò” al suo primo incontro con Cristo (cf. Lc 1,41). Dopodiché null’altro. Il battesimo si rivela allora come un episodio decisivo per la fede del Battista. È qui che egli scopre per la prima volta la vera identità del cugino Gesù. Fino ad allora egli la ignorava. Qui, invece, giunge a qualificarlo addirittura con ben due appellativi: “Figlio di Dio” e “Agnello di Dio”. Questa sua scoperta ci incuriosisce e ci fa sorgere ulteriori domande: perché oltre a definirlo “Figlio” lo qualifica anche come “Agnello di Dio”? Cosa aggiunge questo ulteriore titolo all’identità divina di Cristo? Qual è il significato di questo ulteriore appellativo?

Le risposte sembrano essere racchiuse nel verbo “vedere” che viene usato per due volte dal Battista. La prima in riferimento allo Spirito: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui” (Gv 1,32); la seconda in merito alla testimonianza di fede: “Ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34). Giovanni attesta di “aver visto lo Spirito”, sia pure “nella forma della colomba”. Ma è possibile vedere lo Spirito? Che forse non dovremmo ribadire anche dello Spirito ciò che l’evangelista Giovanni dice a proposito di Dio che “nessuno l’ha mai visto”? (Gv 1,18). È chiaro dunque che non si tratta di un vedere fisico, bensì spirituale, come sottolinea la nuova traduzione: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui (Gv 1,32). Chi mai, infatti può vedere lo Spirito, se non i puri di cuore, come dice Gesù (cf. Mt 5,8). Lo sguardo puro costituisce allora il “criterio” fondamentale per “vedere” lo Spirito e discernere i “segni” con cui egli si manifesta. Molti furono quelli che videro la colomba, ma solo Giovanni la riconobbe come segno indicativo di Cristo. Ed è interessante notare come questo sguardo interpretativo venga donato a Giovanni direttamente da Dio: “L’uomo sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1,33). Assistiamo così ad un mutuo rapporto mistico dove Dio e lo Spirito rendono il Battista partecipe della loro azione rivelativa: Dio gli fa dono dello sguardo contemplativo per vedere nella colomba la presenza dello Spirito; e lo Spirito gli consente di individuare tra la folla Gesù e riconoscerne la sua identità messianica. Un’esperienza contemplativa questa attraverso la quale il Battista giunge fino alla testimonianza di fede: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1, 34). Contemplare infatti deriva da templum che significa “vedere con particolare intensità e profondità nello spazio celeste”, ovvero in quel luogo considerato simbolicamente come la sede abitativa di Dio. Si tratta allora di imparare a vedere gli eventi e le persone con l’occhio di Dio, e di mostrarsi docili all’azione dello Spirito, come ha saputo fare il Battista. La testimonianza del Battista prevede perciò un vissuto contemplativo, durante il quale egli ha avuto modo di familiarizzare con Dio e col suo linguaggio comunicativo. È qui che egli ha imparato a interpretare i segni con cui lo Spirito si manifesta nella vita. Senza questa esperienza previa di discernimento personale, diventa estremamente difficile giungere alla fede in Cristo. È su questa base che egli ha saputo indicarlo ai suoi discepoli come: “L’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo!” (Gv 1,29).

Un appellativo estremamente importante, questo, che il Battista attribuisce a Gesù. Il termine aramaico “talya” ha diversi significati tra i quali quello di “fanciullo”, “servo” e appunto “agnello”.  Lo stesso vale per il termine pais con cui viene tradotto dalla versione greca dei LXX, che indica sia “servo” che “figlio”. Si tratta perciò di un termine che presenta chiare allusioni al “Servo” di Jahvè, il quale nella descrizione che ne fa il profeta Isaia, appare “muto”, come a voler sottolineare la docilità con cui si sottopone al sacrificio (cf. Is 53,7). Nel Nuovo Testamento ritroviamo lo stesso appellativo solo poche volte e precisamente nella prima lettera di Pietro 1,19; e più diffusamente nell’Apocalisse, dove compare per ben ventotto volte. In questi testi il termine “Agnello” viene sempre riferito a Cristo.

Ma è nell’Antico Testamento che comprendiamo le radici del significato teologico del termine, come attestano i libri dell’Esodo 12,1-14; di Isaia 53,7 e di Ger 11,19, dove il termine indica la vittima sacrificale dell’evento pasquale, alla quale viene poi associato il “servo sofferente” che si sottopone docilmente alla passione, preparando in questo modo le basi per l’interpretazione cristologica del “servo” che si sottopone liberamente al sacrificio di sé per amore dell’uomo[2].

Nella lettera agli Ebrei l’argomento viene ripreso e trattato diffusamente. Parlando del sacrificio veterotestamentario l’autore dell’epistola attribuisce a Cristo il valore salvifico dell’agnello pasquale; infatti dice: “è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,4-7). Un testo questo proveniente dal Salmo 39/40, reinterpretato in chiave cristologica.

Si capisce perciò come l’autore intenda offrirci la chiave interpretativa per comprendere le ragioni che hanno indotto Gesù a compiere quel gesto così estremo di donare la sua vita. Durante la sua esistenza storica Gesù non fa che incarnare l’immagine del servo descritto da Isaia, fino a fare di quelle caratteristiche uno stile di vita messianico. “Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria … Il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno … mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo … Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la salvezza fino agli estremi confini della terra” (Is 49, 6). Il Salmo traccia così il piano salvifico al quale Gesù decide liberamente di aderire con tutto se stesso, convinto che quello fosse l’unico modo per portare a compimento la volontà di Dio: “Ecco io vengo per fare la tua volontà”. “Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è scritta nel profondo del mio cuore” (Sal 39). Gesù trova nel piano salvifico di Dio il senso pieno della sua esistenza. Egli nel fare la volontà di Dio non si limita ad offrire i “sacrifici e gli olocausti” previsti dalla legge, ma fa dono di sé come risposta alla domanda d’amore di Dio, dando prova del suo amore illimitato. Per amore di Dio e dell’uomo egli si spinge oltre ogni limite, fino a dare la sua vita. Non si tratta di pagare un riscatto o restituire un debito, ma di vivere la vita come massima manifestazione del suo amore oblativo, ovvero di chi ama offrendo liberamente se stesso senza attendere nessuna controparte.  

Per vivere secondo questo stile di vita occorre un rinnegamento costante di sé, facendo della propria vita un dono per l’altro. Questo è ciò che distingue lo stile di vita evangelico da quello del mondo. Pertanto decidersi per questo stile di vita significa sottrarsi alla mentalità del mondo, per conformarsi alla volontà dell’amore oblativo di Dio, esattamente come ha fatto Gesù. È vivendo così che offriamo agli altri i criteri per riconoscere la presenza operante di Cristo nel mondo.

 


[1] È significativo commentare questo argomento all’inizio del Tempo Ordinario, perché più che mai avvertiamo la necessità di acquisire gli stessi criteri del Battista. L’operazione dunque non è affatto semplice e ne sanno qualcosa coloro che si sforzano di capire, giorno per giorno, le ragioni della propria fede, specie in un contesto culturale come il nostro dove viene messa costantemente alla prova.

[2] Paolo esplicita questo significato salvifico di Cristo nella lettera ai Romani quando dice: “Ciò che era impossibile alla legge … Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne” (Rm 8,3).

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