16 Novembre 2025 - Anno C - XXXIII Domenica del T.O.
- don luigi
- 15 nov 2025
- Tempo di lettura: 7 min
Ml 3,19-20; Sal 97/98; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19
I segni premonitori di Cristo
e i criteri per interpretarli

“Maestro, quando accadranno queste cose e quale sarà il segno che esse stanno per accadere?” (Lc 21,7). È la domanda che “alcuni” pongono a Gesù nel tentativo di capire i segni che preannunciano l’evento della “distruzione del tempio”[1]. L’evangelista Luca ci riferisce una domanda molto simile già nel capitolo 17: “Quando verrà il regno di Dio” (Lc 17,20). E anche in quella circostanza Gesù dà una risposta simile a quella del brano di oggi: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: ‘Eccolo qui’, oppure ‘Eccolo là’. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,20-21). Le domande evidenziano una chiara tensione escatologica che nel nostro caso assumono anche una valenza messianica, caratterizzate dal difficile riconoscimento della manifestazione di Cristo.
La preoccupazione che traspare dagli interlocutori di Gesù non sembra ridursi tuttavia solo a una questione temporale: “Quando accadranno queste cose?”, ma riguarda soprattutto i criteri interpretativi: “Quale sarà il segno?”[2] ovvero: come faremo a capire che tali “eventi” saranno “segni” dell’imminente venuta del Cristo? La difficoltà è dovuta anche alla “terribile crisi spirituale” che coinvolgerà le persone in quelle circostanze. Quei giorni, dice il profeta Gioele, saranno: “giorni di tenebra e di caligine, giorni di nube e di oscurità” (Gl 2,2); resi ancora più gravi e drammatici dalla presenza di coloro che cercheranno di ingannare e fuorviare i credenti, spacciandosi per messia, come afferma lo stesso Gesù: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: Sono io, e Il tempo è vicino. Non andate indietro a loro!” (cf. Lc 21,8).
Il tema escatologico, apparso fugacemente nelle domeniche scorse, si qui fa più esplicito: “Ecco, sta per venire il giorno”, dice il profeta Malachia 3,19. Anche il Salmo evidenzia a suo modo questa venuta, sebbene lo faccia con un linguaggio poetico in cui tutta la natura sembra partecipare dell’imminente manifestazione del Signore: “Risuoni il mare e quanto racchiude / … i fiumi battano le mani, / esultino insieme le montagne / davanti al Signore che viene a giudicare la terra” (Sal 97,7-9).
La questione dunque che scaturisce da questi brani liturgici sembra concentrarsi intorno alla capacità di acquisire i criteri che consentono di discernere e interpretare i “segni dei tempi” di cui parla Gesù. Il che significa che non basta la semplice professione di fede verbale. Per riconoscere Cristo e accoglierlo nel buio della notte, come accade alle cinque vergini sapienti nella Parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13), occorre disporre di una fede “intelligente” e “luminosa”, vissuta in modo sapienziale. Egli, infatti, verrà nel tempo e nel modo in cui nessuno se lo aspetta, “come un ladro” nella notte (1Tes 5,2; 2Pt 3,10; Mt 24,43), o “come un lampo che guizza da un capo all’altro del cielo” (cf. Lc 17,24).
Ma come acquisire questa facoltà discernitiva e interpretativa? È la domanda che interpella i cristiani di tutti i tempi, specie quelli che avvertono maggiormente l’esigenza di vivere la fede nello spirito dell’“avvento”, tipico dell’attesa escatologica di Cristo. Questa facoltà necessita di una particolare concentrazione, dalla quale è facile essere fuorviati, come accade allo stesso Gesù: a coloro che gli fanno notare la straordinaria bellezza del tempio e del culto liturgico che lo anima, egli risponde: “Verranno giorni nei quali, di tutto quello che ammirate non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21,6). Una risposta sconcertante per chi è abituato a vivere una religiosità rituale, fatta di precetti formali ed esteriori che difficilmente coinvolgono il cuore e la mente e inducono alla decisione di conformarsi alla volontà di Dio. Per Gesù tutto ciò è destinato a scomparire. I suoi discepoli dovranno ben guardarsi da queste cose. Essi dovranno cautelarsi perfino da quegli atteggiamenti angoscianti e carichi di disperata preoccupazione che vengono solitamente assunti nelle circostanze tragiche della vita o nei casi dei disordini naturali, storici e cosmici, come quelli descritti dal brano evangelico. A loro chiede di assumere un atteggiamento mite: ovvero di chi non si lascia condizionare dalla tragicità degli eventi, ma sa rimanere fermo e fiducioso perché certo dell’intervento salvifico di Dio; anzi essi dovranno perfino gioire, perché per loro questi eventi saranno i segni premonitori della sua venuta, come recita il versetto alleluiatico: “Quando cominceranno ad accader queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28). Da qui l’esortazione di Gesù tesa a rincuorarli e incoraggiarli perfino dinanzi alle persecuzioni che immancabilmente si scateneranno contro di loro, poiché sarà proprio in quelle circostanze che essi saranno chiamati a dare testimonianza della fede in lui (cf. Lc 21,12-13). “Sarete traditi perfino dai vostri genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici … odiati da tutti a causa mia”. Ma neppure in quegli avvenimenti essi saranno abbandonati, anzi “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto” (Lc 21,16-17). E quando tutto sembrerà incrudelirsi e accanirsi contro di voi “Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa” (Lc 21,14), poiché “Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere” (Lc 21,15). È la stessa fiducia che viene ribadita anche dal salmista: “Il Signore è con me non ho timore; / che cosa può farmi l’uomo? / Il Signore è con me, è mio aiuto, / sfiderò i miei nemici / … Tutti i popoli mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti … / Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome del Signore li ho sconfitti” (Sal 117, 6-7.10.12).
Si profila in questo modo il percorso formativo al quale Gesù intende educare i suoi discepoli. La fede in lui richiede una capacità discernitiva tesa all’acquisizione di quei criteri ‘evangelici’ che scaturiscono dal vissuto relazionale con lui. Il che significa partecipare della sua sapienza salvifica, assimilando il suo modo pensare, di amare, di osservare la realtà, così da imparare a leggere la storia personale e comunitaria alla luce del piano salvifico di Dio. Si tratta di assimilare uno sguardo che sia al contempo profetico, escatologico e apocalittico. Pertanto è più che mai necessario imparare a interpretare la storia non come una somma di fatti casuali, ma come “segni” manifestativi di quel misterioso disegno sapienziale che dischiude l’economia salvifica nel tempo. È all’interno di questo sguardo che diviene comprensibile anche la dimensione escatologica[3] e apocalittica[4]. Così se lo sguardo profeticoinsegna a vedere gli eventi della storia con l’occhio di Dio, quello escatologico abitua a cogliere il loro compimento nella fine dei tempi, mentre quello apocalittico invita a proiettare l’esistenza oltre la storia, ovvero in quella realtà divina e gloriosa preannunciata dalla risurrezione di Cristo, nella quale tutta la storia trova senso e compimento.
Invochiamo allora lo Spirito di sapienza affinché ci dia la grazia di perseverare nelle prove della vita, come ci suggerisce lo stesso Gesù: “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” (Lc 21,19).
[1] Questo riferimento alla distruzione del tempio presenta un intrinseco legame col gesto profetico ed escatologico di Gesù compiuto sempre nello stesso tempio, attestando in questo modo la relatività di questo luogo di culto e l’esigenza di Dio di essere adorato in “Spirito e verità” (Gv 4,23).
[2] A livello biblico il “segno” è ciò che manifesta la presenza operante di Dio nella storia dell’uomo. In questo senso ogni evento naturale, fatto sociale e storico, o avvenimento cosmico che accade nella realtà, può manifestare Dio o essere letto come un’espressione della sua volontà. Una sorta di impronta, traccia, cifra che evoca un significato spirituale e divino più profondo e complesso rispetto a quello dell’evento stesso. In questo senso non tutti gli eventi naturali e fatti storici possono essere considerati “segni”, ma solo quelli contribuiscono a manifestare il piano salvifico di Dio. Gesù ricorre spesso a questa categoria per favorire nei suoi interlocutori la difficile comprensione del mistero del regno, come quando si avvale degli eventi atmosferici per alludere al suo arrivo imminente. Un esempio di questo genere lo possiamo trovare nel Vangelo di Matteo 16,1-4. Per l’evangelista Giovanni anche i miracoli, anzi, soprattutto questi, vengono interpretati come “segni” che autentificano la divinità di Gesù.
[3] “Escatologia” - dal greco escatos = ultimo e logos = discorso - letteralmente “discorso intorno alle cose ultime”. Più a livello teologico è la dottrina sul destino ultimo dell’umanità intera (escatologia collettiva) e del singolo individuo (escatologia individuale). Per questo motivo essa si concentra intorno a quattro temi fondamentali: morte, giudizio, inferno e paradiso definiti dalla teologia moderna come ‘novissimi’. Secondo tale dottrina l’attuale stato del mondo è destinato a scomparire. Di questo evento però non viene detto il tempo. La stessa fine viene variamente interpretata: come definitiva scomparsa della realtà attuale e ricreazione della nuova; oppure come profonda trasfigurazione di quella attuale e definitiva conformità al progetto di Dio. La prima interpretazione si fonda sull’esperienza del disfacimento totale a cui è soggetta la vita biologica con la morte; la seconda sulla trasformazione che avviene in un credente col processo di conversione che pur lasciando il stato attuale del corpo, viene radicalmente trasfigurato dalla vita nuova del Cristo.
[4] “Apocalisse” significa “togliere il velo” - dal greco apokálipsis, composta da apo = da e kalýptõ = nascosto. In ambito cristiano il termine indica una particolare rivelazione da parte di Dio sulle cose riguardanti il suo mistero salvifico. Il primo esempio di visione apocalittica lo troviamo nel capitolo 10 del libro di Daniele e precisamente quando ha la visione dell’uomo vestito di lino. Nel NT invece è l’evangelista Giovanni sviluppa una simile visione nel suo libro: Apocalisse. L’uso di tale termine in riferimento alle cose ultime ha contribuito a conferirgli un significato di evento disastroso e calamitoso.




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